Gravidanza, che cosa significa l’incompatibilità del fattore Rh?

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La madre Rh negativa può produrre anticorpi, chiamati anticorpi anti-D, contro i globuli rossi del feto Rh positivo, che l’organismo materno identifica come estranei perché diversi dai suoi. Una condizione potenzialmente pericolosa, ma che oggi può essere tenuta sotto controllo.

Che cos'è il fattore Rh
Si tratta di un gruppo di molecole che possono essere presenti sulla superficie dei globuli rossi. Rispetto al fattore Rh, sono possibili due situazioni: Rh positivo, se il fattore è presente; Rh negativo, se è assente. Tra le varie molecole che definiscono il fattore Rh, quella chiamata antigene-D è considerata la più importante.

 

Che cosa si intende per incompatibilità del fattore Rh in gravidanza?
Si tratta di una condizione in cui la mamma è Rh negativa, mentre il feto è Rh positivo (perché lo è anche il papà, dal quale il bambino ha ereditato questa caratteristica). Il problema è che se la mamma Rh negativa entra in contatto con il sangue di un feto Rh positivo, essa può cominciare a produrre anticorpi contro i globuli rossi del bambino stesso (anticorpi anti-D), che riconosce come estranei. Si parla in questo caso di immunizzazione della mamma.

 

Di solito, questo si verifica solo durante il parto, dunque non ha conseguenze per quel bambino. Potrebbero però esserci conseguenze serie se il contatto avviene prima (per esempio a seguito di un esame invasivo, come amniocentesi o villocentesi), oppure in gravidanze successive, se il feto è sempre Rh positivo.

 

In questi casi, gli anticorpi della mamma attraversano la placenta e raggiungono il sangue fetale, distruggendo i suoi globuli rossi (anemia): una condizione chiamata malattia emolitica fetale-neonatale, che può anche portare alla morte in utero del feto.

 

La malattia emolitica fetale-neonatale
Nella storia naturale della malattia, cioè in assenza di interventi, il feto presenta solo lievi segni di malattia e si ristabilisce senza bisogno di trattamenti nel 50% dei casi. Nel 25% dei casi va incontro, dopo la nascita, a condizioni potenzialmente serie se non viene adeguatamente trattato e nel rimanente 20-25% dei casi mostra la forma più grave della malattia, che può anche portare a morte in utero.
Oggi, grazie al miglioramento della sorveglianza materno-fetale e alle possibilità di trattamento in utero, i casi gravi di malattia, che possono anche comportare morte in utero, sono meno del 10% del totale.

 

Altri eventi immunizzanti possono essere aborti spontanei o minacce d'aborto, traumi addominali, manovre ostetriche per il rivolgimento cefalico del feto.

 

Che cosa deve fare una donna Rh negativa con un partner Rh positivo?
In caso di gravidanza, la mamma deve fare ogni mese il test di Coombs indiretto, un esame che  svela l’eventuale presenza nel sangue di anticorpi anti-D contro l’Rh positivo del feto. Se il test risulta positivo, significa che la madre sta producendo anticorpi contro i globuli rossi del feto, ma la presenza di anticorpi è preoccupante solo se supera certi livelli. Sarà il ginecologo a valutare caso per caso come intervenire.

 

Oltre che alle donne Rh negative, il test di Coombs è offerto dal Servizio sanitario nazionale anche alle donne Rh positive nel primo e nel terzo trimestre. Questo perché potrebbero verificarsi anche altri casi di incompatibilità di gruppo sanguigno, benché più rari e meno gravi.


L'immunoprofilassi
Per evitare il rischio di immunizzazione della mamma Rh negativa con un figlio Rh positivo viene condotta la cosiddetta immunoprofilassi: si tratta, in pratica, di somministrarle immunoglobuline specifiche contro il fattore Rh, che bloccano la sua produzione di anticorpi anti-D.


Di norma, l'immunoprofilassi viene eseguita entro 72 ore dall'evento immunizzante (per esempio il parto), ma alcuni centri - seguendo quanto indicato dalle Linee guida per la gravidanza fisiologica del Ministero della salute - la propongono di routine a tutte le donne Rh negative a 28 settimane.

 

Fonti per questo articolo: Linee guida per la gravidanza fisiologica del Ministero della salute; Centro di documentazione sulla salute perinatale e riproduttiva dell'Emilia Romagna; 

Raccomandazioni per la prevenzione ed il trattamento della malattia emolitica del neonato della Società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia; consulenza del ginecologo Giuseppe Noia, professore associato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e responsabile del Centro di diagnosi e terapia fetale del Policlinico Gemelli di Roma.

 

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03 Maggio 2013 | Aggiornato il 17 Giugno 2015
1 Commenti
19 Gennaio 2014 09:56
Roberta G.
Salve, io sono alla quinta settimana di gravidanza ( calcolata dal concepimento), e sono una mamma rh posivita con un padre rh negativo.. Il feto corre dei rischi come elencato nell'articolo? O il problema si pone solo quando la mamma e' rh negativa?? Grazie mille Roberta G.
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