L'educazione dei bambini con l'intelligenza emotiva

mammaempatica

Pianti, rabbia e capricci possono essere l'occasione per allenare vostro figlio a sviluppare la sua intelligenza emotiva, facoltà fondamentale per crescere sicuri di sé, felici e bravi a scuola. Lo psicologo americano John Gottman spiega come fare in 5 passi.

I bambini più equilibrati e sereni, più sicuri di sé, migliori a scuola e anche i più felici, sono quelli con l'intelligenza emotiva più sviluppata. Cioè quell'intelligenza che sta alla base dell'autocontrollo, dell'attenzione verso gli altri e dell'empatia.


Sono i risultati di uno studio, durato diversi anni, effettuato dallo psicologo americano John Gottman. Un altro importante risultato della ricerca di Gottman è che questa intelligenza non è innata, ma si può imparare. E gli insegnanti migliori sono i genitori, che possono diventare dei veri e propri allenatori emotivi.


"I nostri studi dimostrano che i figli emotivamente allenati ottengono migliori risultati a scuola, stanno meglio in salute e stabiliscono reazioni più positive con i coetanei. Hanno anche minori problemi di comportamento e riescono a riprendersi più rapidamente dopo esperienze negative. L'intelligenza emotiva permette di essere più preparati ad affrontare i rischi e le sfide della vita" dice lo psicologo.


A partire da questa scoperta Gottman, nel libro "Intelligenza emotiva per un figlio" (Bur), ha messo a punto una guida per insegnare ai genitori a diventare dei bravi allenatori emotivi per i loro figli.

 

Il genitore deve accettare le emozioni negative dei figli ma non i comportamenti


Il concetto di allenamento emotivo si basa sulla la capacità di immedesimarsi nei nostri figli, di provare empatia nei loro confronti. "Sfortunatamente l'allenamento emotivo non viene naturale a tutti i genitori solo per il fatto di amare i propri figli" dice Gottman. 


Il genitore allenatore è quel genitore che riesce sempre a mettersi nei panni del figlio, che nelle emozioni, anche negative, vede un'occasione di crescita, e che di conseguenza riesce a gestire i momenti di crisi con maggior pazienza, accettando e ascoltando tutti i sentimenti del figlio anche rabbia, tristezza, paura, senza minimizzare, sottovalutare o deridere queste emozioni.

 

Certo però non è un genitore permissivo: accetta i sentimenti, ma non i comportamenti, che se sbagliati vanno corretti. Anche se tendenzialmente Gottman sostiene che i bambini allenati emotivamente finiscono per comportarsi meglio dei figli di genitori troppo permissivi o troppo autoritari per tre ragioni:


1) I bambini che hanno la sensazione che i genitori li comprendano e siano davvero interessati alla loro vita non hanno bisogno di recitare e fare scene per attirare la loro attenzione;

2) I bambini allenati emotivamente fin da piccoli imparano a calmarsi da soli e riescono a rilassarsi anche sotto stress;
3) Il legame emozionale tra genitori e figli diventa più stretto e i bambini sono più ricettivi nei confronti delle richieste dei genitori, sono più disposti a compiacere che a deludere.

 

Nella sua guida  Gottman spiega come diventare buoni allenatori emotivi in cinque passi:

 

1) Prima di tutto cercate di capire se dietro il comportamento sbagliato di un bambino c'è un disagio, come una gelosia tra fratelli, un inserimento scolastico difficile ...


Quando un bambino è arrabbiato, teso, spaventato, il genitore deve fare uno sforzo per immedesimarsi in lui e capire che cosa può aver generato quest'emozione. Un bambino di tre anni non può dire "mi spiace mamma di essere noioso e capriccioso, ma il trasferimento al nuovo asilo mi ha molto stressato"... E' quindi compito dell'adulto sforzarsi di capire cosa c'è dietro e guardare il quadro generale.

