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Gravidanza

Citomegalovirus, il nemico di mamme e bambini

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Gravidanza: Citomegalovirus, il nemico di mamme e bambini
 © © Karen Roach - Fotolia.com

Che cos’è? Il Citomegalovirus (CMV) è un virus appartenente alla famiglia degli herpesvirus (come la varicella, l’herpes labiale o il virus della mononucleosi), che provoca un’infezione dai sintomi molto generici, come lieve febbre, infezione delle alte vie respiratorie, stanchezza, tanto che spesso non ci si accorge nemmeno di averla contratta.

Se si contrae in gravidanza. “Se però la donna contrae per la prima volta il virus in gravidanza, c’è il rischio che anche il bebè venga contagiato” sottolinea Irene Cetin, responsabile dell’U.O. di ostetricia e ginecologia presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano e Professore dell'Università di Milano. “Il rischio è pari al 10% circa, ma solo 2-3 feti su 10 che hanno contratto il virus potranno riportare conseguenze.

“Le conseguenze per il feto però possono essere piuttosto serie: possono riguardare il sistema nervoso centrale, con malformazioni visibili ecograficamente, oppure provocare ritardo mentale, sordità congenita, corioretinite (una patologia della retina che provoca cecità), che però non sono diagnosticabili in utero e delle quali ci si accorge solo dopo la nascita del piccolo (la sordità tra l’altro può solo essere diagnosticata alcuni mesi dopo la nascita)”.

Per sapere se si è già contratto il CMV, è sufficiente fare un esame del sangue, che ricerca la presenza degli anticorpi specifici (detti immunoglobuline). In particolare, si cercano due tipi di immunoglobuline:

  • le IgG sono le immunoglobuline della ‘memoria’ dell’infezione: se risultano positive, vuol dire che la malattia è stata contratta in passato e quindi l’organismo ha sviluppato gli anticorpi.
  • Le IgM sono invece le immunoglobuline che si formano quando c’è un’infezione acuta, quindi segnalano che la malattia è in atto.

Fare o non fare lo screening? “La questione è ancora molto controversa” risponde la prof.ssa Cetin. “Da una parte perché il rischio che il bambino abbia conseguenze è, come abbiamo visto, molto basso, dall’altra perché non ci sono ancora delle terapie efficaci per contrastare l’infezione. Ecco perché sono tanti i ginecologi che non prescrivono affatto il test”. Come regolarsi, quindi?

“Fare lo screening può avere senso in fase preconcezionale o al massimo entro le primissime settimane di gravidanza, in modo da sapere se si è già avuta la malattia. Se la donna risulta negativa al primo test, conviene ripeterlo a metà gravidanza, intorno alla 20ma settimana. Le conseguenze più serie infatti si possono avere se si contrae l’infezione nella prima metà della gravidanza”.

Se si è già contratta l’infezione, si può stare tranquille? “Se la donna ha già avuto l’infezione in passato, ha già gli anticorpi e non si può reinfettare” risponde Irene Cetin. “Può però verificarsi un’infezione secondaria, cioè può capitare che ci sia una riattivazione della viremia. Così come accade per la varicella: l’infezione si prende una sola volta, però il virus resta nell’organismo in forma latente per poi riattivarsi in alcuni momenti della vita sotto forma di herpes, ma non si tratta di una nuova infezione. In caso di infezione secondaria, i rischi sono molto più bassi e i possibili danno meno gravi: i rischi riguardano essenzialmente le donne che contraggono per la prima volta il CMV durante la gravidanza”.

Se l’esito è positivo, meglio ripetere l’esame. Come comportarsi se dall’esame le IgM risultano positive, quindi risulta che l’infezione è in atto, mentre le IgG sono negative (quindi si tratta di un’infezione primaria, cioè contratta per la prima volta)? “La prima cosa da fare è senz’altro ripetere l’esame in un centro specializzato (almeno in un ospedale di II livello)” risponde la prof.ssa Cetin, “poiché si utilizzano metodiche di analisi più specifiche che rendono l’esito più preciso: non di rado capita che donne risultate positive ad un test eseguito in un normale laboratorio sono poi risultate negative quando hanno ripetuto il test in una struttura più adeguata!”

Test di avidità per datare l’infezione. È molto importante anche riuscire a sapere quando si è contratta l’infezione. Il problema infatti si pone se l’infezione si contrae dal secondo mese in poi di gestazione. Prima di questa data, vale la regola del ‘tutto o niente’: vista la precocità dell’epoca gestazionale, cioè, un’eventuale infezione o provoca un aborto spontaneo o si supera senza problemi.

Se si esegue il test per la prima volta a metà gravidanza e le IgM risultano negative (quindi l’infezione non è in atto) ma le IgG risultano positive, come fare ad essere sicuri che l’infezione è avvenuta prima della gravidanza e non nel primo trimestre? “In tal caso si può eseguire il cosiddetto test di avidità (o avidity test)” risponde la ginecologa, “che ci permette di sapere se l’infezione si è avuta nei tre mesi precedenti o se è avvenuta anteriormente: se risulta più ‘vecchia’, ancora una volta si può star tranquille perché ci si è ammalate prima di restare incinte. Solo se risulta più recente, vanno fatti i controlli necessari”.

