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Lavoro

Maternità anticipata, come chiederla

Di Antonella Laudonia
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02 Aprile 2012 | Aggiornato il 26 Marzo 2015
Gravidanza a rischio, condizioni di lavoro o ambientali dannose per la salute della donna o del bimbo, trasporto o sollevamento pesi, altri lavori pericolosi, faticosi o insalubri senza possibilità di spostamento: sono questi i casi in cui la donna può chiedere di stare a casa dal lavoro prima del settimo-ottavo mese di gestazione.

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Non sempre una donna incinta riesce ad andare al lavoro fino al settimo o all'ottavo mese di gravidanza, i due limiti generalmente previsti per l'inizio dell'astensione obbligatoria. Ci sono casi, disciplinati dalla legge, in cui è opportuno interrompere anzitempo l'attività lavorativa, per salvaguardare la salute della futura mamma e del nascituro. Per saperne di più ne abbiamo parlato con un'esperta dell'Inps, Francesca Fedele, Dirigente Area normativa e contenzioso per diminuzione capacità lavorativa.

Cos’è la maternità anticipata e in quali casi viene concessa?

E’ un’anticipazione del congedo obbligatorio di maternità riconosciuta dalla legge (articoli 16 e 17 del D. Lgs. 151/2001 – Testo Unico maternità/paternità) nelle seguenti ipotesi:

a) nel caso di gravi complicanze della gravidanza o di preesistenti forme morbose che si presume possano essere aggravate dallo stato di gravidanza (a titolo di esempio, le cosiddette “gravidanze a rischio”)

b) quando le condizioni di lavoro o ambientali siano ritenute pregiudizievoli alla salute della donna o del bambino;

c) quando la lavoratrice addetta al trasporto e al sollevamento pesi, nonché a lavori pericolosi faticosi e insalubri, non possa essere spostata ad altre mansioni.

A chi spetta l’interdizione anticipata?

A tutte le lavoratrici dipendenti incluse le lavoratrici agricole e domestiche. Le lavoratrici cessate o sospese da meno di 60 giorni oppure le lavoratrici in godimento dell’indennità di disoccupazione, oppure in cassa integrazione o in mobilità, possono richiedere l’interdizione anticipata esclusivamente nell’ipotesi di cui alla lettera a). L’interdizione anticipata spetta anche alle lavoratrici iscritte alle gestione separata Inps; le libere professioniste iscritte alla gestione separata possono fruirne esclusivamente nell’ipotesi di cui alla lettera a).

Cosa si deve fare per ottenere il provvedimento di interdizione anticipata dal lavoro? A chi va presentata la domanda?

Finora la competenza spettava solo alla Direzione Provinciale del Lavoro (DPL). Ma ci sono delle novità in materia. Con l’entrata in vigore, dal primo aprile, del Decreto Legge n. 5/2012 sulle semplificazioni, i provvedimenti di interdizione anticipata dal lavoro per gravi complicanze della gravidanza o preesistenti forme morbose adesso saranno rilasciati dalla ASL. La Direzione territoriale del Lavoro continuerà ad avere competenza per le altre due ipotesi, ovvero quelle previste dalla lettera b) e c).

Secondo quanto previsto dall’art. 18 del d.p.r. 1026/1976, la lavoratrice che si trovi nelle condizioni indicate dalla lett. a) (gravi complicanze della gestazione o preesistenti forme morbose) deve recarsi all'organo competente (ora le Asl) munita del certificato medico di gravidanza, del certificato attestante le gravi complicanze della gravidanza nonché di qualunque altra documentazione che possa essere ritenuta utile. Se il suo ginecologo è accreditato al Servizio sanitario nazionale, il suo certificato è sufficiente. Se si tratta di ginecologo non ospedaliero invece l'organo preposto, sulla base di accertamenti medico-sanitari effettuati a cura del Servizio Sanitario Nazionale, emette il provvedimento entro 7 giorni decorrenti dal giorno successivo a quello di ricezione della documentazione completa. In ogni caso, qualora entro il termine di 7 giorni non sia stato emesso il provvedimento del Servizio ispettivo, la domanda si intende accolta. La lavoratrice in attesa del provvedimento di interdizione si astiene dal lavoro a decorrere dalla data riportata nel certificato di gravidanza a rischio. All’atto della ricezione della documentazione, la DPL rilascia apposita ricevuta in duplice copia, una delle quali verrà presentata dalla lavoratrice al proprio datore di lavoro.

