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Storia del gioco

Il gioco è una cosa seria

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19 Luglio 2012
Dalla notte dei tempi, i bambini hanno sempre giocato. Il gioco attraversa tutta l'infanzia e accompagna ogni tappa della crescita, creando un ponte tra realtà e fantasia. Non è una frivolezza o una inutile perdita di tempo: al contrario è il campo privilegiato dove il piccolo scopre e si misura con il mondo. Ma quale è il significato del gioco per lo sviluppo psicofisico del bimbo?

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“Non c'è niente di più serio e più coinvolgente del gioco per un bambino. E in questa sua serietà è molto simile ad un artista intento al suo lavoro. Come l'artista, anche il bambino giocando trasforma la realtà, la reinventa, la rappresenta in modo simbolico, creando un mondo immaginario che riflette i suoi sogni a occhi aperti aperti, le sue fantasie, i suoi desideri”

(Silvia Vegetti Finzi, A piccoli passi, Mondadori).

A partire dall'Ottocento, gli studiosi dell'infanzia hanno iniziato a indagare sul valore dell'attività ludica mettendo l'accento su aspetti diversi. Ecco una panoramica storica dei principali contributi sul gioco.

Già nelle primissime settimane di vita, il bebè afferma allegramente la sua esistenza nel mondo giocando. Gioca con il volto e i capelli della mamma (e anche mentre si nutre con il latte materno), i sonagli della culla e scopre, con magico stupore, se stesso e il suo corpo. All'inizio, muove i piedini, scalcia e poi, piano piano, cerca di seguire con lo sguardo gli oggetti in movimento e afferrarli. Un'attività questa che lo impegna completamente senza mai stancarlo, come ogni genitore ha ben presente . (LEGGI ANCHE: Giocare con le dita)

“Per i più piccoli, dunque, il gioco è funzionale allo sviluppo sensoriale e motorio che nasce dal piacere di esercitare liberamente le proprie capacità fisiche ancora rudimentali man mano che emergono”, (Silvia Vegetti Finzi, A piccoli passi, Mondadori).

In ogni epoca, l'infanzia si è 'misurata' con la realtà attraverso il gioco: un mezzo indispensabile per acquisire nuove competenze ed entrare in relazione con il mondo circostante in modo diverso a ogni fase della crescita.

Ma è davvero sempre 'utile' tutto questo giocare?

Forse a qualche genitore viene spontaneo chiederselo osservando l'attività libera e, apparentemente, poco produttiva e non finalizzata di suo figlio. E proprio questo dubbio potrebbe portarlo a sommergere il piccolo con i cosiddetti 'giocattoli intelligenti' che dovrebbero stimolare le capacità manuali e logiche. Ma non lasciano spazio alla fantasia e alla sperimentazione libera. Ai più grandicelli, invece, il genitore potrebbe pensare di offrire 'qualcosa in più' organizzando un'agenda stracolma di tanti corsi 'educativi' (pittura, musica, inglese...).

A tale proposito, l'American Academy of Pedriatrics nelle sua linee guida ai pediatri sull'importanza dell'attività ludica (2007), mette in risalto il valore del gioco libero come un alleato essenziale per la salute e il benessere dell'infanzia. E raccomanda ai genitori, pur monitorando la sicurezza dei figli, di non diventare invadenti perché nel gioco spontaneo il bambino è protagonista attivo. Anche per questo, i giocattoli semplici (e non quelli che fanno tutto da soli) sono molto più stimolanti.

Sul versante delle attività extracurricolari - avvisa la prestigiosa Associazione - nonostante le buone intenzioni della famiglia, non è bene esagerare: tutto ciò non garantirà un futuro migliore al bimbo che ha bisogno invece di 'tempo di qualità' per giocare, da solo e con mamma e papà. Con la complicità di un ambiente amorevole, figure adulte presenti, disposte ad ascoltare, condividere e ad agire come modello positivo e guida.

Giocare? Aiuta i bambini a crescere

L'American Academy of Pedriatrics ricorda anche che il gioco è così importante per lo sviluppo ottimale dei più piccoli da essere riconosciuto dalle Nazioni Unite come un diritto fondamentale di ogni bimbo.

In uno studio promosso dalla Bernard van Leer Foundation (Children's right to play, 2010), gli autori, Wendy Russell e Stuart Lester, ricercatori presso l'Università del Gloucestershire (Inghilterra) affermano che il gioco appartiene ai bambini. Gli adulti non devono essere invasivi e imporre al tempo del gioco una rigida programmazione. E nemmeno organizzare e proporre luoghi e attività che segregano i bimbi controllando il gioco.

Il gioco non è un 'mero passatempo' perché contribuisce al benessere di ogni bambino (e ragazzino), da un punto di vista fisico, cognitivo, sociale ed emotivo-affettivo.

Giocare, infatti, permette ai bimbi di esprimere la loro creatività, l'immaginazione e di cimentarsi in nuove conquiste, alimentando l'autostima (e vincendo così ansie e paure).

Oggi, dunque, l'importanza del gioco per l'infanzia non è messa in discussione, anche quello più spensierato, non è mai solo divertimento fine a se stesso, aiuta i bimbi a crescere sotto tanti aspetti (fisico, cognitivo, relazionale, sociale, affettivo).

Ma questa convinzione, ora comune tra gli esperti e studiosi dell'infanzia pur se con accenti diversi, non ha sempre avuto lo stesso peso e valore.

Al concetto di gioco e alle sue funzioni per lo sviluppo del bimbo è attribuito un significato diverso in base al contesto storico e culturale. E questo vale, a partire dall'Ottocento, quando il bimbo diventa 'degno soggetto' di studio, fino alle teorie più recenti che si focalizzano su risvolti diversi dell'attività ludica in relazione allo sviluppo infantile.

Il gioco esiste dalla notte dei tempi (come testimoniano reperti di scavi archeologici) ma il bambino stesso non ha sempre goduto dell'attenzione che consideriamo 'normale' assegnarli oggi. Per questo, solo con il nuovo interesse verso l'infanzia, che si diffonde a partire Ottocento, si inizia a indagare sulla valenza del gioco per la crescita.

Ecco una carrellata storica del pensiero dei principali studiosi dell'infanzia che si sono soffermati a riflettere su questo grande tema, secondo prospettive diverse. Un 'assaggio' (pur se ben documentato) che, ovviamente, non ha la pretesa di essere esaustivo ma di offrire spunti e flash a tutte le mamme e papà... Perché il gioco non è mai una 'frivolezza' e una perdita di tempo.