 

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 Magari un bambino si comporta male perché geloso del fratellino, oppure è teso per l'ingresso alla materna, magari si è spaventato perché ha sentito un litigio tra i genitori o ha respirato qualche tensione in famiglia. "Quando vi accorgete di provare quello che prova vostro figlio, ecco che state provando l'empatia, che è al fondamento dell'allenamento emotivo. Quando siete sintonizzati sull'emozione del figlio potete passare alla fase successiva. 

 

2) Considerate il momento di crisi di vostro figlio come una buona occasione per allenarlo emotivamente 


Quando vostro figlio scoppia in lacrime, oppure è rabbioso o noioso, anziché innervosirvi e farvi travolgere da emozioni negative, state tranquilli e pensate a questo momento come una grande occasione per allenare vostro figlio emotivamente. Un altro atteggiamento assolutamente da evitare è ignorare o sminuire le emozioni negative  pensando che passino da sole o che non siano importanti. I bambini hanno invece bisogno di imparare a capire quello che provano sentendoselo dire dai genitori e per non crescere con delle insicurezze hanno bisogno di sentirsi compresi.

 

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Il  consiglio di Gottman è imparare a riconoscere le emozioni prima che sfocino in crisi. Cercate di risolvere insieme i problemi prima che scoppino. Ad esempio se il vostro bimbo è teso per la prossima visita dentistica, è meglio parlare di questa paura il giorno prima della visita e non aspettare la crisi di pianto nello studio dentistico; Se un bambino rompe un giocattolo mostrate subito interesse e preoccupazione, così imparerà che siete alleati e potete collaborare ed eviterà di fare una sceneggiata.

 

3) Ascoltate i sentimenti di vostro figlio senza giudicare né dare soluzioni


Quando siete ben consapevoli che il momento di crisi di vostro figlio è un'opportunità per insegnare e risolvere i problemi allora siete pronti per la fase più importante: l'ascolto empatico. Sedetevi alla sua altezza, parlate in modo rilassato, dedicate del tempo, dimostrate di capire quello che prova ed evitate critiche. La cosa più importante in questa fase è riconoscere il sentimento dei figli e non dare soluzioni o contraddirli pensando di minimizzare un problema.


Ad esempio: una mamma vede la sua bambina triste e le chiede che cosa ha. La bimba racconta che all'intervallo le sue amiche non giocano più con lei. La mamma d'istinto le direbbe di non preoccuparsi e di giocare con altre. Ma questo sarebbe come dire che il suo è un problema futile e sminuire l'emozione di tristezza della figlia. Per essere empatica la mamma deve ascoltare bene tutta la storia della figlia,  indagare su quello che prova facendo domande, tipo: "Questo problema ti fa star male, vero?". 


4) Aiutare il bambino a trovare le parole per definire le emozioni che prova


Una fase estremamente importante dell'allenamento emotivo, consiste nell'aiutare i bambini a dare un nome alle emozioni che stanno provando. “Fornire ai figli le parole può aiutarli a trasformare una sensazione amorfa e sgradevole in qualcosa di definibile e quindi con confini ben precisi, come ogni altro normale elemento all'interno della vita quotidiana. La collera, la tristezza e la paura diventano così espressioni comuni a tutti e che tutti sono in grado di gestire.” dice Gottman.

 

“Il bambino così non solo si sente compreso, ma ora ha anche una parola per definire il suo stato d'animo”. Studi specifici hanno dimostrato che dare un nome alle emozioni ha un effetto rasserenante sul sistema nervoso e aiuta i bambini a uscire più in fetta dalle situazioni di turbamento. Quindi per essere bravi allenatori emotivi dovete aiutare i piccoli a sviluppare un vocabolario con cui esprimere le emozioni. Continuando con l'esempio di prima, dopo aver bene ascoltato la storia della bambina la mamma  può dire "anch'io ci rimarrei male se le mie amiche si comportassero così", "capisco che tu sia triste".