Se è confermata l’infezione primaria in gravidanza, è bene rivolgersi ad una struttura specializzata. “A questo punto infatti bisogna capire se l’infezione è passata al bambino oppure no” sottolinea la ginecologa. “Per questo occorre rivolgersi ad un centro specializzato, dove viene effettuata un’ecografia fetale di secondo livello, che valuta attentamente la morfologia del bambino (anche se, come abbiamo detto, non sempre i danni sono visibili in epoca prenatale). In più, si esegue l’amniocentesi, attraverso la quale si riesce a sapere con esattezza se il virus è presente nel liquido amniotico e quindi l’infezione è passata al feto. Se l’esito dell’amniocentesi è negativo, si può stare tranquille. Se l’esito è positivo, è indispensabile una consulenza prenatale insieme ad un esperto per analizzare il caso individuale”.

Un attento monitoraggio in gravidanza e dopo la nascita. Se le IgM sono risultate positive e l’amniocentesi ha dimostrato che l’infezione è passata al feto, la gravidanza viene seguita come gravidanza a rischio e si effettuano dei controlli più attenti ed assidui, ad esempio viene fatta un’ecografia di II livello a cadenza mensile, per monitorare attentamente la crescita: non dimentichiamo che un’infezione fetale da citomegalovirus può anche comportare un ritardo di crescita, per questo potrebbe essere necessario far partorire la donna prima del termine.

Dopo la nascita, il neonato viene seguito secondo protocolli più accurati, che prevedono esami di tipo sierologico e immunologico, test dell’udito, risonanza magnetica, ecografia cerebrale. Ecco perché è importante rivolgersi ad una struttura si II o III livello, dove viene valutata anche l’opportunità di effettuare delle terapie antivirali.

Come evitare l’infezione. Il CMV si trasmette tramite la saliva o semplicemente per via aerea, oltre che attraverso i liquidi corporei, come sangue e urine. Per questo il contagio è piuttosto facile, soprattutto se si hanno già altri figli o si lavora in un ambiente dove ci sono bambini, bersaglio privilegiato delle varie infezioni.

Per limitare il rischio di infezione, le precauzioni più importanti sono di natura igienica:

- lavarsi spesso le mani, specie dopo aver toccato la bocca o il naso del bambino e dopo averlo cambiato;

- evitare contatti troppo ravvicinati con i bambini;

- non mettere in bocca il ciuccio del bambino e non condividere posate o bicchieri;

- anche se non si vive a contatto con bambini, evitare comunque i luoghi molto affollati, come gli autobus.

Esiste una cura? “Purtroppo ad oggi non esiste una terapia – né per prevenire la trasmissione materno-fetale né per scongiurare i danni fetali - della quale si sia dimostrata l’efficacia” conclude Irene Cetin. “Ci sono studi su immunoglobuline specifiche (degli anticorpi che dovrebbero dare man forte al sistema immunitario di mamma e bebè ed aiutare a ridurre la carica viremica) e antivirali mirati, che dovrebbero combattere l’infezione, ma sono ancora in fase di studio e non si sa ancora se funzioneranno davvero. Le uniche misure davvero efficaci per evitare il CMV sono le norme igieniche di prevenzione”.

A Roma è nato Co.Mic, il comitato per la diagnosi e la terapia delle malattie infettive cilomegaliche pre e post natali. E’ nato su iniziativa di Manuela Accardo, mamma romana di un bambino affetto da citomegalovirus. Info: http://www.comitatomic.it/.

autore

Angela Bisceglia





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Commenti a questo articolo
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  • di LARA il 02 febbraio 2012, alle ore 11:44

    Buongiorno ho ritirato analisi del sangue c'è scritto Anti-CMV igg (sit) POSITIVO,Anti-cmv igm (sit)negativo.Non sono in gravidanza ma ci piacerebbe tanto avere un bimbo se mi prendo incinta è pericoloso per il feto? Grazie infinite


  • di veronica il 08 dicembre 2011, alle ore 12:06

    240.00 sono molto preoccupata spero in una risposta


  • di laura il 23 novembre 2011, alle ore 18:22

    salve sono una ragazza di 26anni ho fatto perl a prima volta il test del cytomelagovirus igg 10 igm negativo poi lo ripetuti dopo un mese igg 15 igm negativo ke significa sono in gravidanza e sono anziosa xke' nn capisco il significato.spero ke mi risp presto grazie


  • di GAIA il 13 novembre 2011, alle ore 23:39

    ciao ho 27 anni e alla 2°grav.sono entrata nella 16°sett. e ho ritirato le analisi con CMV POSITIVO IGG 9,00 E IGM 2,02 in + ho MONOTEST anticorpi IgG e IgM
    Ebna IgG 11,90 e VCA-IgM 1,97 e VCA-IgG 15,40.mi sapreste dire se devo preoccuparmi x il mio piccolo.ho fatto il bitest alla 13°sett.ed era tutto a posto....aspetto una vostra risposta grazie


  • di Laura il 09 novembre 2011, alle ore 07:12

    Salve io sono alla 21 esima settimana ho fatto gli esami del sangue per il cmv la prima volta ed è risultato igg 10.5 e igm pres e il test di avidità ha dato 39%, mi può dire qualcosa per questi risultati...grazie


(20 Commenti)

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