Fecondazione in vitro e graffio all'utero: tutto quello che bisogna sapere sullo scratch endometriale

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di Valentina Murelli

Lo scratch endometriale, che consiste nel praticare un piccolo trauma nel rivestimento interno dell'utero, è una delle tecniche del momento nell'ambito dei trattamenti di fecondazione in vitro. Alcuni studi suggeriscono infatti che possa aumentare le chance di impianto dell'embrione. I risultati, però, non sono ancora sufficientemente solidi per essere definitivi e per questo non tutti approvano la diffusione della procedura.

Un graffietto sull'endometrio, il tessuto che riveste l'interno dell'utero: è il cosiddetto scratch endometriale, una nuova metodica che sta prendendo piede in alcuni centri di fecondazione in vitro soprattutto privati, dove costa in genere tra i 100 e i 200 euro.

 

L'idea è che questo graffio, praticato durante il ciclo mestruale precedente un trattamento di procreazione medicalmente assistita (PMA), possa favorire l'impianto dell'embrione in utero, aumentando le chance di rimanere incinta. Ma è davvero così? E come funziona la tecnica? Vediamo.

 

Come viene fatto il "graffietto"
"La tecnica è piuttosto semplice" spiega Elena Zannoni, responsabile del servizio di chirurgia ginecologica dell'Istituto clinico Humanitas di Rozzano (MI). Qui lo scratch è praticato in particolari condizioni cliniche - donne giovani con precedenti fallimenti di impianto di embrioni fecondati in vitro - e solo nell'ambito di procedure più ampie di valutazione dello stato di salute dell'endometrio. Oppure su richiesta specifica di pazienti che stanno seguendo percorsi di PMA con ovodonazione all'estero, perché le cliniche con cui sono in contatto spesso lo richiedono.

 

 "In pratica - spiega la ginecologa - si tratta di inserire nell'utero, per via transvaginale, un piccolo catetere chiamato pipelle, di pochi millimetri di spessore, con il quale si praticano dei graffi sulla parete dell'utero. Lo stesso obiettivo può essere ottenuto con altri strumenti, come la curette o una sonda per isteroscopia". Il tutto dura pochi minuti e viene praticato senza anestesia.

 

Va ricordato però che la procedura può causare un po' di malessere o dolore e che, per quanto raro, il rischio di infezioni o di perforazioni uterine non può essere del tutto escluso.

"C'è ancora una certa variabilità da centro a centro rispetto al momento in cui praticare lo scratch, ma in generale si ritiene che una finestra utile si trovi nella seconda metà del ciclo mestruale che precede quello in cui verrà effettuata la stimolazione ovarica e l'impianto di eventuali embrioni" spiega Zannoni.

 

A cosa serve?
L'endometrio è lo strato della parete uterina nel quale si impianta l'embrione nella primissima fase della gravidanza. L'idea alla base dello scratch endometriale è che la creazione di un piccola trauma in questo tessuto possa favorire l'attacco dell'embrione, ma il perché questo dovrebbe accadere non è affatto chiaro, ed è proprio questo uno dei motivi per cui alcuni medici non guardano alla tecnica con particolare entusiasmo. "Non c'è un vero e proprio razionale scientifico alla sua base" commenta Edgardo Somigliana, responsabile dell'Unità di PMA del Policlinico di Milano (dove la tecnica non è eseguita).

 

In generale, comunque, le ipotesi principali chiamate in causa per spiegare il possibile funzionamento della tecnica sono due: "Da un lato, si ritiene che il graffietto generi una risposta infiammatoria locale che, per qualche motivo, aumenterebbe la disponibilità dell'endometrio ad accogliere l'embrione" spiega Zannoni. "Dall'altro, si parte dal presupposto che a seguito della stimolazione ovarica effettuata durante le procedure di fecondazione in vitro si crea una situazione di squilibrio nella maturazione dell'endometrio, e si pensa che lo scratch possa aiutare a riportarla  all'equilibrio".

 

Funziona davvero?
Sull'efficacia la scienza non sembra avere, almeno per ora, risposte assolutamente certe e definitive. Alcuni studi scientifici riportano successi significativi, altri meno, ma il problema principale è che, in generale, si tratta di studi di qualità non particolarmente elevata. Questo è il limite principale della letteratura scientifica riscontrato da un gruppo di ricerca della Cochrane Collaboration, un'iniziativa internazionale che si occupa di revisione critica delle informazioni disponibili sugli interventi sanitari, che si è preso la briga di analizzare il complesso dei dati scientifici ottenuti finora.

 

Chiudendo un occhio su questo limite, il bilancio sembra positivo: la tecnica risulterebbe associata a un aumento del tasso di gravidanze e di nascite per le donne che l'hanno eseguita. Il limite però resta, tanto che la revisione Cochrane si conclude dichiarando la necessità di ulteriori studi, scientificamente più solidi, prima di poter giungere a conclusioni definitive. E in ogni caso, i risultati positivi sembrano riguardare in particolare donne che abbiano già effettuato senza successo almeno due trasferimenti di embrioni. Come a dire che non si può comunque pensare a un'applicazione a tappeto e di prima linea per tutte le donne che effettuano una fecondazione in vitro.

 

Ancora meno convincenti sono i risultati relativi alla procedura applicata non nell'ambito di trattamenti di fecondazione in vitro, ma in donne con infertilità non spiegata che si sottopongano a inseminazione intrauterina o stiano tentando il concepimento per vie naturali. In questo caso, un'altra revisione Cochrane dice che l'efficacia della tecnica è ancora incerta e che di sicuro servono più studi, più ampi e di migliore qualità, prima di poter dire qualcosa di definitivo.

 

"Anche nel migliore dei casi, insomma, non ci sono prove scientifiche sufficientemente solide per fare di questa tecnica una procedura di routine" conclude Somigliana. "Capisco molto bene che le coppie che desiderano un figlio e non riescono ad averlo tendano ad aggrapparsi a qualunque speranza, però non dobbiamo dimenticare che nell'ambito della medicina della fertilità vengono continuamente proposti nuovi interventi, esami, procedure, non sempre sostenuti da solide basi scientifiche. Il rischio, in questi casi, non è solo quello di acquistare un'illusione, ma anche di sottoporsi a trattamenti non particolarmente utili o del tutto inutili, che potrebbero comunque comportare qualche rischio".

 

25 Agosto 2016

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