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Educazione

Come farsi ubbidire dai figli senza urlare (e perché è meglio)

urlare

30 Ottobre 2014 | Aggiornato il 14 Giugno 2016
Urlare ai figli non serve, anzi può peggiorare i loro comportamenti. Daniele Novara nel suo libro "Urlare non serve" spiega come affrontare in modo efficace i conflitti con i figli e non farsi travolgere da emozioni negative

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Urlare (o peggio, ricorrere a punizioni fisiche) non solo non serve a educare un bambino, ma anzi peggiora i comportamenti scorretti dei figli. Lo sostiene Daniele Novara nel suo libro “Urlare non serve a nulla” (Bur). 

 

A dimostrarlo è anche uno studio pubblicato nel maggio 2014 su “Child Development” da  due ricercatori americani, Ming Te Wang e Sarah Kenny: le urla anziché migliorare il comportamento dei ragazzi lo peggiorano e inducono stati depressivi e antisociali.

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“Il bambino a cui abbiamo urlato, che abbiamo sgridato, strattonato, l'adolescente sminuito, umiliato, acquisisce un senso di sé svalutato. Svilupperà un'autostima molto bassa. Che lo farà stare male e che comprometterà il rapporto che i genitori vorrebbero avere con lui” dice Daniele Novara.

 

I genitori di oggi non hanno un progetto educativo chiaro, l'accudimento dei figli prevale sulla loro educazione 

Ma perché i genitori urlano tanto? Secondo Novara, il problema sta nella mancanza di un progetto educativo chiaro. Il genitore di oggi non è più, per fortuna, quella figura autoritaria del passato, e che si faceva obbedire perché fondava il suo rapporto con i figli sulla paura.


Questo modello è giustamente stato quasi del tutto abbandonato. Il problema è ora capire cosa non funziona nel modello educativo che l'ha sostituito.


Madri e padri sono diventati più morbidi e teneri, non fanno mancare nulla ai loro figli. Fin qui niente di male. Ma la loro accondiscendenza verso il figlio, la disponibilità al limite del servizievole, si trasforma in pretesa: “Faccio così tanto per il mio bambino, perché lui non lo capisce?”. E quando i figli non si conformano a queste aspettative, il genitore troppo morbido ed emotivo, a volte non ce la fa più, si sente frustrato e finisce per perdere il controllo:  la rabbia monta e si reagisce urlando o peggio ricorrendo alle mani.

 

Alla base di questo comportamento sbagliato c'è un eccesso di accudimento, un eccesso di protezione, di coinvolgimento che viene fatto erroneamente coincidere con l'educazione dei figli, ma che in realtà  manda in confusione i bambini che non capiscono più i ruoli reciproci. Inoltre crea nei genitori, troppo emotivi e coinvolti, sentimenti di rancore quando i figli si ostinano a disobbedire.

 

Per educare servono regole chiare e precise
Occorre invece pensare a un modello di educazione dove l'aspetto organizzativo prevalga su quello emotivo, che costruisca una prospettiva efficace e precisa per mantenersi alla giusta distanza dai propri figli, offrire loro la sicurezza di cui hanno bisogno ma garantire allo stesso tempo tutta l'autonomia possibile” dice Novara. 

L'educazione è un fatto organizzativo. Non si può lasciare l'educazione al caso. I genitori che non stabiliscono regole chiare sono in balia dello spontaneismo. 


Quindi innanzitutto servono regole. E non comandi, precisa l'autore. Il comando è: “Stai seduto!”, mentre la regola educativa è: “A tavola si mangia seduti” . “La regola deve essere qualcosa di impersonale e oggettivo. Occorre evitare i comandi e stabilire regole oggettive:  come si mangia a tavola; l'orario in cui si va a dormire; il tempo per fare i compiti; l'ora di rientro alla sera. 

 

Come devono essere le regole per funzionare
“Stabilire regole significa prendere decisioni organizzative che non hanno a che fare con questioni esistenziali, sono procedure stabilite in famiglia per vivere meglio”.

