Dislessia bambini: che cosa è, quali sono i segnali d'allarme e strategie di aiuto

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di Simona Regina

Che cosa significa dislessia e bambino dislessico? Quanti sono i bambini dislessici in Italia e nel mondo? Quali sono le strategie per aiutare bambini con una forma di dislessia? La dislessia tende a compensarsi nel tempo? Per rispondere a tanti dubbi su quello che sembra un disturbo sempre più comune tra i bambini, nostrofiglio.it ha interpellato diverse esperti

Corrono il rischio di essere etichettati come pigri, svogliati e disattenti. Perché fanno fatica a imparare a leggere e non riescono a farlo speditamente, col rischio di non capire quello che leggono. Difficilmente poi non incappano in qualche errore durante i dettati e, a volte, imparare a memoria una poesia è un’impresa tutta in salita. Ma non è questione di scarso impegno o mancanza di concentrazione.

 

Le bambine e i bambini dislessici hanno a che fare con un disturbo specifico dell’apprendimento che rende più difficile imparare a leggere e scrivere, tanto da poter condizionare negativamente il rendimento scolastico, e far sentire a disagio i piccoli scolari che non riescono a padroneggiare le lettere che affollano la pagina di un libro, di un quaderno o la lavagna. 

 

Ma non per questo si deve mettere in discussione la loro intelligenza. I bambini con dislessia, infatti, sono intelligenti, non hanno problemi neurologici e sensoriali (vista, udito), ma il loro cervello funziona un po’ diversamente, per cui hanno una ridotta capacità di percepire, distinguere e manipolare i suoni che compongono le parole e una grossa difficoltà nell’associare il suono alla lettera corrispondente. Nostrofiglio.it ha consultato un pool di esperti per conoscere meglio la dislessia e capire cosa fare per aiutare i bambini. 

 

Che cosa è la dislessia?

“La dislessia evolutiva, detta anche disturbo specifico della lettura, è un disturbo dello sviluppo neurobiologico che compromette la capacità di imparare a svolgere in modo fluido e senza fatica tutte quelle operazioni mentali necessarie per leggere: riconoscere le singole lettere, le sillabe o le parole, e associarle con i suoni corrispondenti” spiega Maria Luisa Lorusso, responsabile del servizio di Neuropsicologia dei disturbi dell'apprendimento dell'Istituto scientifico Eugenio Medea di Lecco.

 

Come si può manifestare la dislessia?

La dislessia si manifesta innanzitutto con evidenti difficoltà di lettura. Nel complesso, infatti, le prestazioni nella lettura dei bambini dislessici risultano molto al di sotto del livello che ci si aspetterebbe in base all’età, alla classe frequentata e al livello intellettivo generale.

 

“I dislessici - spiega la psicologa e neurolinguista - qualche volta leggono anche piuttosto velocemente, ma non in modo corretto”. La lettura, cioè, è accompagnata da numerosi errori, quali, per esempio, omissioni di parole o parti di parola, inversioni di lettere o numeri (21-12), confusione tra lettere, per esempio quelle che hanno tratti visivi simili o speculari (e/a, b/d), e sostituzioni di parti o intere parole, in pratica una parola viene letta al posto di un'altra con cui condivide alcune lettere (Algeri/allegri), a causa di un deficit nel processare l’informazione visiva.

 

“Oppure la lettura può essere sufficientemente corretta, ma molto lenta, perché la decodifica grafema-fonema non è automatizzata”.

 

Inoltre, spesso i bambini dislessici incontrano difficoltà nel comprendere ciò che leggono e, di conseguenza, devono rileggere più volte un testo per capirne il contenuto, con l’effetto di affaticarsi di più.

 

E non di rado la dislessia è accompagnata da altre difficoltà, per esempio verbali, come recuperare termini appropriati o memorizzare parole nuove, con i numeri, in particolare nel calcolo mentale e nella memorizzazione delle tabelline, o nella scrittura (disortografia). (Scopri 12 trucchi per imparare le tabelline)

 

Spesso, poi, il bambino dislessico manifesta disagio psicologico, difficoltà comportamentali e demotivazione nei confronti della scuola: ma sono conseguenze della dislessia e non la causa.

