Scuola: i voti sono davvero utili?

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di Simona Regina

Un brutto voto può essere demotivante, soprattutto se si tratta di bambini della primaria. Molto meglio dare valutazioni descrittive e lavorare con il bambino per migliorare i punti deboli. Abbiamo intervistato insegnanti e psicoterapeuti che ci spiegano perché i bambini non vanno giudicati, ma sostenuti nell'apprendimento. 

“Amore, cosa avete fatto oggi di bello? Dai, fammi vedere i quaderni”. Una routine che si ripete in molte famiglie quando, dopo una giornata di scuola, i genitori sono curiosi di sapere come è andata. E commenti del tipo “Wow, hai preso 10!” possono alternarsi a “Vedrai andrà meglio la prossima volta, continua a impegnarti!” se in fondo alla pagina non campeggia un bellissimo voto per i troppi errori. Del resto a scuola si va per imparare e sbagliando si impara.


Ma il voto numerico è effettivamente il modo migliore per premiare o stimolare un bambino o una bambina della scuola primaria a fare di più? È, insomma, la giusta unità di misura delle competenze acquisite e del percorso di crescita che giorno dopo giorno i piccoli scolari intraprendono tra i banchi di scuola?

 

La riforma Gelmini ha reintrodotto i voti in pagella, ma sul quaderno non sono obbligatori

In Italia è stata la Riforma Gelmini a reintrodurre la valutazione numerica alla scuola primaria e secondaria di primo grado (abbandonata nel 1977) e così, dal 2009, sono tornati i voti in pagella. 

La legge però lascia alla discrezione dei singoli insegnanti l’impiego del voto nella valutazione quotidiana delle attività didattiche. E, di fatto, alcuni ricorrono a faccine (sorridenti o meno), stelline o cuoricini, altri al bravo, bene, e altri ancora ai numeri, per valutare il lavoro svolto in classe e i compiti a casa.

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I bambini hanno ritmi di apprendimento diversi
“La reintroduzione del voto è stata una sciagura che ha riportato in auge una pratica del tutto sbagliata e controproducente. Quando si studia per il voto la scuola non funziona, se si studia invece per il piacere e la curiosità di imparare si apprende molto di più” afferma Franco Lorenzoni, maestro di scuola primaria e autore del libro "I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica" (Sellerio, 2014).

“Quella numerica è una valutazione da contachilometri, che misura le velocità di apprendimento dei bambini e finisce con etichettarli precocemente in bravi e meno bravi, innescando il perverso e insensato meccanismo delle classifiche. I ritmi di apprendimento sono molto diversi e vanno rispettati, per questo non ha senso fare paragoni tra i bambini.

In prima elementare ci sono alcuni che imparano presto a leggere e scrivere, altri invece fanno fatica. Non c’è alcun motivo di etichettarli con un numero”.

Secondo Lorenzoni “bisogna recuperare il significato etimologico della parola valutazione: che vuol dire dare valore. Dobbiamo quindi valorizzare tutti i bambini accogliendo le loro diversità nell’apprendimento.

Pensare che un brutto voto stimoli a fare meglio è falso. Ciò che accade, al contrario, è che la frustrazione di un paragone illegittimo certificata dal voto basso fa sentire i più fragili non capaci, non adatti. Per i bambini ogni brutto voto è una piccola ferita”.

 

 

Il brutto voto può essere demotivante
“Ogni volta che facciamo qualcosa proviamo delle emozioni. Quindi, anche quando un bambino impara e si impegna, per esempio, per memorizzare una tabellina o una poesia - spiega Daniela Lucangeli, docente di psicologia dello sviluppo all’università di Padova - vive delle emozioni: piacere, ansia, curiosità, paura...”.

Se quella piccola o grande sfida cognitiva è accompagnata da un’emozione negativa, come la paura di non farcela, di essere giudicato negativamente, di non riuscire come gli altri compagni di classe, il bambino ricorda non solo numeri e parole ma anche il disagio che ha provato. Disagio che può essere rinforzato dal brutto voto che, a sua volta, può innescare senso di colpa per non esserci riuscito e la convinzione di non essere all’altezza.

Un circolo vizioso insomma. Alla fin fine, cioè, “nelle situazioni di difficoltà scolastiche, l’uso ripetuto di un voto non gratificante può essere demotivante. Perché se il bambino sperimenta una serie di insuccessi, confermati dal voto negativo dell’insegnante, può viverli come una conferma della propria inadeguatezza e incapacità, e perdere così l’entusiasmo di provare e riprovare”. 

