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Salute

Papilloma virus: che cosa dice la scienza

Di Simona Regina
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19 Aprile 2017
È il nemico giurato delle donne. Ma nemmeno gli uomini se ne possono stare tranquilli in caso di incontro ravvicinato con questo agente patogeno. Ci spiega perché Pierluigi Lopalco, professore di igiene e medicina preventiva all’Università di Pisa.

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È il quarto tumore più comune nella popolazione femminile a livello mondiale e nella stragrande maggioranza dei casi, praticamente nel 99%, è causato dal Papillomavirus umano (HPV). Anche se infatti la maggior parte delle infezioni genitali da HPV sono benigne, nei casi in cui l’infezione persiste può provocare lesioni della cervice uterina (collo dell'utero) che possono degenerare in tumore maligno. È dunque considerato il nemico giurato delle donne. «Ma nemmeno gli uomini se ne possono stare tranquilli in caso di incontro ravvicinato con questo agente patogeno. Per questo il nuovo piano vaccinale estende anche ai maschi la vaccinazione anti-HPV, come misura di prevenzione individuale, ma anche per ridurre indirettamente la diffusione del virus dagli uomini alle donne» spiega Pierluigi Lopalco, professore di igiene e medicina preventiva all’Università di Pisa, a cui abbiamo chiesto di aiutarci a fare chiarezza.

 

Che cos’è HPV

ll Papillomavirus umano è un virus molto comune tanto che, come segnala il Ministero della Salute, il 75% degli individui viene infettato nel corso della vita. «Si trasmette soprattutto attraverso i rapporti sessuali, o attraverso contatti interumani molto stretti: per contrarre l’infezione cioè può bastare un semplice contatto cutaneo nell’area genitale» precisa Lopalco. Che chiarisce: «In realtà quando si parla di Papillomavirus si fa riferimento a una classe di virus: ne esistono circa 100 tipi». Alcuni sono inoffensivi. «Altri possono causare malattie fastidiose ma benigne, come per esempio le verruche cutanee o quelle più fastidiose ai genitali (condilomi), le cosiddette creste di gallo, che possono colpire sia le donne sia gli uomini. Altri invece sono cancerogeni».

 

È noto per esempio che i sottotipi 6 e 11 sono responsabili di lesioni benigne come i condilomi, mentre 16 e 18 sono in grado di produrre lesioni tumorali, come appunto il cancro della cervice uterina.

«A partire dagli anni Settanta, grazie a studi di classificazione ed epidemiologici siamo riusciti a identificare quali sottotipi cancerogeni fossero più frequenti e così sono stati messi a punto i primi vaccini».

 

Quali vaccini sono disponibili

«Il primo vaccino che abbiamo avuto a disposizione è il Cervarix: un vaccino bivalente contro due ceppi virali (il 16 e il 18) che da soli sono la causa di più del 70% dei tumori del collo dell’utero. Si tratta dunque di un vaccino pensato per prevenire questo tipo di tumore che è il più frequente e ad alta mortalità tra quelli causati da HPV» racconta Lopalco.

 

Successivamente è stato prodotto un vaccino a 4 ceppi, il Gardasil, che, oltre ad agire contro i ceppi virali responsabili del tumore al collo dell’utero, agisce anche contro due ceppi (tipi 6 e 11) non cancerogeni ma molto più frequenti e responsabili della condilomatosi genitale. «È stato quindi questo il primo vaccino proposto anche alla popolazione maschile».

 

Dallo scorso anno anche in Italia abbiamo a disposizione il vaccino 9-valente, contro altri 5 sottotipi (31-33-45-52-58) «che coprono l’ulteriore 20% di forme tumorali imputabili al Papillomavirus». Un vaccino che, come riferito dal New England Journal of Medicine, non solo è una pietra miliare nella prevenzione del cancro dell’utero ma estende la protezione anche ad altri sottotipi di HPV.

 

Perché vaccinare i maschi

Il target primario del vaccino anti-HPV è la popolazione femminile perché di fatto il vaccino è nato quale arma per contrastare la malattia tumorale più frequente e dal più alto impatto a livello mondiale, il tumore al collo dell’utero, causata da questo agente patogeno. «Col tempo però ci si è resi conto che i benefici della vaccinazione potevano essere estesi a tutta la popolazione. Col vaccino, infatti, non solo (anche) i maschi si proteggono dalla condilomitosi, ma anche da cancro ai genitali maschili, al pene e tumore anale. Sono rarissimi ma di fatto sono causati dallo stesso virus responsabile del tumore alla cervice uterina e del tumore della bocca che tra l’altro, seppure più raro, colpisce più gli uomini delle donne».

