Citomegalovirus (CMV) in gravidanza, 10 cose da sapere

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Il Citomegalovirus (CMV) è un virus molto comune appartenente alla famiglia degli herpes virus. Se si contrae in gravidanza, le probabilità che il bebè sia contagiato sono basse ma, se questo avviene, i rischi per il nascituro potrebbero essere seri. I consigli per la prevenzione

1) Che cos’è il Citomegalovirus?
Il Citomegalovirus (CMV) è un virus molto comune appartenente alla famiglia degli herpes virus (come la varicella, l’herpes labiale o il virus della mononucleosi). Negli adulti e nei bambini che contraggono autonomamente l'infezione, i sintomi sono in genere lievi e generici, per esempio febbre, stanchezza, mal di gola, tanto che spesso non ci si accorge nemmeno della malattia.

 

Il virus, però, può essere molto pericoloso se contratto in gravidanza, perché in questo caso può passare al feto, con conseguenze che possono essere anche gravi.

 

2) L'infezione in gravidanza
“Se la donna contrae per la prima volta il virus durante la gravidanza, c’è il rischio che anche il feto venga contagiato e si parla in questo caso di infezione congenita” sottolinea Irene Cetin, responsabile dell’Unità operativa di ostetricia e ginecologia presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano e professore dell'Università di Milano. In questo caso, il rischio di trasmissione al feto varia dal 30 al 40%. Significa che su dieci bambini di mamme che contraggono il CMV durante la gravidanza, 3 o 4 lo contraggono a loro volta.


Ma attenzione: anche se il feto ha contratto il virus, non è detto che manifesti delle conseguenze, a breve o a lungo termine. “Solo 2 o 3 feti su 10 con infezione congenita riporteranno delle conseguenze" spiega Cetin.


Il problema è che, per quanto rare, queste conseguenze possono essere piuttosto serie. Spiega Cetin: “Possono riguardare il sistema nervoso centrale con malformazioni visibili anche in ecografia, oppure possono provocare ritardo mentale, sordità congenita, corioretinite (una patologia della retina che provoca cecità): tutte condizioni che non sono diagnosticabili in utero e delle quali ci si accorge solo dopo la nascita del piccolo, a volte anche mesi o anni dopo”.


La probabilità che un bambino con CMV congenito manifesti una di queste disabilità è maggiore se già da neonato aveva mostrato dei sintomi. Per fortuna, l’85-90% dei neonati con infezione congenita è asintomatico e solo il 10-15% circa di questi bambini mostra sintomi alla nascita, in particolare problemi al fegato, alla milza, ai polmoni, oppure convulsioni.

 

3) Come si fa a sapere se si è contratto il CMV?
Per sapere se si è già contratto il CMV basta fare un esame del sangue, che ricerca la presenza degli anticorpi specifici (detti immunoglobuline) contro il virus. In particolare, si cercano due tipi di immunoglobuline:

 

  •  le IgM sono le immunoglobuline che si formano quando c’è un’infezione acuta in corso, quindi segnalano che la malattia è in atto.
  • le IgG sono le immunoglobuline della ‘memoria’ dell’infezione: se risultano positive, vuol dire che la malattia è stata contratta in passato e quindi l’organismo ha sviluppato gli anticorpi.
4) CMV: come leggere i risultati del test
- IgM e IgG negative (cioè inferiori ai valori di riferimento indicati dal laboratorio): vuol dire che la donna non ha mai contratto l’infezione. Questo significa che dovrebbe prestare attenzione a certe norme igieniche di prevenzione, soprattutto se ha contatti frequenti con bambini piccoli, più soggetti ad ammalarsi.

- IgM negative e IgG positive: vuol dire che la donna ha già contratto il CMV in passato ma non ha un’infezione in corso. È il caso più rassicurante poiché, se anche la donna dovesse infettarsi nuovamente, si tratterebbe di un’infezione secondaria, che è molto meno pericolosa rispetto a quella primaria (cioè contratta per la prima volta in gravidanza).

- IgM positive e IgG negative: sta ad indicare che la donna non aveva mai contratto l’infezione in passato, ma che in questo momento l’infezione è in corso. È un’evenienza rara, poiché significherebbe che si è fatto l’esame proprio nel momento iniziale dell’infezione, quando le IgG non hanno ancora fatto in tempo ad attivarsi. Ma è anche l’evenienza più rischiosa, poiché vuol dire che si tratta di sicuro di un’infezione molto recente. In questo caso, però, il test va ripetuto in un centro specializzato che utilizzi metodi di analisi più sensibili (almeno un ospedale di secondo livello), per confermare davvero la positività delle IgM. “Può succedere che donne risultate positive a un test eseguito in un normale laboratorio siano poi risultate negative a un test eseguito in una struttura più adeguata” spiega Irene Cetin.

- IgM e IgG entrambe positive: vuol dire che l’infezione c’è stata e potrebbe essere ancora in atto, così come potrebbe significare che è avvenuta fino a 3-4 mesi prima, visto che le IgM impiegano 3-4 mesi prima di diventare negative. “In tal caso, è indispensabile cercare di sapere con la maggior precisione possibile quando si è contratta la malattia” sottolinea Irene Cetin “e questo è possibile con un esame chiamato test di avidità: può darsi infatti che l’infezione risalga al periodo del preconcepimento e quindi si può star tranquille. In caso contrario, un’amniocentesi consentirà di sapere se l’infezione è passata al bambino”.


5) Ma ha davvero senso fare il test?
La questione dell'opportunità di uno screening di routine è ancora molto controversa, sia perché il rischio di gravi conseguenze permanenti è comunque basso, sia perché, una volta individuata l'infezione, non ci sono al momento terapie efficaci per contrastarla. Per questo molti ginecologi preferiscono non prescrivere il test.