 

A quale età si manifesta la dislessia? Non tutte le difficoltà di lettura però sono dislessia

La dislessia è un disturbo congenito, presente fin dalla nascita: “E' stata accertata infatti una significativa componente genetica, su base familiare ed ereditaria. Tuttavia, è con l'avvio dell'apprendimento scolastico dei processi di lettura e scrittura che la dislessia si manifesta più chiaramente” dice Lorusso. 

 

In altre parole, il problema risulta evidente in seconda-terza elementare, anche se alcuni segni si possono osservare già a partire dalla scuola dell’infanzia. “Il 60%, infatti, dei bambini che manifestano un ritardo nello sviluppo del linguaggio in età prescolare, perché per esempio storpiano le parole e hanno uno  scarso vocabolario, manifestano poi disturbi dell’apprendimento” aggiunge Rossella Grenci, logopedista dell’Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza e autrice del libro per bambini Capire la mia dislessia

 

Attenzione però. “Va ricordato che non tutti i bambini che inizialmente mostrano difficoltà nell'acquisire le basi della lettura sono dislessici – ribadisce Lorusso -. Molti recuperano spontaneamente le difficoltà iniziali e raggiungono in tempi abbastanza brevi livelli assolutamente normali di competenza. Proprio per questo, si è molto prudenti e si aspetta almeno un anno e mezzo di scolarizzazione prima di formulare una diagnosi”.

 

Quali possono essere i campanelli di allarme della dislessia? I principali sono tre

E' importante osservare e monitorare con particolare attenzione i bambini che dopo diversi mesi di scuola faticano ancora a riconoscere le lettere e attribuire loro i suoni corretti, o stentano a riconoscere i suoni iniziali e finali delle parole, a individuare somiglianze e differenze, per esempio manipolando i suoni nelle rime o nelle filastrocche. “Soprattutto se sono presenti altri indicatori di rischio, come altri familiari con dislessia– sottolinea Lorusso-. Questo però non significa che si debba correre subito dallo specialista. Ma provare ad aiutare il bambino a superare le difficoltà, anche con interventi di supporto a livello didattico, e se i problemi persistono essere pronti a effettuare approfondimenti”.

 

In ogni caso, proprio sulla ricerca degli indicatori che possano segnalare precocemente il rischio di dislessia si sono concentrati gli sforzi degli scienziati.

 

1) ABILITA' FONOLOGICHE “E ormai c’è accordo nel considerare predittori delle future difficoltà di lettura le cosiddette abilità fonologiche, cioè la capacità o meno di discriminare suoni simili e di segmentare i suoni delle parole nelle sillabe costituenti” spiega Andrea Facoetti, neuropsicologo dello sviluppo dell'Università di Padova. 

 

2) DIFFICOLTA' A REPERIRE LA PAROLA GIUSTA Così come altro campanello di allarme è considerata “l’incapacità di rapida denominazione: i bambini dislessici hanno infatti difficoltà a trovare velocemente la parola giusta da usare al momento giusto”. 

 

3) DEFICIT DELLA CAPACITA' VISIVA Ma anche ridotte abilità visuo-attenzionali, cioè la capacità di estrarre dal contesto visivo l’informazione rilevante rispetto a quella irrilevante, possono indicare rischio di dislessia. In uno studio pubblicato su Current Biology, il team di Facoetti ha dimostrato infatti che le difficoltà nell’acquisire le abilità di lettura, principale manifestazione della dislessia, possono essere causate da deficit nelle capacità di attenzione visiva dei bambini in età prescolare.

 

Come si fa la diagnosi di dislessia? 

Se si ha il dubbio che il proprio figlio sia dislessico, si deve consultare il pediatra e su sua richiesta rivolgersi alla Asl di appartenenza o a un centro specializzato. “La diagnosi viene effettuata da un’equipe multidisciplinare composta da neuropsichiatria infantile, psicologo e logopedista.