 

Se tutto questo ha a che fare con i vantaggi diretti e individuali che trarrebbe il maschio dalla vaccinazione anti-HPV, il pediatra Rosario Cavallo, referente nazionale per le vaccinazioni dell’Associazione Culturale Pediatri, sottolinea i vantaggi sociali che derivano dall’estendere la vaccinazione alla popolazione maschile. In pratica è considerata la migliore strategia di contenimento di questo virus. «Ai genitori spieghiamo infatti che vaccinare i figli maschi contribuisce a evitare alcuni tumori maschili - che però sono eccezionalmente rari - e previene i condilomi - che invece sono relativamente frequenti e molto fastidiosi ma non mettono in pericolo la vita – ma è fondamentale in chiave solidale per la salute pubblica. Perché la vaccinazione della popolazione maschile ha un impatto sulla salvaguardia della salute femminile».

 

«In più parti del mondo, infatti, si è appurato che vaccinando sia i maschi che le femmine si abbatte la circolazione di HPV riducendo la catena di infezioni» spiega Lopalco, sottolineando dunque il riscontro di un buon effetto di immunità di gregge. In altre parole, «già semplicemente vaccinando le ragazze si è osservata una circolazione inferiore del virus anche tra le donne non vaccinate. Perché la donna vaccinata non può infettare l’uomo che a sua volta non infetta dunque la donna non vaccinata. E considerando che il maschio è il principale untore delle malattie a trasmissione sessuale, vaccinando anche i maschi l’effetto gregge diventa molto più evidente».

 

Perché vaccinare le femmine

Nel caso specifico della popolazione femminile, il vaccino protegge le ragazze da una forma di cancro grave e invalidante: in Italia vengono diagnosticati ogni anno circa 3.500 nuovi casi di carcinoma della cervice uterina e oltre 1.500 donne muoiono a causa di questo tumore. «E protegge anche dalle infezioni croniche che – puntualizza Lopalco - anche se non dovessero evolvere in tumore, incidono negativamente sulla salute psicologica e sessuale della donna».

Attraverso la vaccinazione contro HPV è possibile dunque interrompere all’origine la catena che dall’infezione porta al cancro: generalmente dall’infezione all’insorgenza delle lesioni precancerose possono passare 5 anni, mentre la latenza per l’insorgenza del carcinoma cervicale può essere di decenni.
Ma se grazie al vaccino, l’organismo è in grado di contrastare l’infezione da Papillomavirus, allora non si dovrebbero verificare i cambiamenti delle cellule del collo dell’utero, che portano allo sviluppo del tumore. «E in effetti il vaccino ha un impatto considerevole sulla riduzione delle lesioni precancerose» precisa il pediatra Cavallo.

 

È vero: c’è lo screening con il pap test, quale misura per identificare le lesioni precancerose e intervenire prima che evolvano in carcinoma, «ma con il vaccino la probabilità di avere una lesione è molto bassa, praticamente vicino allo zero per quei ceppi da cui il farmaco protegge» puntualizza Lopalco.

 

«E comunque le due strategie devono andare a braccetto» raccomanda Cavallo. «Per cui anche alle ragazze vaccinate ricordiamo di fare il pap test. Abbiamo a disposizione due “armi” che vanno usate in maniera sinergica per riuscire nell’impresa di frenare il tumore».

 

A che età vaccinarsi

I vaccini sono indicati per bambini e bambine a partire dai 9 anni e non c’è un limite di età superiore, quindi volendo lo si può fare anche a 40 anni. «Ma sappiamo che più precoce è la vaccinazione maggiore è l’efficacia» ricorda Lopalco. Questi vaccini hanno infatti efficacia massima nei cosiddetti «soggetti naif»: vale a dire persone non ancora contagiati dal virus HPV, che si acquisisce, di norma, subito dopo l’inizio dell’attività sessuale. Per questo la vaccinazione è consigliata prima della pubertà, prima dell’inizio di una vita sessuale attiva.

 

Dal 2008 in Italia la vaccinazione era a carico del sistema sanitario per le bambine di 12 anni (anche se a dire il vero alcune regioni avevano esteso l’offerta attiva della vaccinazione ad altre fasce di età). Ora con il nuovo Piano nazionale prevenzione vaccinale 2017-2019 la vaccinazione gratuita nel corso del dodicesimo anno di età è prevista anche per i maschi.

 

In sintesi Pierluigi Lopalco ricorda che i vaccini anti-HPV:

> Sono efficaci: secondo studi clinici l’efficacia nei confronti dei ceppi virali inclusi nei vaccini è estremamente alta determinando un abbattimento delle lesioni.

> Sono sicuri. Finora sono stati distribuiti oltre 180 milioni di dosi (del vaccino bivalente e a 4 ceppi) e su queste dosi si basano i dati sulla loro sicurezza. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità questi vaccini hanno un profilo di sicurezza ottimo.

>Effetti collaterali: in particolare dolore nella sede di iniezione che dura 24 ore. Alcuni adolescenti hanno riferito di sentirsi il braccio paralizzato, indolenzito, e questo può creare ansia.

 

Qui la relazione dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) in merito alla non riscontrata evidenza di relazione causa-effetto fra vaccinazione anti-HPV e alcune sindromi neurovegetative (CRPS e POTS). Conclusione a cui è giunta anche la Commissione Globale per la Sicurezza Vaccinale dell’Oms: qui il documento.

 

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