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La fase dei perché dei bambini: quand'è, come affrontarla e come rispondere

Di Alessia Calzolari
puntointerrogativo

16 Giugno 2017
La psicologa Michela Garbosa spiega a che età si manifesta la fase dei perché, quanto dura, che tipo di risposte dare e come affrontarla in serenità

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Perché il sole è giallo e il cielo è blu? Perché il gatto fa miao e il cane fa bau? E potremmo, o meglio, i bimbi potrebbero continuare così per ore. Intorno ai due o tre anni entrano nella fase dei perché, quella in cui per gioco o curiosità ogni adulto nei paraggi viene preso di mira e sottoposto a una raffica infinita di domande concatenate, degne dei migliori quiz show televisivi. Michela Garbosa, psicologa dell’età evolutiva e della famiglia, spiega come sopravvivere a questa fase ed evitare di dover comprare un’enciclopedia per poter stare al passo con i nostri bimbi.

 

Fase dei perché: quando e come

«La fase dei perché dipende dallo sviluppo del linguaggio e, di conseguenza, varia moltissimo da bambino a bambino. In linea molto generale potremmo dire che si verifica tra i due e i tre anni, dalla fine dell’ultimo anno di nido quindi, e può proseguire anche fino ai sette o otto anni – spiega la dottoressa Garbosa –. Oltre all’età e allo sviluppo conta, però, anche il carattere: è vero che le proprietà di linguaggio e la capacità di comprensione devono essere abbastanza spiccate, ma almeno in una prima fase si fa riferimento soprattutto anche al rapporto con gli adulti. Questo significa che il bambino deve essere già piuttosto avanti con le competenze linguistiche, ma deve anche essere portato a interagire in maniera continua e così forte con un adulto, cosa che un bimbo più timido, riflessivo o introiettivo magari farà più difficilmente. Idealmente potremmo dividere la fase dei perché in due: la prima va dai due o tre anni, appunto, fino ai cinque o sei. In questo periodo è l’adulto ad essere l’unico riferimento per il piccolo. A partire dai sei anni circa, con la scoperta della scrittura e della lettura e l’inizio della scuola, la “vittima” dei perché potrebbe anche diventare il fratello o la cugina più grande: il bambino vuole interagire anche con i suoi pari o simil-pari». 


Se la fase dei perché non si verifica

E se il vostro pargolo rientra a pieno in questa fascia di età, ma non vi ha mai chiesto nessuna spiegazione? «Non bisogna preoccuparsi se questa fase non si rivela o dura pochissimo. Non tutti i bambini la attraversano per forza o lo fanno in maniera uguale. Con i bambini non ci sono sicurezze: è un po’ come il gattonamento, c’è chi lo fa e chi inizia direttamente a camminare, ma gattonare o meno non compromette la capacità di imparare a camminare. La fase dei perché non attiene allo sviluppo linguistico e non lo compromette».

 

 

Perché i perché?

«Questa fase è legata alla naturale curiosità dei piccoli: vedono avvicinarsi i nuvoloni neri del temporale e chiedono che cosa stia succedendo. È una curiosità rispetto a stimoli nuovi oppure incompresi».

 

La psicologa, conferma, però, anche quello che molte mamme e papà avranno già intuito: «A volte tutte queste domande sono più che altro un modo per attirare l’attenzione, soprattutto quando sono concatenate. Il fine non è (più) la risposta, ma l’interazione stessa. Un po’ come se il bimbo si dicesse “se il grande riesce a starmi dietro, allora io sono capace di interagire con lui”. Questa necessità di attenzione si verifica soprattutto quando i bimbi sono ancora piccoli, più crescono infatti e più le loro domande sono frutto di reale interesse, questo significa che si accontenteranno anche sempre meno di risposte sommarie».

 

A quante domande rispondere?

