Nostrofiglio

Storie di mamme

Lettera a un bambino che è nato

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22 Febbraio 2013
Intervista a Raffaella Clementi, autrice di un libro-diario in cui racconta la sua esperienza personale di procreazione medicalmente assistita fino alla nascita del figlio. Una storia intensa, struggente ...

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Verso il 'bambino prezioso'

La medicina li ha battezzati 'precious baby', bambini preziosi: sono i piccoli nati con la procreazione medicalmente assistita (Pma). Un cammino lungo e difficile che non sempre porta al bimbo: in Italia, su circa 60mila coppie che ricorrono a questa tecnica, solo una su sei riesce a completare l'iter felicemente. È riuscita a farcela Raffaella Clementi che al suo bambino prezioso dedica ora 144 pagine intense e poetiche, decidendo di rompere quel silenzio che ancora oggi avvolge il concepimento in vitro.

'L'infertilità è ancora il tema del segreto, del non detto, del lutto' (Raffaella Clementi, Lettera a un bambino che è nato)

In Lettera a un bambino che è nato (titolo nato parafrasando il titolo Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci) di Imprimatur editore, l'autrice racconta la sua esperienza personale, il suo lungo 'viaggio verso il figlio', come lo chiama tra le pagine del libro. È il diario delicato (e, a volte, struggente) di una storia vera, di 'cuore e pancia', un discorso ad alta voce destinato al suo piccolo.

Tra emozioni, informazioni puntuali e legge, Raffaella Clementi mette nero su bianco le tappe di quel groviglio di fatica, delusioni e speranza che il percorso della fecondazione artificiale chiama in causa. Le abbiamo chiesto di parlarne ancora con noi: ecco la sua testimonianza...

Da cosa è scaturita l'idea di condividere, nero su bianco, un'esperienza così personale, carica di emozioni contrastanti, dolore e gioia?

Io amo scrivere, l'ho sempre fatto, ho scritto di getto, in modo molto impulsivo e spontaneo questo libro per raccontare a mio figlio la sua storia. Quella mia e di suo papà. Il nostro lungo viaggio per cercarlo e donargli, finalmente, tutto il nostro amore...

Solo in un secondo momento, ho deciso di violare la nostra intimità superando i miei dubbi, per rendere pubblico quello che è nato come un diario per il mio bambino.

Ho deciso di espormi solo dopo aver aperto il blog che gestisco mammamimmononsolo.blogspot.it Attraverso il blog, ho scoperto che tante altre donne avevano vissuto il mio stesso dolore, la mia stessa rabbia.

Molte di loro, come me, vivevano la difficoltà di concepire come un dramma. Perché l’infertilità è ancora un tema segreto, un argomento da nascondere.

Allora, ho deciso di condividere con loro i sentimenti provati e anche l’idea di potercela fare. Volevo che la mia esperienza alimentasse la speranza per tutte quelle donne che stanno percorrendo il cammino della Pma, e sentono l’assenza di un figlio come un vuoto, una malattia.

Nel suo libro, scrive: 'Devi accettare che quello che per altri è così naturale, quasi ovvio, per te è solo una lontana possibilità, quello che per altri è gioia, per te dolore'. Come avete vissuto, all'inizio, lei e il suo compagno la ricerca senza esiti positivi di una gravidanza?

Quando cerchi un bambino con il tuo compagno e i tempi si dilatano, all'inizio provi un certo stupore... Ti muovi in una dimensione sospesa, di costante attesa. Poi, dubbi e ansie iniziano lentamente a minare la tua fiducia. Quella calma un po' fittizia, e già dolorosa, che hai appiccicato addosso si sgretola.

Un sottile velo di sofferenza si insinua all'interno della coppia perché il mancato arrivo della cicogna è un dolore per tutti e due. Forse, per la donna è più forte il senso di 'inadeguatezza' per qualcosa che dovrebbe essere così semplice e naturale... Biologico, insomma. Il male si impadronisce del tuo fisico e dell'anima. L'uomo, invece, almeno credo, sente tutto a livello molto più mentale.

Eppure l’infertilità è un male di entrambi, nonostante sia diverso l’approccio. Si rischia di perdere il senso della coppia, dello stare insieme. E anche la propria progettualità perché diventa difficile restare uniti, ritrovarsi oltre il progetto-figlio.

