Una brutta pagella, come comportarsi

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Da poco è terminato il primo quadrimestre e le pagelle rappresentano un traguardo importante, una valutazione del lavoro svolto dai bambini nei primi quattro mesi dell’anno scolastico. Come ci si deve comportare quando i voti del proprio bambino non risultano particolarmente brillanti?

Febbraio, tempo di pagelle. Da poco è terminato il primo quadrimestre e le pagelle rappresentano un traguardo importante, una valutazione del lavoro svolto dai bambini nei primi quattro mesi dell’anno scolastico. Attesissime sia dai bambini sia dai genitori, soprattutto in prima elementare, ma spesso altrettanto temute, quando si sospettano risultati così così. Ma come si deve comportare un genitore quando la pagella del proprio figlio non è proprio “brillante”? (Leggi anche: regali per la pagella, sì o no?)

Prima di tutto bisogna cercare il motivo dell’insuccesso, considerando il bambino nella sua individualità, nella relazione con gli insegnanti e con i compagni.

“Una brutta pagella è il segnale di un disagio che trova la sua manifestazione nello scarso rendimento scolastico” ci spiega Sara Peruselli, psicologa specializzata nei temi dell'apprendimento e dei talenti dei bambini e dottore di ricerca in psicologia.

“Le cause del disagio possono essere tantissime, strettamente legate ai meccanismi sui quali si sviluppa la vita del bambino, ma tutte riconducibili a una difficoltà di adattamento. Innanzitutto il passaggio dalla scuola dell’infanzia a quella primaria è sempre un trauma: cambiano i metodi, gli insegnanti, a volte anche i compagni, c’è il primo approccio allo studio e il confronto con le prime richieste da parte dell’insegnante. Insomma, ci sono importanti cambiamenti e ogni bambino ha i suoi tempi per abituarsi. E quando il bambino necessita di un periodo di adattamento più lungo, il suo rendimento scolastico può risentirne".

"La difficoltà di adattamento - spiega la psicologa - può anche nascondere un problema di autostima, di scarsa motivazione (per esempio nel caso di bambini che sanno già scrivere o leggere e che quindi a scuola si annoiano), difficoltà di motricità (non sanno tenere bene la penna in mano e provano un senso di frustrazione), relazionali (bambini timidi e inseriti in una classe molto numerosa e sconosciuta, magari senza nessun compagno della materna) o di contesto familiare: per esempio il bambino sta affrontando un periodo difficile perché è accaduto un evento che deve ancora metabolizzare (separazione dei genitori, morte di un parente, nascita di un fratellino, trasferimento in un’altra casa o città, perdita del lavoro da parte di un genitore, ecc…). Ecco perché la sua attenzione e la concentrazione verso lo studio possono venire meno".

Per quanto riguarda le difficoltà di tipo cognitivo, invece, secondo la psicologa, "la pagella della prima elementare non è assolutamente indicativa: una diagnosi di questo tipo, infatti, può essere fatta solo verso la fine della seconda elementare”.

A tu per tu con le maestre

Se dalla pagella sono emersi dei problemi, la psicologa suggerisce ai genitori di chiedere un colloquio con le insegnanti. “La comunicazione con la maestra è fondamentale, così come la fiducia: ci sono genitori che negano i messaggi dei docenti, limitandosi a vedere il proprio figlio nel contesto familiare e non immaginandolo in quello scolastico (mio figlio non è così, a casa è diverso, ecc.), quindi è importante che ascoltino i consigli dell’insegnante, anche quando questo dice qualcosa che non ci si aspetta o non si vuole sentirsi dire, per poi intervenire a risolvere eventuali problemi tempestivamente".

E poi far prevalere la regola del buon senso: "il mestiere di genitore non si impara e non lo insegna nessuno, perciò è utile ascoltare il proprio bambino e osservare bene i segnali che ci manda. Ricordiamo che i bambini mandano sempre dei segnali molto chiari del proprio malessere e il compito degli adulti è quello di ascoltarli e aiutarli”.

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E se si tratta di reali difficoltà scolastiche?

“L’insegnante che si rende conto che il bambino incontra difficoltà a scuola dovrebbe valutarle e avvisare la famiglia, consigliando per esempio l’aiuto di un logopedista o di altri specialisti a seconda della natura del problema. E poi cercare di adattare al bambino le regole di apprendimento, nel caso abbia notato che ha tempi e ritmi diversi rispetto ai compagni", sostiene la psicologa.

E continua: "I genitori, dal canto loro, non devono drammatizzare su una pagella disastrosa e considerare che nulla è perduto, che le lacune sono recuperabili e nel secondo quadrimestre si avrà tutta la possibilità di migliorare. Certo, prima si interviene meglio è. Inoltre è importante rassicurare il bambino facendogli capire che ci può essere un miglioramento, che ha le possibilità per riuscirci, insomma trasmettergli un messaggio positivo che lo aiuta a recuperare il senso di autostima e a contribuire a far crescere in lui la voglia di studiare e imparare".

"Infine è bene che i genitori facciano un confronto tra i brutti voti di una pagella, certamente non attesi, con le proprie aspettative. In particolare se si tratta di una famiglia con un figlio unico, situazione tipica in cui le attese sono tutte esclusivamente concentrate su di lui e non c’è la possibilità di un confronto con un altro figlio, che creerebbe sicuramente una preoccupazione minore”.

"La pressione scolastica da parte dei genitori che incalzano i figli perché abbiano voti alti è dannosa - conclude la psicologa -: il rischio, infatti, è che il bambino percepisca che è più importante un bel voto piuttosto che applicare e apprendere la materia stessa. Insomma, meglio un 6 che rispecchia le capacità giuste del bambino, piuttosto che un 8 preso non per uno studio costante ma per l’exploit di impegno breve ma intenso e svolto solo per soddisfare il desiderio dei genitori".

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14 Febbraio 2012 | Aggiornato il 08 Febbraio 2017
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