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Voti in pagella? Bocciati. Ecco perché

Di Simona Regina
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18 Febbraio 2016 | Aggiornato il 15 Febbraio 2017
Dal 2009 anche sulle pagelle della scuola elementare sono tornati i voti, espressi in decimi, per valutare l’apprendimento e le competenze di bambini e bambine. Un approccio che non soddisfa i pedagogisti perché i voti negano l’importanza dell’errore, se negativi causano frustrazione e, in ogni caso, demotivano.

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Sbagliando si impara e la scuola è, o dovrebbe essere, il luogo d’elezione dove l’errore è contemplato, perché inevitabile compagno di viaggio di chi tra i banchi si prepara a conoscere il mondo e a dotarsi di quella famosa cassetta degli attrezzi “per seguir virtute e canoscenza”. Sbagliare, in pratica, fa parte del percorso scolastico, di apprendimento e di acquisizione di nuove competenze, e mai e poi mai la paura di sbagliare e di non essere all’altezza dovrebbe scoraggiare i piccoli allievi.

 

Ma allora i voti servono? E un brutto voto in pagella o sul quaderno riesce a incoraggiare a fare meglio e a impegnarsi di più, oppure rischia di frustrare chi sta vivendo i primi anni della scuola dell’obbligo?

 

I voti in decimi: un ritorno al passato

 

È stata l’allora ministra dell’Istruzione Maria Stella Gelmini a (re)introdurre nel 2009 i voti in decimi per la valutazione (intermedia e finale) dell’apprendimento e del rendimento complessivo degli alunni e delle alunne della scuola primaria (e secondaria di I grado), in base alle disposizioni apportate dalla legge 169/2008, che lascia alla discrezione dei singoli insegnanti l’impiego del voto nella valutazione quotidiana delle attività didattiche.

 

Praticamente un ritorno al passato, visto che nella scuola elementare e nella scuola media le pagelle con il voto numerico erano state abbandonate nel 1977 (con la legge 517), a favore di una valutazione espressa con giudizi (analitici o sintetici).

 

Il centimetro dei voti non serve ai bambini

 

Misurare con il centimetro dei voti le prestazioni e le competenze dei bambini non è il modo migliore per valorizzarne i talenti, favorire un sereno e graduale interesse allo studio e alimentare la curiosità, che deve essere la molla fondamentale che li incoraggia a imparare e scoprire sempre cose nuove. Lo sostiene a gran voce Francesco Dell’Oro, per molti anni responsabile del Servizio orientamento scolastico del Comune di Milano e convinto sostenitore dell’abolizione dei voti dalla scuola primaria (ma anche dalle medie).

 

“Un tale sistema di valutazione è lontano anni luce dalla capacità di motivare i bambini: un brutto voto, infatti, invece di motivarli, li ferisce, e anche un bel voto, che esalta chi va bene, alla lunga rischia di spegnere la curiosità e di finalizzare l’impegno a un buon giudizio da parte dell’insegnante”.

 

Sbagliando si impara

 

“La scuola è il luogo elettivo dell’errore e quando un bambino sbaglia il suo errore non va cristallizzato con un brutto voto o con un categorico ‘male’. Piuttosto gli deve arrivare un messaggio di incoraggiamento: ‘così non va bene, ma tranquillo, insieme cerchiamo la soluzione del problema’, oppure ‘ho apprezzato questa parte ma si può migliorare su questi aspetti’.

 

Perché i bambini hanno bisogno come dell’aria che respirano di essere stimati e valorizzati. E un brutto voto li ferisce, li fa sentire incapaci, perché in fondo si sentono sotto osservazione, come se non fosse solo il compito a essere valutato ma loro stessi”.

 

La valutazione è parte del percorso formativo, ma il voto non è lo strumento migliore

 

“Il voto, inoltre, non rende giustizia alla funzione della valutazione dell’apprendimento” aggiunge Anna Maria Bondioli, docente di pedagogia generale e sociale all’Università di Pavia. Perché un mero numero rischia di essere muto: “poco dice infatti al genitore, e ancor più al bambino, di cosa sta apprendendo a scuola e come sta affrontando le nuove sfide del sapere. E, in caso di difficoltà, rischia di essere demotivante”.

 

Ciò non toglie, ribadisce Bondioli, che la valutazione faccia parte integrante del processo formativo, ma dovrebbe essere al servizio della didattica e non uno strumento per etichettare alunni “bravi” e alunni “cattivi”. “Bisogna distinguere, cioè, tra la valutazione sommativa e formativa”. La prima misura con test e verifiche il grado di apprendimento degli studenti ai fini di un bilancio finale.

 

Quella formativa, invece, monitora giorno per giorno le capacità di comprensione dei bambini e i progressi maturati al fine di adattare meglio l’offerta didattica alle loro esigenze. L’intento dunque non è quello di misurare numericamente le performance dei bambini, per classificarli, ma creare il contesto migliore affinché possano imparare a imparare, consentendo a ciascuno di sviluppare al meglio le proprie capacità, intelligenze e attitudini, e autocorreggersi.

 

“Non ci si deve illudere – continua la professoressa – che il brutto voto in qualche modo li fortifichi e li prepari a gestire, poi, le piccole o grandi frustrazioni della vita. Rischia, piuttosto, di ostacolare il consolidamento dell’autostima, di trasformare la scuola in un luogo ostile e di sollecitare forme di competizione e individualismo. È dunque un approccio incoerente anche con l’educazione alla cittadinanza (promossa a livello ministeriale fin dalla scuola dell’infanzia), che si basa sulla cooperazione, la condivisione, il confronto…”. (Leggi anche: affrontare un insuccesso)

 

No ai voti in pagella

 

“Sono convinto che il modo peggiore per monitorare e valutare i processi di apprendimento sia quello dei voti numerici, in pagella e sul quaderno. Perché i voti imbrigliano il rendimento e lo irrigidiscono per necessità valutative, creando così un’inutile ansia da prestazione, spegnendo l’entusiasmo e alimentando una logica puramente competitiva” ribadisce il pedagogista Daniele Novara, direttore del Centro Psicopedagogico di Piacenza e autore di Con gli altri imparo, far funzionare la classe come gruppo di apprendimento (Erickson). “Alla base dell’insegnamento e della valutazione degli allievi ci dovrebbe invece essere la consapevolezza che bambini diversi hanno bisogno di tempi diversi per imparare: bisogna quindi dare tempo al tempo, valutando, cioè registrando i progressi graduali, ma mettendo assolutamente al bando le mortificazioni del brutto voto”.

 

In altre parole, secondo Novara, bisogna smettere “di stressare i bambini della primaria con raffiche di voti che bloccano la legittima necessità di sperimentare l'errore e puntare su una valutazione capace di rilevare i progressi degli alunni e non la loro performance assoluta come se la scuola fosse una gara e non un luogo dove si va per imparare”.

 

“Per questo i voti sono assenti dalla routine quotidiana nelle scuole Montessori, salvo nella pagella finale per assolvere agli obblighi ministeriali” spiega Benedetto Scoppola, presidente dell’Opera Nazionale Montessori.

 

“Il nostro obiettivo è motivare il bambino a scoprire il mondo, ad apprezzare il bello della conoscenza e a valorizzare le proprie capacità e la propria creatività e in quest’ottica il voto rischia di fagocitarne l’interesse in virtù del desiderio di fare bene solo per avere tutti dieci: per questo cerchiamo di creare un ambiente collaborativo e stimolante senza voti”.

 

Guarda anche il video: come migliorare la concentrazione dei bambini