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Parto

Il parto indotto

Di Angela Bisceglia Alice Dutto
parto-ospedale

19 Febbraio 2013 | Aggiornato il 15 Luglio 2017
All’induzione del parto si ricorre sempre più spesso, perché le indicazioni sono molte: parto oltre il termine, necessità di anticipare la nascita, rottura precoce delle membrane. Due le tecniche possibili

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Che cos’è il parto indotto


Si parla di parto indotto quando si ricorre ad alcune tecniche farmacologiche per far avviare il travaglio di parto, ossia per stimolare le modificazioni del collo uterino e le contrazioni necessarie a dare il via al travaglio.

Quando è necessario indurre il parto

«Una percentuale significativa delle gravidanze, circa il 10% (che sale se sono presenti fattori come età e obesità), non arriva al travaglio di parto entro le 41 settimane di gestazione» sottolinea Enrico Ferrazzi, Direttore della Clinica Ostetrica e Ginecologica dell'Ospedale dei Bambini V. Buzzi dell’Università di Milano.

 


«Numerosi studi hanno dimostrato che, a 41 settimane più 3-5 giorni, il rischio che il feto sopporti male il travaglio è molto alto perché la placenta, ormai “vecchia”, potrebbe non essere più in grado di ossigenarlo e nutrirlo correttamente. Ecco perché è preferibile indurre il parto piuttosto che aspettare che avvenga naturalmente oltre il termine».

 

La donna può anche scegliere di non optare per questa procedura, ma «naturalmente deve firmare un documento di consenso specifico».

 

Dunque, si sceglie l'induzione «se il travaglio di parto non si avvia spontaneamente entro termini sicuri, ossia entro 7-14 giorni (il limite fissato varia da ospedale a ospedale, ndr) dopo la scadenza della data presunta del parto, perché oltre a questo termine aumentano i rischi fetali» aggiunge Stefano Bianchi, primario di ostetricia e ginecologia dell'Ospedale San Giuseppe di Milano.
 

 

«L'induzione si sceglie anche quando per vari motivi si deve far nascere il bambino in anticipo rispetto ai tempi naturali e non vi sono condizioni che indicano un'urgenza tale da dover ricorrere al taglio cesareo. È necessario indurre il parto anche se le membrane si rompono spontaneamente prima del travaglio (in genere entro 12-18 ore, ma anche qui i protocolli degli ospedali sono leggermente diversi), perché la rottura del sacco non garantisce più la sterilità del “nido” uterino».
 

«Anche l'ipertensione, il diabete non compensato, un feto troppo piccolo, o quantità di liquido amniotico ridotte sono cause che possono prevedere l'induzione del parto» commenta Ferrazzi.
 

Come funziona l'induzione del parto
«All'Ospedale Buzzi di Milano, dopo 40 settimane e 3 giorni (ma il periodo può cambiare a seconda dell'ospedale, ndr) si invita la mamma a fare una serie di controlli, che variano a seconda della struttura sanitaria. Noi in genere valutiamo il liquido amniotico attraverso diversi tracciati e poi a 41 settimane e 3 giorni proponiamo l'induzione».

 

Le tecniche di induzione farmacologica del parto: prostaglandine e ossitocina

1. Le prostaglandine

«Le prostaglandine – o meglio una sostanza di sintesi che imita il mediatore chimico naturale – vengono applicate manualmente a livello vaginale sotto forma di gel o di piccole striscette di tessuto che, a poco a poco, sono in grado di far maturare il collo uterino, ammorbidendolo e appianandolo, per consentirgli di dilatarsi facilmente» spiega il professor Bianchi. 

È possibile anche somministrare prostaglandine per via orale o sublinguale, «attualmente è il metodo più usato al mondo, e come tale raccomandato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità. Richiede però un maggior numero di monitoraggi (uno ogni tre-quattro ore, cioè a ogni somministrazione del farmaco): l’effetto sull’utero e sul travaglio è poi assolutamente simile» aggiunge Ferrazzi

 

«Di solito un ciclo completo può prevedere sino a due applicazioni successive. Dopo occorre rivalutare il problema e rarissimamente si prosegue - riprende Bianchi -. Con le prostaglandine il travaglio non è più doloroso, ma è senza dubbio più lungo, perché frequentemente si parte da zero a collo ancora chiuso ed è maggiore il tempo che occorre per arrivare alla fase attiva del parto».

2. L'ossitocina

L'ossitocina, invece, si usa prevalentemente nel caso in cui il collo dell'utero sia già dilatato e appianato per rinforzare contrazioni già presenti. «Per via endovenosa viene profuso un analogo dell'ossitocina prodotta naturalmente al momento del travaglio che intensifica l'attività contrattile. Con l'ossitocina sintetica il travaglio è mediamente più doloroso».

 

Le tecniche di induzione meccanica del parto: il doppio palloncino

«Al Buzzi - specifica Ferrazzi - quando il collo uterino è ancora chiuso, ma si deve ormai ricorrere all'induzione, si applica uno speciale doppio palloncino che rimane in sede 12-18 ore e meccanicamente porta alla dilatazione del collo. Per le caratteristiche del collo dell'utero in gravidanza, questo palloncino non è doloroso».


I tempi dell'induzione

«Dopo nove mesi di gestazione, se il parto viene indotto e non è naturale, è bene che il travaglio non sia troppo veloce: più si fa in fretta, più ci sono rischi. Ecco perché in genere si usano farmaci a basse dosi o metodi meccanici senza mettere a rischio l'andamento del travaglio in modo che non sia troppo veloce o doloroso. Generalmente, comunque, nel 75% dei casi il parto avviene entro le 12 ore, tempo solo di poco più lungo rispetto a un parto naturale» aggiunge il professor Ferrazzi.
 

L'epidurale con il parto indotto
L'induzione del parto non preclude l'utilizzo dell'epidurale. «In alcuni casi, se ci sono già contrazioni molto dolorose, al Buzzi di Milano iniziamo a farla anche prima della fase attiva, cioè nella fase latente in cui le contrazioni uterine sono ancora irregolari » continua Enrico Ferrazzi.

I rischi dei metodi di induzione

Con entrambe le metodiche c'è un rischio di ipertono uterino: l'utero cioè, sollecitato artificialmente a modificarsi, tende a rimanere contratto e questo può pregiudicare l'ossigenazione del feto.
 

Nel 20-25% dei casi infine l'induzione potrebbe non avere successo e richiedere il ricorso al cesareo. «Se una donna di 28 anni è alla prima gravidanza e il parto è spontaneo, a termine, ha un rischio di cesareo del 6-8%. Se la stessa donna subisce un'induzione del parto, dopo 41 settimane, il rischio di cesareo aumenta al 15-20% perché la placenta è più "vecchia" e rischia di non sostenere l'ossigenazione del feto durante il travaglio» conclude Ferrazzi.