 

Il voto è utile solo se è l'occasione per individuare in cosa un bambino deve esercitarsi maggiormente
Il voto, però, non è tutto. “Dipende molto dal significato che gli viene attribuito, da insegnanti e genitori, e dal messaggio che viene veicolato insieme a quel numero scritto sul quaderno” precisa Lucangeli. Se il voto non è usato e vissuto come strumento di comparazione, come metro per misurare l’errore, come lente di ingrandimento di cosa non si è saputo fare, come giudizio sulle capacità dei bambini, “ma come occasione per fare il punto sul percorso di apprendimento fatto, e se l’insegnante, nel valutare, evidenzia cosa (eventualmente) non ha funzionato per stimolare la ricerca di nuove strategie, allora il voto può essere utile”.

“I bambini – sottolinea infatti Daniela Lucangeli - devono saper misurare la propria riuscita, ma un conto è misurarla per poter fare meglio, un conto per dire ‘sono brava’ o ‘non valgo niente’”.
“La valutazione dell’insegnante – ribadisce infatti Alberto Pellai, psicoterapeu­ta dell’età evolutiva e ricercatore al­l’università di Milano – deve aiutare i bambini a verificare i propri punti di forza e individuare su cosa è opportuno esercitarsi di più, per migliorare”.

 

È importante, in altre parole, che non sia solo un mero numero a rendicontare il lavoro svolto: “il voto, quando usato, deve sostenere il processo di apprendimento e non deve essere un metro per stabilire chi è bravo e chi non”.

“L’insegnante del resto - precisa Adriana Molin, psicologa, specializzata in psicopatologia dell’apprendimento - non è un ragioniere ed è importante che, nella correzione e nella valutazione, fornisca feedback appropriati ai bambini, in modo che ciascuno possa sentirsi incoraggiato a fare e ciascuno capisca cosa fare per migliorarsi”.

 

I genitori non devono focalizzarsi sui voti

“Spesso, però – continua Pellai - sono i genitori che attribuiscono un’eccessiva importanza al voto, fino a farlo diventare un numero attorno al quale costruire giudizi di valore sul proprio figlio: è bravo, è intelligente, non ce la fa, non riesce.

E il bambino impara proprio dalle reazioni dei genitori a diventare il suo voto”.

Per questo suggerisce ai genitori di non chiedere sempre, quasi ossessivamente, “che voto hai preso oggi?”, né tantomeno di fare un dramma se qualche volta il 10 sul quaderno è rimpiazzato da un voto più basso. “Di fronte a un brutto voto, o a un voto al di sotto dei soliti standard, mamma e papà possono aiutare il bambino a capire cosa è andato storto e cosa fare per riuscire meglio la prossima volta, ma senza etichettarlo come un insuccesso”.

 

Come spiega nel libro "Voglio essere il numero due" (Erickson, 2016), “i bambini hanno il diritto di sbagliare e anche il bambino più brillante deve imparare a tollerare l’errore e non essere assillato dall’idea che debba essere sempre il numero uno”.

Se a un figlio, però, non facciamo altro che ripetere che è importante che prenda bei voti ed enfatizziamo quando questo non accade, “gli insegniamo che essere bravo a scuola dipende dalle valutazioni che riceve. Invece, quando si è così piccoli, ciò che conta è imparare. Essere bravi a scuola – spiega Pellai - significa avere voglia di provare, sbagliare, ricominciare, essere curiosi, acquisire nuove competenze e conoscenze, ampliare la gamma dei propri interessi, ma anche delle proprie relazioni, considerato che soprattutto alla scuola primaria i compiti di socializzazione sono importanti quanto quelli di apprendimento”. 

 

Insegnate a vostro figlio che lui non è il voto che prende
Come tranquillizzare un bambino demoralizzato per aver preso un “brutto” voto? “Bello o brutto che sia - spiega Molin - i bambini possono considerare quel voto come un giudizio sulla persona e non sul compito eseguito”.

E questo è il rischio maggiore da scongiurare. “È importante allora rincuorare il bambino e fargli capire che potrà andare meglio, ma soprattutto che quel voto è una valutazione del compito e non indica che vale meno di chi ha preso un voto migliore”. Ma è importante che soprattutto in classe, “l’errore non venga fatto percepire come il nemico da evitare a ogni costo ma come punto di partenza per migliorarsi, e che il voto non diventi il fulcro attorno a cui far ruotare l’attività didattica, ma solo un aspetto estremamente marginale della vita scolastica” commenta Gianluca Daffi, docente di interventi psicoeducativi all’università Cattolica di Milano e Brescia.

L’apprendimento è infatti modulato dalle abilità di base, ma anche da fattori emotivi e motivazionali: “per cui se quel voto alimenta la convinzione di non essere capaci e adeguati al compito, può intaccare l’autostima e la percezione che il bambino ha di sé, scoraggiandolo inevitabilmente anche nelle sfide future” spiega Daffi. Il messaggio dunque che deve arrivare è che “tu non sei il voto che prendi”. 

