Il silenzio degli adolescenti, 6 cose da sapere per capirli meglio e aiutarli

adolescente

Il silenzio degli adolescenti è una fase, una 'normale' tappa che rientra nel processo di crescita del preadolescente, non è sempre o solo sintomo di un qualche malessere. A spiegarlo sono due psicologi psicoterapeuti, Rosanna Schiralli, autrice di diversi saggi sugli adolescenti (e tra i promotori del Festival dell'educazione) e Matteo Lancini, autore del libro 'Adolescenti navigati' (Erickson).

Con l'inizio della scuola media, il bambino allegro, vivace e chiacchierone di un tempo sembra lasciare il posto a un figlio che, ogni giorno di più, i genitori faticano a riconoscere. Musi lunghi, occhiatacce e risposte lapidarie diventano, piano piano, quasi la norma.

 

La conversazione, spesso, langue e i tentativi di dialogare di mamma e papà rimbalzano contro un muro di silenzio, dietro il quale il ragazzino, tra gli 11 e i 14 anni, tende a trincerarsi.

 

Ma questo atteggiamento, che di frequente spiazza e preoccupa l'adulto, è un indiscutibile campanello di allarme o no? In realtà, il silenzio è una fase, una 'normale' tappa che rientra nel processo di crescita del preadolescente, non è sempre (o solo) sintomo di un qualche malessere.

 

A spiegarlo sono due psicologi psicoterapeuti, Rosanna Schiralli, autrice di diversi saggi sugli adolescenti (e tra i promotori del Festival dell'educazione) e Matteo Lancini, autore del libro 'Adolescenti navigati' (Erickson).

 

1. Attraverso il silenzio, il figlio che sta crescendo cerca di prendere le distanze dai genitori e di affermare anche la propria autonomia

 

“In questa fascia d'età, i genitori non dovrebbero mai spaventarsi per i cambiamenti. I figli vivono una sorta di altalena tra il bisogno di sentirsi ancora piccoli, con mamma e papà vicini e presenti, e quello di esplorare e crescere - dice Rosanna Schiralli. Questo effetto 'avanti e indietro', a zig zag, fa parte della crescita”.

 

In questo stato di conflitto, per l'esperta, si iscrive bene il silenzio che spesso è una modalità con cui il figlio cerca di prendere le distanze dai genitori ma non si regola perché l'attaccamento è forte. Stare zitto per lui, dunque, è anche un modo per conquistare la propria privacy e autonomia.

 

In modo analogo, Matteo Lancini sostiene che attraverso il silenzio il preadolescente inizia ad affermare la propria soggettività (ovvero l'identità) rispetto agli adulti.

 

Per questo, a un certo punto, “il figlio si prende il potere di determinare la comunicazione, in base ai suoi tempi, che non sono più governati dalla mamma”.

 

2. Il genitore dovrebbe rispettare i tempi del preadolescente e non forzarlo a parlare a tutti i costi quando lui tace

 

In genere, secondo Lancini, i genitori pensano che il silenzio mascheri sempre un disagio ma non è così: a volte, semplicemente, il ragazzino non desidera condividere i suoi progetti. In questo caso, “non c'è modo di stanarlo e non è giusto tirare fuori le parole a forza. Il figlio ormai non è più un bimbo che può essere imboccato a dire quello che fa piacere alla mamma”.

 

Sulla stessa scia, Rosanna Schiralli aggiunge: “quando il figlio risponde a monosillabi o mugugna, se non manca di rispetto - in questo caso, è opportuno rimproverarlo - è bene lasciarlo in pace”.

 

In sostanza, quello che più conta, dal punto di vista di Lancini, è rispettare i tempi fisiologici del figlio, e mostrarsi disponibili poiché il silenzio è anche un diritto, e una scelta che lui può fare.

 

Una scelta che spesso i genitori stentano ad accettare anche secondo il parere dell'esperta: “il mondo dell'adulto codifica il silenzio come una cosa negativa. In realtà, è fondamentale per la costruzione della propria identità e anche per la riflessione”.

 

3. Mostrare eccessiva preoccupazione quando il figlio racconta qualcosa o amplificare un problema, in genere contribuisce a renderlo ancora più silenzioso

 

Alla classica domanda che, prima o poi, ogni genitore si pone di fronte a un preadolescente sempre più ermetico, 'ma cosa avrà mai nella testa?', ci sono diverse risposte.

 

Di fatto, il silenzio è un aspetto della crescita, tuttavia l'atteggiamento del figlio è legato anche all'approccio educativo a casa e alla relazione con l'adulto. Quando il ragazzino, per esempio, tende a non raccontare i fatti della propria vita, secondo Lancini, spesso dipende dall'ansia che l'adulto manifesta. “Oggi se un figlio nasconde un brutto voto, non ha tanto paura di una punizione severa come in passato ma teme che il genitore si angosci troppo.