Ecco le 5 caratteristiche delle regole educative.
1 La coesione: le regole vanno stabilite da entrambi i genitori. Quando questo non avviene si crea confusione nei figli, inoltre se una regola non è sostenuta da entrambi i genitori non risulterà efficace a lungo.


2 La chiarezza: una regola deve essere chiara e semplice, ben comprensibile al bambino e impersonale. Ad es è corretto dire: “E' l'ora di andare a dormire” e non: “Sbrigati, vai a dormire”. Oppure a tavola è chiaro dire: "A tavola si sta seduti e si resta a tavola finché tutti hanno finito!” piuttosto che: “Stai fermo e seduto! Giocare con il cibo è da maleducati!”.


3 La regola deve essere realistica e adeguata. Cioè il bambino deve essere in grado di attuarla e deve essere adeguata all'età. Ad esempio non è realistico aspettarsi che un bambino di 5 anni possa passare più di un tot di tempo seduto fermo in un ristorante. 


4 La sostenibilità: ovvero evitare prescrizioni impossibili come: "Vai pure a giocare ma non sporcarti”, “Corri ma non sudare”... Le regole insostenibili sono deleterie perché creano sfiducia nel sistema organizzativo stesso.


5 La ragionevolezza: cioè dietro ogni regola ci deve essere una motivazione educativa e pedagogica. A ogni regola bisogna chiedersi se è utile nella crescita del proprio bambino. 

 

Che cosa bisogna fare se un bambino non rispetta una regola?
Il genitore di oggi morbido e non autoritario va in crisi davanti a un bambino che non fa quello che deve. Non sa come agire, vorrebbe convincere il piccolo senza obbligarlo ma poi alla fine urla e si arrabbia.

 

Una strada alternativa alle punizioni improvvisate è quella della sanzione educativa.

E' una sanzione che parte dal presupposto che il bambino non abbia capito, ha bisogno cioè di imparare meglio quello che non gli è chiaro. Il genitore deve offrire al figlio suggerimenti, nella forma del colloquio, su come superare un problema.


Ad esempio, se un bimbo di 6 anni alla mattina non si vuole vestire e continua a giocare, la mamma anziché urlare e vestirlo di forza strattonandolo, deve chiedersi: “Avrà capito il problema?”, “Come posso aiutarlo?”. In questo caso si può provare a risolvere il problema preparando i vestiti alla sera e lasciandoli sulla sedia, in modo da permettere al bambino di essere autonomo e vestirsi da solo. 

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Il ruolo del padre: educare il figlio al rischio e al coraggio

Secondo Novara, un ruolo fondamentale nell'educazione e nella crescita sana dei figli è il ruolo del padre che oggi si è sostanzialmente eclissato.

"I padri oggi faticano a trovare un nuovo posizionamento che rifiuti l'impostazione del padre padrone ma che al tempo stesso non si appiattisca sul ruolo materno". 

 

Spesso i nuovi padri sono "papà peluche", emotivi, troppo attenti a cogliere le espressioni di bisogno del figlio. In un certo senso fanno concorrenza alle madri.

Ma i bambini non hanno bisogno di due figure materne, intese come figure protettive. Se il ruolo della madre è quello dell'accudimento, il ruolo del padre deve essere quello di spingere i figli fuori dal guscio, deve educare al coraggio di correre dei rischi, ad affrontare difficoltà e pericoli.

 

Il paterno deve trasmettere il messaggio che il bambino, la bambina ce la faranno.

"Il padre che consente al figlio di fare da solo mette le basi perché il figlio, una volta cresciuto, se la sappia cavare nella vita". 

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Un'idea per gestire le emozioni: il cestino della rabbia
 Per gestire l'emotività infantile e consentire ai genitori di affrontare meglio i conflitti con i propri figli, Novara suggerisce di costruire il cestino della rabbia. Basta uno scatolone o un cilindro di latta da far personalizzare al piccolo. Ogni volta che il bambino avrà un momento di rabbia potrà fare un disegno o anche solo appallottolare un foglio e gettarlo nel cestino. Col tempo il cestino diventerà un rituale, utile per controllare le emozioni negativa dei piccoli.

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