Ammettiamolo, le prime domande che vengono poste ai grandi, con gli occhi pieni di stupore e che ci fanno vedere il mondo con occhi diversi e nuovi sono meravigliose. Alla numero 3.479, dopo una pesante giornata di lavoro, non è detto sia ancora così. L'esperta tranquillizza: «È assolutamente normale che, a un certo punto, la pazienza finisca e che si cerchino modi di salvaguardare anche la propria sopravvivenza psico-fisica. Indubbiamente è giusto soddisfare la curiosità dei bambini, ma non è necessario superare il proprio livello di sopportazione, che sarà diverso di giorno in giorno».

 

Quando è giusto dare un limite

Se la fase dei perché non colpisce solo mamma, papà, nonni o gli adulti di riferimento, ma qualsiasi adulto si incontri per strada o al parco, però, è giusto dare un contenimento: «Ricordiamoci che è una fase che passerà e che va assecondata, ma è anche giusto porre dei limiti. L’ideale è spiegare al piccolo che è molto bello essere curiosi, ma che il nonno incontrato al parco o la cassiera al supermercato sta lavorando o magari ha degli altri perché di altri bimbi a cui rispondere».

 

 

Porre fine alle domande: quattro più uno modi

Secondo la psicologa, quando proprio non ce la facciamo più, è assolutamente lecito tentare di interrompere la catena. I modi che suggerisce sono:

  1. Distrarre il bambino;
  2. Proporre qualcosa di nuovo su cui focalizzare l’attenzione;
  3. Capovolgere la situazione e chiedere al piccolo il perché o secondo lui/lei cosa sta succedendo, coinvolgendo il bimbo in un tentativo di risposta, soprattutto se non si vuole spezzare l’interazione che si sta costruendo in quel momento;
  4. Porre un freno, spiegando che ora è il momento di andare a cena o che è ora di non fare più domande, ma che si potrebbe riprendere l’indomani o nel pomeriggio o in un qualsiasi altro momento.

Queste idee sono valide soprattutto per i bimbi più piccini. Con quelli più grandi a partire dalle elementari – potrebbero essere poco efficaci. «Fino ai cinque-sei circa anni i bambini sono poco interessati a una spiegazione tecnica. Quando iniziano ad avere accesso alla tecnologia, ad andare a scuola, magari anche già a saper leggere e scrivere, invece, la curiosità va soddisfatta in maniera diversa. Magari si potrebbero coinvolgere in piccole ricerche in modo che essi stessi diano una risposta ai loro dubbi». In ogni caso, rassicura la dottoressa, «anche dire al bimbo di chiedere al papà o alla nonna o a un altro adulto va bene: siamo umani e possiamo essere stanchi di rispondere».

 

Come rispondere alle domande

Se dire la verità, edulcorare la realtà o dare una risposta falsa dipende, anche in questo caso, molto dall’età: «Prima dei cinque anni tendenzialmente è meglio dare una risposta giocosa, che affascini. A quest’età i bambini non ragionano ancora sulla base della logica e della razionalità, le loro categorie mentali si fondano sulla fantasia e sul gioco. Sarebbe inutile riempirli di informazioni troppo tecniche, logiche o razionali: non sanno spiegarsele. Tornando all’esempio del temporale, magari basta dire che sono gli angeli che giocano a bocce, come si faceva una volta. In questo tipo di risposte, chiaramente, entreranno poi in gioco le ideologie e le credenze dei genitori».

In una seconda fase, più o meno dai cinque anni in poi, potrebbero iniziare ad arrivare anche le domande scomode, su grandi temi esistenziali. «In questo momento date risposte semplici: ad esempio, spiegate che il nonno che è venuto a mancare è su una stella, potrebbe non essere sufficiente e i bambini potrebbero intuire che non gli state dicendo la verità. In questo caso è necessario rispondere nel modo più esatto possibile».

 

Come sopravvivere ai perché: il mantra da ripetersi

«Il miglior modo per affrontare questo periodo è con pazienza, ascolto e, soprattutto, con la consapevolezza che è una fase: passerà. Bisogna ripeterselo tipo un mantra, soprattutto se il nostro bambino la sta vivendo in maniera molto accentuata, non c’è alcun bisogno di preoccuparsi. La fase dei perché passerà».