 

Per questo, l'adulto dovrebbe essere in grado di ascoltare senza reazioni esagerate quello che dice davvero il figlio, al di là di quanto invece preferirebbe sentire”.

 

Nel caso di un qualsiasi problema, è importante che l'adulto abbia la capacità di tollerarlo, senza amplificare la questione. Se il figlio, per esempio, racconta di una lite con un amico, e la mamma fa una scenata fuori scuola, quasi di sicuro non le parlerà più apertamente.

 

Al fine di evitare episodi analoghi, una buona idea è che i genitori si accordino su chi tra loro, in base alla propria storia, sia l'interlocutore migliore per affrontare con il figlio i diversi problemi.

 

4. Un buon modo per evitare che il preadolescente si chiuda nel mutismo è trovare insieme soluzioni ai suoi problemi manifestando un reale interesse verso ogni aspetto della sua vita

 

Nei casi in cui qualcosa mette a disagio il figlio, e lui ne parla a casa, per esempio una presa in giro a scuola, è bene individuare insieme una soluzione che non gli crei più difficoltà.

 

Un buon approccio, secondo Lancini, è valutare cosa fare coinvolgendolo direttamente: 'Cosa pensi sia utile?'. In caso contrario, se il genitore peggiora la situazione con il suo intervento, il preadolescente non dirà più nulla.

 

Alla base di tutto, per tenere aperto un dialogo e aiutare il figlio a superare eventuali scogli, è fondamentale che i genitori si interessino a ogni aspetto della sua vita e non solo alla scuola.

 

“La comunicazione non parte dalla bocca di chi parla ma dalle orecchie di chi ascolta.

I figli sentono spesso che gli adulti sono disposti ad ascoltare solo su alcuni canali, e non su altri”, spiega Rosanna Schiralli.

 

Dello stesso avviso è Lancini che ritiene essenziale prestare attenzione a ogni area di crescita del figlio, dai primi amori, alla vita virtuale, mostrando la capacità di ascoltarlo quando ne ha bisogno.

 

5. Di fronte a un figlio sempre più abbottonato, è importante evitare domande dirette creando invece occasioni di condivisione in cui si apre un varco per invitarlo al dialogo

 

Quando il mutismo diventa la regola, allora è opportuno intervenire, secondo Schiralli, ma non in modo pressante. E' vietato, per esempio, fare domande a raffica sulla scuola ('Che voti hai preso tu? E gli altri?').

 

Un comportamento del genere irrita il figlio e lo rende più taciturno, chiedere invece 'come ti senti?' può aiutarlo a parlare.

 

In ogni caso, se il silenzio è troppo, e il sospetto che ci sia un problema è forte, il genitore dovrebbe dire al figlio: 'ho l'impressione che qualcosa non va, magari sbaglio, aiutami a capire'.

 

“Il verbo 'aiutare' mette il figlio su un piano cooperativo, è molto diverso rispetto a dire 'che c'hai?' che crea un muro”, spiega la psicoterapeuta Schiralli.

 

In questi casi può essere efficace proporre al figlio di fare qualcosa insieme, per esempio mangiare una pizza, fare un giro o una sfida a un gioco che piace a entrambi.

 

Nelle occasioni informali, dove c'è parità di intenti, secondo l'esperta, si apre un varco per parlare, si crea il momento 'giusto' per fare domande al figlio senza che se la prenda e si ritiri di più.

 

“La comunicazione è una danza tra più protagonisti, quindi tutto dipende anche dal momento, a volta l'ironia può aiutare, o bastano una battuta o un semplice sorriso”, dice Schiralli.

 

Di certo, secondo la psicologa, stare insieme, condividere emozioni o fatica rende il figlio più tollerante verso l'adulto che dovrebbe comunque entrare nel suo mondo con discrezione e prudenza.

 

6. Rinunciare a parlare al figlio non è mai la strada giusta anche se può causare frustrazione al genitore e neanche cercare un 'colpevole' per i suoi silenzi

 

I silenzi prolungati e i classici 'sì', 'no' non sono una passeggiata per i genitori, tuttavia non è mai il caso di arrendersi pensando che sia meglio lasciare stare il figlio perché non gli si può dire niente.

 

E' bene non rinunciare al confronto e alla condivisione: “se all'inizio c'è una buona relazione, c'è posto per tutto”, dice Schiralli. Altrettanto importante, dal punto di vista di Lancini, è evitare la caccia al colpevole se il figlio non dice una parola o ha un problema: dare la colpa agli altri non serve.

 

“Di fronte all'attuale complessità, quello che conta è impegnarsi a costruire un ponte tra tutto quanto forma la trama della vita di ogni ragazzo, cercando anche alleanze educative tra famiglia e scuola”.

 

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24 Maggio 2016 | Aggiornato il 17 Febbraio 2017

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