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5) Porre dei limiti ai comportamenti sbagliati e aiutare il bambino a trovare da solo la soluzione al problema


Dopo aver riconosciuto l'emozione che sta dietro un comportamento sbagliato, esservi messi nei panni del piccolo, aiutarlo a dare un nome a quello che prova, ora dovete fargli capire che se anche il sentimento e l'emozione negativa sono comprensibili certi comportamenti sono inaccettabili. E' infatti compito dei genitori porre dei limiti a capricci e comportamenti sbagliati o pericolosi. 


Ad es: “ Sei infuriato perché il tuo amico ti ha preso il giocattolo. Anch'io sarei arrabbiato. Ma non va bene che lo picchi. Che cosa potresti fare invece?” oppure “Va bene sentirsi geloso di tua sorella. Ma non va bene dirle quelle cose cattive. Non riesci a pensare a un altro modo di affrontare questi sentimenti?”.


Gottman si raccomanda che nel riprendere un bambino, il genitore agisca in modo fermo ma senza ledere la dignità del piccolo. Da evitare quindi sculacciate e altre punizioni umilianti. Può funzionare l'esclusione temporanea (allontanare il bimbo finché non si è calmato) ma bisogna farlo con molta sensibilità, quindi senza usare atteggiamenti bruschi o urla.


Una volta che avete fermato le urla e i pianti del bambino, dovete aiutarlo a risolvere il problema.


Prima di tutto chiedete al bambino che cosa vorrebbe. “E' importante, tuttavia, astenersi da un intervento troppo pressante. Se volete veramente che vostro figlio si impadronisca delle conclusioni, dovreste incoraggiarlo a generare da solo le sue idee”


Per aiutare un bambino piccolo a trovare da solo la soluzione al problema che lo affligge potreste inscenare un gioco di fantasia, come usare delle bambole e sceneggiare le due versioni di una soluzione (quella giusta e quella sbagliata). Ad esempio: due bambole possono essere coinvolte nella lite per un giocattolo. Nel primo scenario, la bambola afferra il giocattolo senza nemmeno chiederlo. Nella seconda, la bambola chiede di poter prendere il gioco e propone all'altra bambola di giocare insieme.


Con ragazzi più grandi potete mettervi insieme a pensare diverse soluzioni, anche scrivere una lista su un foglio e poi depennare quelle che non gli piacciono.


Una tecnica per aiutare a visualizzare una soluzione è stabilire dei rapporti tra trionfi passati e futuri. “Potete ricordargli un obiettivo già raggiunto e poi incoraggiarlo a visualizzarlo, cercando di ottenere qualcosa di nuovo con un successo analogo”. 

 

Ad esempio, una bambina che non va volentieri alla materna perché non si trova bene a giocare con una compagna, le si può dire: “Vedo che questo problema ti fa stare male... Ti ricordi qualche altra volta che ti sei sentita così?”. La bimba potrebbe rispondere: “Sì, quando un compagno mi tirava i capelli”. A questo punto le si può chiedere che cosa aveva fatto in quella situazione, in questo modo la bimba visualizza come aveva risolto con successo quel problema e l'aiuta ha trovare una soluzione analoga.


Una volta che un bambino propone una o più soluzioni voi potreste aiutarlo a valutare qual è quella giusta chiedendogli: “Pensi che funzionerà?” “Come pensi di sentirti dopo? Come si sentiranno gli altri?”. 


Utile è raccontare come avete affrontato voi problemi simili da piccoli e che cosa avete imparato da quella esperienza.


Infine se vostro figlio propende per una soluzione per voi sbagliata, ma comunque innocua, fategliela pure mettere in pratica. Così se fallirà potrete incoraggiarlo a saggiare un'altra opportunità. Inoltre la soluzione sbagliata di un problema aiuta i bambini a analizzare i loro errori e i piccoli imparano molto dai loro sbagli.

03 Settembre 2014 | Aggiornato il 22 Febbraio 2016
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