 

La si fa solo alla fine della seconda elementare, quando si è chiuso il ciclo di prima alfabetizzazione” spiega Grenci. Per misurare e analizzare le difficoltà e le capacità del bambino si usano test standardizzati e con l’intervento dello psicologo si valuta se il bambino vive un disagio.

 

“Non bisogna pensare, però, che ogni difficoltà che manifesta un bambino sia sinonimo di un disturbo. D’altro canto, non valutare tempestivamente la fatica che il bambino fa nell’imparare a leggere e scrivere e analizzare, di conseguenza, l’effetto di strategie di aiuto è dannoso” afferma Daniela Lucangeli, docente di Psicologia dello sviluppo all'Università di Padova

 

“Secondo il manuale diagnostico DSM5, - aggiunge - per capire se un bambino è dislessico bisogna verificare la resistenza al trattamento: cioè lo si sottopone a una serie di esercizi mirati e solo se i meccanismi di potenziamento non risultano efficaci si può diagnosticare la dislessia. Non basta, cioè, misurare il tempo di lettura e gli errori”.

 

Quanti sono i bambini dislessici in Italia e nel mondo?

La dislessia è meno frequente in quei paesi dove si parlano (e scrivono) lingue in cui la corrispondenza tra segni e suoni (le lettere e i fonemi) è molto regolare e trasparente. “Per questo in Italia, che ha una lingua con ortografia molto trasparente, si stima che i dislessici siano il 2-4% della popolazione, contro il 5-8% o più dei paesi di lingua inglese” precisa Lorusso. 

 

“In particolare la prevalenza stimata sulla popolazione scolastica è del 3,5%, e si avvicina al 5% nella scuola primaria” sottolinea Giacomo Stella, professore ordinario di Psicologia clinica all'Università di Modena e Reggio Emilia e fondatore dell'Associazione Italiana DislessiaQuesto significa che in una classe di 20 alunni è abbastanza probabile che almeno un bambino sia dislessico. 

 

“Si tenga presente che le percentuali cambiano nel tempo - ricorda Stella - perché la dislessia è un disturbo che tende a compensarsi: col tempo cioè il problema tende a farsi meno significativo, perché le maggiori competenze lessicali riducono l’impatto della difficoltà di decodificare i segni aiutando a prevedere cosa c’è scritto”.

 

C’è il rischio di sovradiagnosi di dislessia?

Secondo gli esperti interpellati la cosiddetta sovradiagnosi, cioè un numero eccessivo di diagnosi rispetto all'effettiva prevalenza del disturbo, è un rischio da evitare, non un dato di fatto. 

 

Nel 2013 – precisa Stella - il Miur ha calcolato circa 100.000 diagnosi di dislessia tra gli studenti di 6-18 anni, che corrispondono a poco più dell’1% della popolazione scolastica. Quindi manca almeno il 2% delle diagnosi. 

 

La distribuzione però è disomogenea: in Calabria, per esempio, viene certificato lo 0,1%, mentre in Friuli Venezia Giulia circa il 3%. Questo indica che in alcune regioni ci sono più domande di approfondimento, ma non possiamo concludere che a livello nazionale ci sia un eccesso di diagnosi”. 

 

“Possono poi verificarsi situazioni particolari – spiega Lorusso - per cui in certi contesti o in certe scuole il numero di bambini diagnosticati supera le percentuali previste, ma prima di pensare che le diagnosi siano formulate con superficialità bisogna escludere fattori più probabili”. 

 

Per esempio, le famiglie con bambini percepiti come più fragili potrebbero tendere ad affidarsi a scuole con più esperienza o con più attenzione rispetto ai disturbi specifici dell’apprendimento. 

 

“Insomma – continua la psicologa - le medie e le varie statistiche rappresentano dei valori teorici, che riassumono e semplificano la variabilità e la complessità del mondo reale, ma di fatto i motivi per cui in una certa scuola i casi con diagnosi di dislessia potrebbero essere anche molto più numerosi della media sono tanti. 

