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Storia del gioco

Maria Montessori: rispettate la personalità dei bambini

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30 Luglio 2012
Una carrellata storica del pensiero dei principali studiosi dell'infanzia che si sono soffermati a riflettere sul gioco e i bambini, secondo prospettive diverse. Oggi approfondiremo Maria Montessori. Prima donna medico in Italia, pone al centro della sua infaticabile attività di ricerca la difesa del bambino, delle sue esigenze e dei suoi diritti.

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Mentre il sistema froebeliano declina in Italia, e quello delle sorelle Agazzi conquista invece il plauso ufficiale, un'altra giovane studiosa traccia un nuovo modello pedagogico che avrà un successo internazionale: Maria Montessori (1870-1952).

Prima donna medico in Italia nel 1896, pone al centro della sua infaticabile attività di ricerca (che dà vita alla pedagogia scientifica) la difesa del bambino, delle sue esigenze e dei suoi diritti.

Da qui parte quando fonda nel 1907, a Roma, la prima 'Casa dei Bambini'', campo di prova e messa a punto del suo metodo, in un ambiente 'a misura di bambino', con arredi e spazi alla sua altezza.

L'adulto ha solo il compito di offrire al bimbo un ambiente idoneo e i materiali di gioco per esprimere e sviluppare le sue potenzialità in modo completo ed efficace. E, soprattutto, ogni piccolo deve essere lasciato libero di fare le sue esperienze e attività. Perché ogni bimbo ha una 'mente assorbente' capace di cogliere e assimilare, attraverso il subconscio, le esperienze esterne, sviluppando così le sue capacità psichiche e intellettuali (Riccardo Massa, Istituzioni di pedagogia e scienza dell'educazione, Laterza).

Il rispetto della personalità del bimbo e della sua originalità, secondo la Montessori, può migliorare la società umana e conquistare alla pace e alla tolleranza tutti gli esseri umani (La pace e l'educazione, 1933; Formazione dell'uomo, 1949).

Alla base di questa visione, l'esperienza dei sensi - messa alla prova anche attraverso il materiale strutturato del gioco - e il movimento sono gli ingredienti principali per un'educazione attiva, centrata sul bambino. Non a caso, una tra le più celebri frasi della scienziata è “Aiutami a fare da solo”.

“Nel gioco i bambini sono attivi, ma lo sono anche in tutta una serie di mansioni quotidiane che essi fanno con gioia, per il piacere dell’attività e dei movimenti che comportano”, spiega Anna Oliverio Ferraris parlando della Montessori.

Attraverso il gioco, il bimbo addestra i sensi e affina la percezione, in un certo senso la concentrazione e l'impegno che richiede l'attività ludica è molto simile a quella del lavoro per la scienziata marchigiana.

Questa analogia tra lavoro e gioco assume grande importanza anche per l'americano John Dewey (1859-1952), filosofo e pedagogista, padre della scuola progressiva (che presuppone, cioè, l'introduzione di nuove sfide per gradi, secondo lo sviluppo del bimbo).

Dewey mette l'accento sulla dimensione del gioco che aiuta a esercitare il problem solving (la risoluzione di problemi) e la tolleranza della frustrazione per il raggiungimento di un obiettivo (se la torre crolla, si ricomincia senza bizze!). In tale prospettiva, posto che il traguardo finale dell'attività sia abbastanza remoto e serva un impegno costante per perseguirlo, il gioco prefigura il lavoro (Come pensiamo, 1910). Tanto che nello stesso volume invita gli educatori a non esaurire l'attività ludica solo nell'aspetto del divertimento e del fantastico ma di calarla nella realtà.

 

 

 

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