Nostrofiglio

I bambini e le loro emozioni

Il linguaggio di genere danneggia le femmine, ma anche i maschi

Di Chiara Dalla Tomasina
musica-gruppo

23 Giugno 2017
Da anni si sono sviluppati studi su come la cultura e l'identità di genere influenzino le ragazze e la percezione che hanno di se stesse e del loro ruolo in famiglia e nella società. Studi più recenti si sono concentrati anche sui ragazzi. Il risultato? Si è scoperto che il linguaggio di genere e discriminatorio danneggia i maschietti tanto quanto le bambine. Ma una soluzione c'è: incoraggiare i piccoli a esprimere liberamente le loro emozioni

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Il linguaggio di genere e discriminatorio danneggia le bambine tanto quanto i maschietti. Nei libri per bambini, i padri hanno sempre il ruolo di chi porta i piccoli in mille avventure, di chi gioca e ride con loro, ma raramente si esprimono con baci, abbracci e gesti affettuosi. E se prima alcuni studi hanno esaminato le modalità con cui il linguaggio di genere influisce sulla percezione delle ragazze, ora un crescente numero di ricerche dimostra che i messaggi stereotipati sono altrettanto dannosi anche per i ragazzi.

 

Uno studio del 2014 ha scoperto che le madri interagiscono vocalmente più spesso con le bambine di quanto fanno con i figli maschi. Un team di ricercatori britannici ha scoperto che le madri spagnole, per esempio, utilizzavano maggiormente parole e argomenti che trattavano di sentimenti ed emozioni quando parlavano con le figlie rispetto che con i loro figli della stessa età. Lo stesso studio ha osservato come anche i padri usavano più parole ‘emozionali’ con le figlie rispetto ai maschietti. Uno altro studio del 2017 condotto dai ricercatori dell'Università di Emory ha scoperto che i padri cantano e sorridono di più con le bambine, usano un linguaggio più ‘analitico’ e riconoscono la tristezza nelle figlie molto di più che nei figli maschi.

 

I termini che usano con i maschi sono invece più focalizzati sul successo e sulla competizione - come ‘vincere’ e ‘orgoglioso’. Un altro studio ancora ha osservato come, anche durante le visite al pronto soccorso, i genitori parlino in modo diverso: è ben 4 volte più probabile che i genitori dicano alle figlie di stare più attente rispetto che ai loro figli maschi, a parità di attività. Lo stesso studio ha notato che i genitori di entrambi i sessi donano ai bambini direttive su come scendere dai giochi nel parco, ma offrono spiegazioni più ampie e dettagliate solo alle femmine.

 

Anche le abilità di alfabetizzazione dei ragazzi sembrano essere influenzate dal fatto che, da loro, ci aspettiamo un’indole più taciturna. Nel suo libro ‘Manhood in America’, il ricercatore Michael Kimmel afferma che "il curriculum delle arti liberali è visto dai maschi come una femminilizzazione".

 

Per maschie per femmine

Esistono anche materie considerate maschili o femminili: i ragazzi prendono in giro i loro coetanei se questi mostrano un forte interesse per la letteratura o la scrittura creativa, per non parlare della poesia, ritenuta ‘il linguaggio dell'esposizione emotiva’, quindi della debolezza.

Anche le donne sono contraddittorie: spesso sostengono di volere uomini che siano emotivamente trasparenti con loro. Ma come rivela lo studioso Brené Brown nel suo libro ‘Daring Greatly’, molte di loro si sentono poi a disagio se gli uomini parlano in modo approfondito delle loro emozioni. Uno studio canadese su un gruppo di ragazze universitarie ha poi scoperto che le intervistate ritenevano più attraenti gli uomini che utilizzavano frasi più brevi o che parlavano meno, rispetto ad altri più loquaci. Meno gli uomini mettevano a nudo le loro emozioni, più seduttivi sembravano.

 

Per tre decenni la ricerca di Edward Tronick ha esplorato l'interazione tra i neonati e le loro madri. Lui e i suoi colleghi del dipartimento di medicina presso la Harvard Medical School hanno scoperto che le madri hanno interagito inconsciamente con i loro figli più attentamente e con più vigilanza di quanto non avessero fatto con le figlie, perché i maschi avevano bisogno di un maggiore sostegno per controllare le proprie emozioni. Alcune delle loro ricerche hanno scoperto che la reattività emotiva dei ragazzi era ‘limitata’ rispetto a quella delle ragazze. La modificazione della sensibilità, quindi, comincia ancora prima che il linguaggio giochi il suo ruolo. La biologa Judy Chu ha condotto uno studio biennale su bambini di 4 e 5 anni, scoprendo che i maschietti a quell'età erano attivi tanto quanto le bambine nella lettura delle emozioni di altre persone e nel coltivare strette e significative amicizie. Nel suo libro ‘Quando i ragazzi diventano ragazzi’ sostiene che, a un certo punto della vita, i ragazzi sostituiscono questa loro innata empatia con una maggiore distanza emotiva dagli amici. È interessante notare che i ragazzi adottano questo nuovo comportamento esclusivamente in pubblico, ma non a casa. (Leggi anche: Come insegnare ai bambini a perdere)

 

Ma perché noi genitori limitiamo il vocabolario emotivo dei nostri ragazzi?

La spiegazione che ci diamo è che stiamo preparando i nostri figli a combattere e competere in un mondo e un'economia brutali e senza scrupoli. Prima li prepariamo, meglio sarà per loro. Ma la psicologa di Harvard Susan David afferma invece che è vero il contrario: "La ricerca mostra che le persone che sopprimono le proprie emozioni resistono meno agli urti della vita e compromettono la loro salute emotiva”.

 

Come possiamo cambiare questo circolo vizioso?

“Possiamo iniziare - spiega la dottoressa David - lasciando ai ragazzi una libera sperimentazione delle proprie emozioni, senza mai giudicarli ma offrendo loro soluzioni. Per esempio, dobbiamo aiutarli a imparare che le emozioni non sono o buone o cattive e che non sono mai più grandi di loro, e proprio per questo non sono da temere”.

 

Il dottore consiglia di dire ai propri ragazzi frasi del tipo: 'Posso capire che sei sconvolto', o chiedere loro: 'Che cosa ti senti?', oppure ancora 'Che cosa stai provando in questo momento?'.

 

Non dovete dare ai ragazzi grandi lezioni, ma state loro vicino, fateli parlare e fate loro capire che volete ascoltare tutto quello che hanno da dire”.

 

Articolo pubblicato sul New York Times