 

Ma vorrei ricordare che gli specialisti abilitati a diagnosticare la dislessia hanno alle spalle anni di studio approfondito del problema, e rispondono personalmente (ai loro albi professionali e alle autorità giudiziarie) degli atti compiuti nell'esercizio della professione. Inoltre oggi i criteri per le diagnosi di dislessia sono ben definiti a livello nazionale e ogni regione ha posto regole molto precise sulle procedure e sulle modalità degli accertamenti e delle relazioni diagnostiche”. 

 

Quali sono le strategie per aiutare i bambini dislessici?

La dislessia non deve essere percepita dalla famiglia, né tanto meno dal bambino, come una disgrazia o qualcosa di cui vergognarsi, ma come uno dei tanti modi di essere, con i suoi aspetti positivi e negativi e con le sue inevitabili e innegabili fatiche. 

 

“Essere pronti ad affrontarle e riuscire a trovare e mobilitare nel proprio contesto le risorse utili a facilitare il percorso è probabilmente la ricetta vincente” sostiene Lorusso, che ribadisce quanto la ricerca abbia fatto enormi passi avanti nella definizione e nella verifica dell'efficacia di vari interventi a supporto dei bambini e dei ragazzi dislessici, sia in ambito didattico sia riabilitativo. 

 

Oggi, dunque, le famiglie hanno a disposizione possibilità e strumenti diversi per aiutare i bambini: “Trattamenti logopedici,  interventi di stimolazione che possono essere effettuati presso centri e studi professionali o anche a domicilio, supervisionati a distanza da operatori specializzati,  fino ad arrivare a software sempre più sofisticati che alleggeriscono il carico e la fatica dei ragazzi nelle attività di lettura e scrittura”. 

 

L'importante è non scoraggiarsi, non drammatizzare la situazione, e attivarsi senza perdere tempo per definire bisogni e risorse e trovare le risposte più adatte alle esigenze personali dei bambini. 

 

È molto importante, infatti, che l’intervento sia precoce, perché quanto più è tempestivo, tanto più si può cercare sia di ridurre le difficoltà, sia di stimolare strategie cognitive per aggirare l'ostacolo, prevenendone anche le conseguenze sul piano psicologico.

 

È altrettanto importante, come si legge sul sito dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, che l'ambiente familiare e quello scolastico vadano incontro alle difficoltà del bambino, aiutandolo nella costruzione di un'immagine di sé non fallimentare. 

 

A scuola è importante dunque adattare la didattica alle sue difficoltà di apprendimento, con l'adozione di strategie compensative o dispensative: per esempio privilegiando la lettura silenziosa, l’uso di un lettore o di libri "parlanti", e del computer per la scrittura.

 

“A casa poi – aggiunge Grenci – è meglio che ad aiutare il bambino, nello svolgimento dei compiti, non sia né mamma né papà, per non logorare il rapporto genitore –figlio e in generale il clima familiare con il carico di lavoro scolastico, e ridurre anche l'ansia da prestazione nel bambino”.

 

Ben venga, invece, che mamma e papà leggano libri, storie, fiabe ad alta voce e propongano una serie di giochi che facciano riflettere il bambino sul linguaggio in maniera ludica, a partire per esempio dagli anagrammi, smontando e ricomponendo parole.

 

Cosa prevede la legge 170/2010 sui disturbi specifici di apprendimento?

Come spiega Giacomo Stella nel libro Dislessia oggi, la legge 170 detta i principi generali che devono guidare l’intervento, nell’ambito scolastico e sanitario, per garantire una gestione appropriata della dislessia e di altri disturbi specifici di apprendimento, al fine di favorire la migliore realizzazione delle potenzialità delle persone che ne sono affette.

