Gravidanza, l'ecografia del primo trimestre

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di Valentina Murelli Angela Bisceglia

L'ecografia del primo trimestre di gravidanza si dovrebbe fare tra le 11 e le 13 settimane. In questo periodo si riescono ad avere molte informazioni sul bambino, compresa la stima del rischio di anomalie cromosomiche se si sceglie il test combinato. E intanto si fa strada la possibilità di uno screening precoce anche per il rischio di preeclampsia.

L’ecografia del primo trimestre: quando farla? In teoria può essere fatta già a partire dalla sesta-settima settimana fino alla tredicesima ed effettivamente la curiosità della futura mamma, appena scoperta la gravidanza, è così tanta che, appena possibile, chiede di poter vedere il suo piccolo.

 

Se fatta molto precocemente, però, può fornire solo poche informazioni. Per esempio, permette di valutare il numero di embrioni presenti, la loro vitalità, la correttezza dell'impianto in utero. Inoltre, consente di stabilire in maniera accurata l’epoca della gravidanza correggendo, se necessario, la data presunta del parto stimata in base all'ultima mestruazione.

Per questo, e per evitare falsi allarmi nel caso in cui la prima ecografia sia fatta troppo presto, in un'epoca in cui ancora non si può vedere nulla, gli esperti consigliano in genere di aspettare qualche settimana. Addirittura, in alcuni paesi, come per esempio il Regno Unito, per prassi proprio non è contemplata l'esecuzione di un'ecografia prima delle 12 settimane.

Questo, ovviamente, a meno che non siano presenti elementi che suggeriscono che sia meglio controllare precocemente che cosa sta accadendo: per esempio, se c'è una predisposizione familiare a gravidanze gemellari, se in passato si è avuta una gravidanza extrauterina, se si sono verificate delle perdite

Prima ecografia intorno a 11-13 settimane: che cosa si vede?

Un'ecografia effettuata tra le 11 e le 13 settimane permette di fare una prima importante valutazione degli organi del feto, soprattutto del cuore, che completa il suo sviluppo già a 10 settimane, evidenziando sospetti che potranno essere approfonditi con indagini supplementari, come una nuova ecografia più specifica o  l’ecocardiografia fetale.

Stesso discorso per altri organi o altre parti anatomiche, come il cervello, lo stomaco, la vescica o gli arti, di cui si possono già evidenziare le malformazioni più gravi.

Infine, grazie alla misurazione di un particolare parametro chiamato translucenza nucale, offre informazioni utili per stimare il rischio che il bambino possa essere affetto da un'anomalia cromosomica

Translucenza nucale e test combinato per la stima del rischio di anomalie cromosomiche La translucenza nucale (in sigla TN) consiste nella misurazione, attraverso l’ecografia, di una piccola falda di liquido che si raccoglie dietro la nuca del feto in quest’epoca gestazionale.

E’ un parametro importantissimo per lo screening del rischio di anomalie cromosomiche, in particolare la sindrome di Down (o trisomia 21), ma anche la trisomia 13 e la trisomia 18 (le più frequenti dopo la 21), specie se abbinata al dosaggio nel sangue materno di due sostanze di origine placentare, la Beta-hCG (frazione beta libera della gonadotropina corionica) e la PAPP-A (proteina plasmatica A associata alla gravidanza).

L’insieme di questi esami, che si chiama test combinato del primo trimestre, consente di fornire alla coppia una stima del rischio che il bambino sia affetto da patologie cromosomiche.

Che sensibilità ha il test combinato? 

Se questo test viene eseguito da operatori qualificati utilizzando standard internazionali e, la sensibilità è del 90% nei confronti della sindrome di Down, il che significa che riusce a individuare 90 feti su 100 affetti dalla patologia; per la trisomia 18 e 13 le percentuali sono anche più elevate.

 

I falsi positivi - inevitabili in tutti i test di screening - sono invece del 3-5%: significa che sono tre-cinque su 100 le donne alle quali, in base all’esito dello screening, risulta un falso rischio aumentato e alle quali viene dunque consigliato di sottoporsi ad esami invasivi, come villocentesi o amniocentes, senza che in realtà ce ne sia bisogno.

Attenzione: il test combinato non viene eseguito di routine, ma solo dopo che la donna ha ricevuto adeguate informazioni in merito e ha espresso il consenso a sottoporsi all'esame.

 

Meglio il test combinato o la villocentesi/amniocentesi?