Quanto a me come donna, quello che mi ha lasciato più scossa è stata la scoperta che il patrimonio ovarico, presente in ognuna di noi già dalla nascita, inizia a decrescere verso i 35 anni. Non avevo mai pensato a questa cosa, in modo cosciente, prima di intraprendere il mio cammino.

Allora, quando si è resa conto del problema, come si è sentita?

Purtroppo, non c'è una sentinella che ci sussurri: 'Ehi, anche se hai cicli regolari e funzioni ormonali ok, guarda che stai entrando nell'area x!'. Mi viene in mente anche l'immagine di una 'vecchia' auto: funziona ancora ma va spesso in riserva...

Per una donna scoprirsi infertile significa accettare una frattura con l’ordine precostituito e il tradimento della natura.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità parla di infertilità dopo 24 mesi di rapporti non protetti, questo è il riferimento. Ma già dopo un anno di tentativi, se il concepimento non avviene, è bene dare corpo alle ombre e fare gli esami specifici. Leggi Le cause dell'infertilità femminile e le cause dell'infertilità maschile

Nessuno può dirci con sicurezza quando la possibilità di rimanere incinta diventi zero ma è certo che le cellule uovo invecchiano e sono sempre meno feconde. A 38-39 anni, quindi, il tempo è il tuo peggiore nemico.

Io avevo 38 anni, quando abbiamo cominciato la nostra ricerca. E ci sono voluti due anni prima di riuscire a rimanere incinta di nostro figlio. E sono stati due anni faticosissimi. Così, tra paradiso e inferno, ho iniziato con il mio compagno il lungo viaggio verso nostro figlio.

Quale aspetto di questo suo cammino le è pesato di più?

Sicuramente, l'incertezza, la paura che il ciclo non andasse bene. Non hai sicurezze sull'esito della fecondazione in vitro, ci sono troppe varianti, in ogni fase può accadere qualcosa che ti allontana dal tuo sogno, e questo destabilizza moltissimo.

Alla fine, nonostante il grado di progresso della tecnica, non ci sono statistiche e numeri che tengano, nessuno ti può raccontare la conclusione di questo viaggio. Perché, forse, la natura e la vita sono e restano un mistero, malgrado i nostri sforzi per afferrarle. E l’incertezza fa parte della nostra stessa esistenza.

Tra le pagine, lei parla dell'ansia nei confronti del tempo per chi cerca un bimbo e scrive: “I centri di analisi privati hanno capito esattamente il problema e offrono la soluzione a caro prezzo, mentre le aziende sanitarie pubbliche offrono la stessa soluzione a minor ma al doppio del tempo”. Cosa significa esattamente?

Purtroppo, il fattore tempo è davvero fondamentale, per questo genera ansia... Chi ha, per esempio, già 39 anni e sa che il primo tentativo può fallire, si rivolge direttamente a un centro privato.

I centri pubblici sono molto buoni ma le attese sono infinite - in media, 2 anni - e poi, per le donne, esiste anche un limite per l'accesso alla fecondazione in vitro, previsto a 42 anni.

Tra l'altro, le analisi necessarie sono molte e, a volte, anche costose ma le pratiche per farle presso le Aziende Sanitarie Pubbliche sono lunghe e complesse. Se richiedi l'esenzione per infertilità, non è semplice farsela riconoscere.

Così, tra file interminabili agli sportelli, code per ritirare referti, e giri da un capo all'altro della città si preferisce semplificare e rivolgersi ai centri privati che costano di più di quelli pubblici.

Lei a che di tipo di centro ha deciso di rivolgersi?

Nel libro non rendo pubblico il nome del centro che ha posto fine al nostro viaggio, non lo menziono volutamente. Non dico, per scelta, se sia pubblico o privato, né dove si trovi. Mi fermo poco prima e non racconto la descrizione di quelle giornate. Come scrivo nel libro, e ora ripeto: ci sono alcune cose che, nonostante l’esposizione agli altri, è bene tenere per sé.

Voglio conservare solo per noi il senso della nostra intimità, uno spazio solo nostro che ripercorreremo, ridendo, liberi dalla preoccupazione e dall’ansia.

Nel suo libro racconta che dopo il primo fallimento, il secondo tentativo è stato quello giusto: quali sono le sensazioni più vivide di quei giorni?

Il 1°agosto del 2010 mi hanno impiantato mio figlio nella mia pancia. Prima di lui, la sua ricerca, sapere di essere sua madre ma non poterlo abbracciare, cercarlo ovunque, spasmodicamente. Il prima è un grido, lancinante, che strozza anche il respiro e piega le gambe; il dopo sei lui.