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Attenzione a non innescare gare competitive 
“Un ulteriore pericolo insito nella prassi della valutazione numerica è l’innescare inutili paragoni tra i bambini, tra chi ha preso di più e chi meno, come se la scuola fosse il luogo in cui si va per piazzarsi ai primi posti di una fantomatica classifica” aggiunge Lorenzoni. Ma “gareggiare per essere il primo della classe non aiuta la crescita personale e della comunità, lo sviluppo e l’acquisizione di competenze”. “Per questo, come genitori, dovremmo evitare di chiedere cosa hanno preso gli altri: la scuola non è una gara” ricorda Pellai. “In fondo il motore dell’apprendimento è la cooperazione all’interno del gruppo”.

Ben venga, dunque, secondo gli esperti interpellati da Nostrofiglio, confrontarsi con gli altri, ma non in un’ottica competitiva: perché la competizione può portare al conflitto, alla discriminazione, alla frustrazione. “Al contrario, un clima non competitivo, meno ansiogeno, che preserva la libertà di sbagliare e valorizza il confronto dialettico con l’altro, può favorire l’espressività di tutti, la formazione della personalità e l’acquisizione di quelle competenze che non sono valutabili in termini di prestazioni più o meno riuscite” commenta Beatrice Benato, autrice del saggio "Sospendere la competizione" (Mimesis 2015). Si pensi per esempio alla capacità di socializzare, all’impegno, al senso di responsabilità.

 

Una valutazione descrittiva è preferibile al voto numerico

Se per obblighi ministeriali, dunque, nelle pagelle la valutazione deve essere sintetizzata in un voto numerico, "nella prassi quotidiana è preferibile una valutazione qualitativa, descrittiva, che non misuri continuamente le prestazioni con il centimetro dei voti, ma valorizzi l’evoluzione dell’apprendimento e l'impegno, tenendo conto dei differenti ritmi di crescita" spiega Daffi.

"Secondo me l’insegnante ha il dovere di rendere motivante la scuola, per cui anche se la prestazione non è sufficiente, non deve scoraggiare l’alunno, ma fornirgli gli strumenti per avvicinarsi alla meta, nella consapevolezza che un bambino incoraggiato e supportato nella sfida che deve intraprendere affronterà meglio le difficoltà” continua Molin.

 

Sul percorso scolastico dei bambini e delle bambine che hanno appena lasciato la scuola dell’infanzia meglio allora non far pesare l’ansia della valutazione, “perché la preoccupazione del voto può distogliere risorse da destinare ai compiti da svolgere. E, d’altro canto, la valutazione di un dettato e di un problema non dovrebbe distogliere l’insegnante dal valorizzare comunque i bambini, tenendo conto dell’impegno e delle capacità”.
Anche secondo Pellai la migliore valutazione, alla scuola primaria, è quella che “sostiene la crescita dei bambini, potenziandone i punti di forza e accogliendone i punti deboli, attraverso un percorso che consenta a ciascuno di progredire, e in cui il voto, usato saltuariamente, possa servire a indicare cosa fare meglio e non a evidenziare gli errori”.

In altre parole, la valutazione non dovrebbe agire da freno inibitore, ma “dovrebbe essere uno strumento attraverso il quale ripercorrere il processo cognitivo che ha (o non ha) generato l’errore in modo da verificare dove il processo di apprendimento si è inceppato” spiega Lucangeli. “Perché il bambino non ha bisogno di essere giudicato, ma di essere aiutato a identificare le difficoltà per superarle. L’unica valutazione sensata, insomma, è quella proattiva, che stimola al miglioramento e non ingabbia in un voto l’esperienza scolastica.

Perché i bambini danno il meglio quando si sentono accolti nella loro diversità” aggiunge il maestro Lorenzoni. “Noi insegnanti - conclude - oltre a costruire un rapporto positivo con la conoscenza, abbiamo il compito di educare i bambini alla fatica, allo sforzo, a sostenere la frustrazione data dal non raggiungimento immediato di un risultato. Ma sostenerli nella fatica insita nello studio non ha niente a che vedere col dispensare frustrazioni con inutili brutti voti”.

 

A tal fine, l’anno scorso il Movimento di Cooperazione Educativa e quest’anno la rete Scuole senza zaino hanno lanciato delle campagne per una scuola (primaria) senza voti.

Leggi anche: Voti in pagella? Bocciati. Ecco perché

25 Maggio 2016 | Aggiornato il 10 Febbraio 2017
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