 

“Diagnosticata la dislessia, in sostanza la legge prevede che la scuola sviluppi un Piano didattico personalizzato in modo da garantire all’allievo dislessico il diritto di apprendere come gli altri, grazie a misure compensative o dispensative, come per esempio la concessione di tempi più lunghi per lo svolgimento delle prove o il ricorso a verifiche orali anziché scritte” spiega Lucangeli. 

 

Strumenti compensativi come il computer, la calcolatrice o la tavola pitagorica non risolvono da soli i problemi, non scrivono da soli i temi o i riassunti- aggiunge Stella - ma costituiscono un elemento di facilitazione che, mentre per i più può essere considerato un optional, per i dislessici diviene un mezzo necessario per soddisfare le richieste scolastiche”.

 

In altri termini, la legge comporta un ripensamento del modo di organizzare la didattica. Gli insegnanti, però, dovrebbero essere preparati per cogliere eventuali segnali di disagio che possono essere correlati alla dislessia, “e non sempre lo sono. E a volte – continua Stella - anziché personalizzare la didattica a misura di studente, la scuola attua un atteggiamento difensivo: la diagnosi attesta un problema e così giustifica una diversa valutazione delle competenze raggiunte dai bambini più lenti”. Investire nella formazione dei docenti è dunque cruciale.

 

Che cosa non fare se un bambino è dislessico?

Non bisogna minarne l'autostima. Dunque insegnanti e genitori devono astenersi dal fare paragoni con altri bambini o dal ridicolizzare o sgridare il bambino per gli errori che fa. 

 

E invece “è importante invece incoraggiare sempre il bambino, perché fa più fatica, ma alla fine impara come gli altri e la dislessia non gli impedirà di raggiungere soddisfazioni scolastiche e lavorative,” aggiunge la logopedista Greci.

 

Secondo la logopedista Grenci, potrebbe anche essere inutile, anzi dannoso, insistere nel far leggere ad alta voce (oppure imparare una poesia a memoria) perché non si fa altro che affaticare il bambino e causargli frustrazione. A lungo andare potrebbe addirittura fargli odiare la lettura.

 

Perché i videogiochi d’azione potrebbero essere di aiuto?

I videogiochi d'azione sono caratterizzati da stimoli molto veloci, che compaiono sullo schermo senza sapere dove e quando, principalmente in visione periferica, e richiedono un’accurata coordinazione sensoriale e motoria al fine di pianificare l’azione da compiere in base alla percezione degli stimoli. Il team di Facoetti dell’Università di Padova, in collaborazione con l’istituto Eugenio Medea di Lecco, ha dimostrato che gli “action videogames” possono essere molto utili per migliorare la capacità di lettura dei bambini dislessici perché migliorano molti aspetti dell’attenzione, in particolare la capacità di estrarre informazioni rilevanti, sia visive sia uditive, da quelle irrilevanti e interferenti.

 

“In pratica, la nostra ricerca supporta l'idea che il trattamento del deficit di attenzione selettiva possa essere cruciale non solo per la terapia, ma anche per prevenire l’insorgere del disturbo. Per imparare a leggere – continua il neuropsicologo - dobbiamo infatti innanzitutto riuscire a distinguere il singolo grafema dagli altri che compongono la parola e poi imparare a trasformare la lettera nel suono corrispondente. Ma i bambini dislessici hanno difficoltà a cogliere la singola lettera, a causa dall’eccessiva interferenza degli altri grafemi.

 

Lo stesso discorso vale per i suoni delle parole, a causa di un deficit dell’attenzione uditiva rilevata nei bambini con dislessia. Ecco perché migliorare le loro abilità attenzionali è funzionale al trattamento e alla prevenzione. Proponiamo quindi di integrare i trattamenti riabilitativi tradizionali con l’utilizzo di quei videogiochi d’azione che agiscono sui circuiti cerebrali multisensoriali (sia uditivi sia visivi) dell’attenzione, sotto il controllo di uno specialista della riabilitazione neuropsicologica”.

 

22 Dicembre 2014 | Aggiornato il 03 Febbraio 2017
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