A oggi, vengono indirizzate verso villocentesi o amniocentesi tutte le donne sopra i 35 anni. Considerata l’età sempre più avanzata alla quale in Italia si concepiscono bambini, questo significa consigliare a circa il 20% delle future mamme di sottoporsi a un esame invasivo, come sono appunto amniocentesi e villocentesi, che ha un rischio di aborto pari all'uno per cento. L'esame, dunque, comporta il rischio di aborto di un bambino che in realtà la maggior parte delle volte è perfettamente sano. Lo scopo del test combinato è quello di indirizzare verso villo o amniocentesi solo le donne in cui risulta un rischio aumentato, riducendo così drasticamente la perdita di feti sani.

In ogni caso, è necessario che la donna sia ben informata e decida con cognizione di causa, prima di tutto quale livello di informazioni desidera sul proprio bambino e in secondo luogo se, volendo informazioni su eventuali anomalie cromosomiche, preferisce sottoporsi ad un test di screening innocuo che dà una stima del rischio oppure effettuare da subito un test di diagnosi certa che però comporta un rischio, sia pure basso, di aborto.

 

Dove fare l’ecografia del primo trimestre?

Le tre ecografie di routine previste dalle linee guida del Ministero della salute per la gravidanza fisiologica - e dunque anche quella del primo trimestre - possono essere fatte tranquillamente presso tutti i consultori sparsi sul territorio o gli ospedali con un reparto di ginecologia e ostetricia. Oltre, che, naturalmente, presso specialisti privati che abbiano un'attrezzatura adeguata (ormai sono la maggior parte).

L'ecografia per il test combinato, invece, può essere eseguita solo da operatori qualificati che, dopo un training specifico, abbiano ricevuto un apposito accreditamento da parte della Fetal Medicine Foundation (FMF), l’organizzazione inglese che ha introdotto questa tecnica nel mondo e che fornisce gratuitamente agli operatori la licenza per effettuare l’esame.

L’elenco dei professionisti accreditati si può trovare sul sito della FMF, selezionando come Paese l’Italia (qui, per esempio, si possono scorrere gli specialisti che hanno ottenuto un certificato di competenza sulla misurazione della translucenza nucale, ma esistono anche altri certificati di competenza). E’ vero che non si può fare una ricerca per regione o per città ma, conoscendo il nome dello specialista al quale ci si vuole rivolgere, si può verificare se ha la qualifica per fare l’esame. La lista comprende operatori che lavorano sia presso strutture pubbliche sia nel privato, quindi, a seconda del posto al quale ci si rivolge, l’esame può essere gratuito o a pagamento.

A questo proposito vale la pena ricordare che, visti i tempi d'attesa delle strutture pubbliche, per sperare di fare il test combinato in regime convenzionato, conviene muoversi appena si scopre di essere incinte.

E’ vero che la prima ecografia può servire ad individuare le donne a rischio preeclampsia?

Uno degli avanzamenti più recenti che si è verificato nel campo delle ecografie ostetriche riguarda effettivamente la possibilità di utilizzare l'ecografia del primo trimestre come strumento per la valutazione del rischio di preeclampsia, una condizione potenzialmente molto pericolosa per il feto e per la mamma, caratterizzata da aumento della pressione e presenza di proteine nelle urine.

Si è infatti scoperto che, associando il risultato del doppler delle arterie uterine - un esame ecografico - nel primo trimestre al dosaggio nel sangue materno di alcune sostanze di origine placentare, come la PAPP-A e il PLGF (fattore di crescita placentare) e ad altri parametri clinici, si possono ottenere già a 12 settimane indicazioni sul rischio di preeclampsia per epoche successive della  gravidanza.

Si tratta di un'informazione importante, perché l'unica terapia che sembra mostrare una certa efficacia nel ridurre il rischio della malattia è la somministrazione di aspirinetta, che deve però avvenire precocemente, prima delle 16 settimane. Poiché è impossibile pensare che tutte le donne in gravidanza assumano aspirinetta, disporre di uno strumento per identificare le donne più a rischio potrebbe essere davvero molto utile.

Al momento, comunque, questo tipo di test è effettuato solo in particolari centri specializzati e su pazienti che, per le loro caratteristiche cliniche, sembrano già avere un rischio aumentanto di preeclampsia.

Fonti per questo articolo: Linee guida 2010 della Società italiana di ecografia ostetrica e ginecologica (Sieog); ebook Gravidanza ostetrica easy della ginecologa Valentina Pontello, consulenza di Giuseppe Calì, presidente Sieog; consulenza Nicola Persico, Medico Dirigente di I livello presso la Clinica Ostetrica e Ginecologica Mangiagalli di Milano; consulenza di Tullia Todros, responsabile della Struttura complessa di ginecologia e ostetricia dell’Azienda ospedaliera Città della salute e della Scienza di Torino; pagina web sul test combinato dell'Aou Careggi di Firenze.

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26 Giugno 2012 | Aggiornato il 18 Febbraio 2015
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