Nei casi previsti dalle lettere b) o c) del comma 2 dell’art. 17 T.U. l’istanza di interdizione può essere presentata sia dalla lavoratrice, sia dal datore di lavoro. Il provvedimento è emesso dal Servizio ispezione del lavoro della DPL entro il termine di 7 giorni decorrenti dal giorno successivo a quello di ricezione della documentazione completa.

Durante il periodo di maternità anticipata la lavoratrice non è soggetta a visite fiscali.

Qual è il trattamento economico percepito durante l'interdizione anticipata e chi lo paga?

Durante il periodo di anticipata alla futura mamma spetta lo stesso trattamento economico e previdenziale previsto per il congedo “normale” di maternità (indennità economica a carico dell’Inps pari all’80% della retribuzione, integrabile fino al 20% dal datore di lavoro). In generale, per le lavoratrici dipendenti, l’indennità è anticipata in busta paga dal datore di lavoro. Per le lavoratrici agricole, domestiche e per le lavoratrici iscritte alla gestione separata Inps, l’indennità è pagata direttamente dall’Inps.

 

Congedo di maternità

E' un periodo stabilito dalla legge (art. 16 T.U. sulla maternità/paternità) durante il quale è fatto divieto al datore di lavoro di adibire la lavoratrice al lavoro. Comprende il periodo che va dai due mesi antecedenti alla data presunta del parto ai tre mesi successivi al parto. In caso di parto prematuro, sono computati nel periodo di congedo dopo il parto i giorni non goduti prima del parto. Per le libere professioniste iscritte alla gestione separata, l’astensione dal lavoro durante i predetti periodi di congedo è condizione per avere il diritto all’indennità di maternità. La lavoratrice, prima dell’inizio del congedo di maternità, presenta al datore di lavoro e all’Inps il certificato medico di gravidanza contenente la data presunta del parto. Detto certificato è redatto dal medico del SSN o con esso convenzionato. E’ facoltà del datore di lavoro e dell’Inps accettare i certificati redatti da medici diversi (art. 76 T.U.).

Flessibilità del congedo di maternità

E' la possibilità di lavorare nel corso dell’ottavo mese, recuperando i giorni di congedo non goduti prima del parto nel periodo di congedo dopo il parto. Ai fini della flessibilità la lavoratrice deve acquisire, entro la fine del 7° mese, le certificazioni sanitarie, redatte dal medico specialista del SSN e dal medico aziendale, attestanti che la prosecuzione dell’attività nel corso dell’ottavo mese non è pregiudizievole per la lavoratrice e per il nascituro. Tali certificazioni vanno presentate al datore di lavoro e all’Inps di residenza o domicilio della lavoratrice.

Congedo parentale, anche noto come “maternità facoltativa”

Consiste in un periodo di astensione facoltativa fruibile dai genitori lavoratori dipendenti, in modo continuativo o frazionato. La madre può beneficiare del congedo parentale a partire dalla fine del congedo obbligatorio di maternità e le spettano 6 mesi continuativi o frazionati, dopo l’astensione obbligatoria, fino a 8 anni di vita del bambino. Al padre spettano 6 mesi continuativi o frazionati elevabili a 7 nel caso in cui abbia effettuato 3 mesi di astensione dal lavoro, fino a 8 anni di vita del bambino. Complessivamente i due genitori non possono superare il limite di 11 mesi. La relativa indennità economica è pari al 30% della retribuzione fino al 3° anno di vita del bambino e spetta per un periodo massimo complessivo di 6 mesi. Per i periodi di congedo ulteriori – ovvero quelli che superano i 6 mesi, oppure per i periodi fruiti oltre i 3 anni e fino agli 8 anni, l’indennità spetta solo a condizione che il reddito del richiedente sia inferiore a 2,5 volte l’importo del trattamento minimo di pensione annualmente stabilito dalla legge (per l’anno 2011, il limite reddituale è stato pari ad euro 15.191,47). La domanda di congedo parentale va presentata al datore di lavoro con un preavviso di almeno 15 giorni rispetto alla data di inizio della fruizione. La domanda all’Inps va presentata prima dell’inizio del periodo di congedo parentale.

Riposi per allattamento

I riposi giornalieri c.d. “per allattamento”, disciplinati dagli articoli 39 e seguenti del T.U., consentono alla madre lavoratrice dipendente di astenersi dal lavoro, durante il primo anno di vita del bambino, per due ore al giorno, se l’orario contrattuale di lavoro è pari o superiore alle sei ore, oppure per un’ora, se l’orario contrattuale di lavoro è inferiore alle sei ore. I riposi giornalieri spettano al padre lavoratore dipendente in alternativa alla madre che non se ne avvalga. La distribuzione dei riposi nell’arco della giornata lavorativa va concordata con il datore di lavoro.

 

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