Ci sono ricordi che si stagliano nella memoria distinguendo il prima e il dopo. Emergono dall’oblio e si fanno roccia, guglia.Certi ricordi sono come l’orizzonte, si espandono, occupando ogni centimetro del tuo essere. Sbiaditi, con i margini ingialliti e con i bordi strappati, ti abiteranno comunque, sempre, finché la memoria avrà modo di fare il suo dovere e il cuore di sopportarne il peso. Li porti con te sotto la doccia, nelle tasche della tua pelle, in quel taglio sotto al ventre. Sono con te quando respiri, attaccati ai lati dei tuoi tatuaggi, agli angoli di ogni spazio. Ti avvolgono come la più pesante e leggera delle coperte...

'Il nemico più temibile una legge, la legge 40 del 29 febbraio 2004, che stata redatta sulla base della visione cattolica su come dovrebbe svolgersi la procreazione' , scrive tra le pagine del suo libro. Cosa pensa della nostra legge sulla Pma?

Non voglio entrare in polemica... Ma chi ha il compito di legiferare, dovrebbe farlo con una visione laica, perché viviamo in uno stato non confessionale. E sarebbe anche bene, invece di rincorrere le sentenze europee, darsi una normativa adatta ai tempi e ai bisogni delle persone.

Penso che la Chiesa abbia il diritto di esprimere la propria opinione anche su temi eticamente sensibili. Ma lo Stato, che dovrebbe essere laico, spesso, tiene più in considerazione quelle opinioni che non i diritti e le necessità dei cittadini. Viviamo in un paese dove l’età biologica non coincide più con quella sociale. La difficoltà a procreare ha assunto una dimensione sociale e non più individuale.

Tra l'altro, e penso sia molto importante, la Corte inter-americana dei diritti dell'uomo ha stabilito che l'accesso alla fecondazione assistita rientra tra i diritti umani meritevoli di tutela.

Comunque, per fortuna, oggi la legge 40 è diversa dal suo dettato originale, basato soprattutto sui divieti, diverse sentenze, infatti, la stanno smontando pezzo per pezzo.

Proprio in questi giorni, per esempio, è diventata definitiva la sentenza dello scorso agosto della Corte Europea dei diritti umani sull'incoerenza del sistema legislativo italiano in materia di diagnosi preimpianto. È infatti stato bocciato il ricorso del nostro governo sul riesame della sentenza.

La decisione è importantissima perché così si può sapere subito se il feto è malato o meno. Tra l'altro, riguarda i diritti di tutti perché è estendibile anche alle coppie fertili.

Resta invece ancora il divieto per la fecondazione eterologa, cioè quella che prevede la donazione di ovuli o sperma da parte di soggetti esterni alla coppia. Questa tecnica valutata da un punto di vista morale e su questo ci sarebbe molto da discutere...

Durante il percorso della Pma, che può anche fallire, ogni aspetto della vita cambia. Nel libro lei invita la coppia a 'darsi un limite': cosa si sente di consigliare?

Penso sia molto importante stabilire un punto, che cambia per ogni persona o coppia, oltre il quale non andare. Non si può continuare all'infinito la ricerca del figlio, occorre dire 'basta'...

Naturalmente, nessuno può consigliarti e dirti quando arriva per te questo momento. Ma superare quel confine, significa perdersi.

Il desiderio di un figlio che non arriva destabilizza, mina le basi proprie e quelle dello stare insieme al compagno... La coppia può sfaldarsi. La rabbia, la frustrazione e, spesso, il senso di impotenza allontanano. Il rischio è quello di vivere il proprio dolore, dimenticando quello del partner.

Ci tengo a sottolineare che l'esito di questo percorso non è legato a una sorta di 'meritocrazia': il bimbo non arriva perché tu ci credi di più. Di conseguenza, penso sia importante, come ripeto spesso, accettare che la scienza arriva fino a un certo punto. Dopo quel confine la vita è un miracolo, indipendentemente dal fatto che cominci in una provetta o nella pancia.

Ogni donna reagisce come può al dolore e alla lotta. Alla fine, una questione di istinto e sopravvivenza, atavica come il mondo. C'è chi prende le cose di petto, chi fa giri più lunghi, ognuna munita degli strumenti di cui dispone...

Oggi mio figlio ha 22 mesi ed è la parte migliore di me. Non so cosa sarei senza di lui e cosa sarei diventata se mi fossi data limiti diversi.

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