 

“Fare lo screening può avere senso in fase preconcezionale o al massimo entro le primissime settimane di gravidanza, in modo da sapere se si è già avuta la malattia" dice Irene Cetin. "Se la donna risulta negativa al primo test, conviene ripeterlo a metà gravidanza, intorno alla 20ma settimana".

 

Le conseguenze più serie si possono avere se si contrae l’infezione nella prima metà della gravidanza e a questo punto c'è ancora il tempo per valutare un'eventuale interruzione di gravidanza. Dopo le 20 settimane, invece, ha meno senso: visto che il rischio di conseguenze è basso e che comunque non si può far nulla, si rischia solo di generare ansia inutile.


6) Se si è già contratta l’infezione in passato, si può stare tranquille?
“Se la donna ha già avuto l’infezione in passato, ha già gli anticorpi e non si può reinfettare” risponde Irene Cetin. “Può però verificarsi un’infezione secondaria, cioè può capitare che ci sia una riattivazione della viremia. Così come accade per la varicella: l’infezione si prende una sola volta, però il virus resta nell’organismo in forma latente per poi riattivarsi in alcuni momenti della vita sotto forma di herpes, ma non si tratta di una nuova infezione. In caso di infezione secondaria, i rischi sono molto più bassi e i possibili danno meno gravi: i rischi riguardano essenzialmente le donne che contraggono per la prima volta il CMV durante la gravidanza”.

 

7) Come si può sapere quando si è contratta l'infezione?
Sapere quando è avvenuta esattamente un'infezione è molto importante, perché le conseguenze per il feto possono essere diverse. Prima del secondo mese di gestazione, infatti, vale la regola del ‘tutto o niente’: un’eventuale infezione o provoca un aborto spontaneo o si supera senza problemi. La situazione più critica, invece, si ha per infezioni primarie contratte nella prima metà della gravidanza.


Ma come si fa a sapere quando è avvenuta l'infezione, se per esempio si esegue il test per la prima volta a metà gravidanza e le IgM risultano negative (quindi l’infezione non è in atto) ma le IgG risultano positive? “In tal caso si può eseguire il cosiddetto test di avidità (o avidity test)” risponde la ginecologa Irene Cetin. “Si tratta di un ulteriore esame del sangue che ci permette di sapere se l’infezione si è avuta nei tre mesi precedenti oppure ancora prima.


Se è confermata l’infezione primaria in gravidanza, è bene rivolgersi a una struttura specializzata. “A questo punto infatti, può essere opportuno capire se l’infezione è passata al bambino oppure no” sottolinea Cetin. Il primo passo è un’ecografia fetale di secondo livello, eseguibile in un centro specializzato, che valuta attentamente la morfologia del bambino. Anche se, come abbiamo detto, non sempre i danni sono visibili ecograficamente in epoca prenatale.

 

Per sapere con certezza se il bimbo ha contratto o meno l'infezione l'unico esame possibile è l’amniocentesi, che permette di individuare l'eventuale virus nel liquido amniotico. Se l’esito dell’amniocentesi è negativo si può stare tranquille. Se l’esito è positivo, è indispensabile una consulenza prenatale insieme ad un esperto per analizzare il caso individuale.


8) Un attento monitoraggio in gravidanza e dopo la nascita
In caso di infezione primaria, e a maggior ragione se è stata confermata anche l'infezione fetale, la gravidanza viene seguita in genere come gravidanza a rischio e si effettuano dei controlli più attenti ed assidui. Per esempio viene fatta un’ecografia di II livello a cadenza mensile, per monitorare attentamente la crescita: un’infezione fetale da CMV può infatti comportare anche un ritardo di crescita, per questo potrebbe essere necessario far partorire la donna prima del termine.


Dopo la nascita, il neonato viene seguito secondo protocolli più accurati, che prevedono esami di tipo sierologico e immunologico, test dell’udito, risonanza magnetica, ecografia cerebrale. Ecco perché è importante rivolgersi ad una struttura si II o III livello, dove viene valutata anche l’opportunità di effettuare delle terapie antivirali.

 

9) Esiste una cura per prevenire l'infezione fetale o scongiurare danni al bambino?
Purtroppo a oggi non esiste una terapia di dimostrata efficacia, né per prevenire la trasmissione materno-fetale né per scongiurare eventuali danni al bambino.

 

La buona notizia è che sono in corso studi scientifici su particolari immunoglobuline (anticorpi che dovrebbero dare man forte al sistema immunitario di mamma e bebè) e se antivirali mirati che dovrebbero combattere l’infezione. Al momento, però, le ricerche sono ancora in fase sperimentale e non si sa se funzioneranno davvero. Allo stesso punto è anche la ricerca su un vaccino contro il CMV.

 

"Le uniche misure davvero efficaci per evitare il CMV sono le norme igieniche di prevenzione” conclude Irene Cetin.


10) Come evitare l’infezione del Citomegalovirus
Il CMV si trasmette tramite la saliva o semplicemente per via aerea, oltre che attraverso i liquidi corporei, come sangue e urine. Per questo il contagio è piuttosto facile, soprattutto se si hanno già altri figli o si lavora in un ambiente dove ci sono bambini, bersaglio privilegiato dell'infezione.


Per limitare il rischio di infezione, le precauzioni più importanti sono di natura igienica:
  

  • evitare contatti troppo ravvicinati con i bambini;
  • se in casa ci sono bambini lavarsi spesso le mani, specie dopo aver toccato la bocca o il naso di un bambino e dopo averlo cambiato;
  •  non mettere in bocca il ciuccio del bambino e non condividere posate o bicchieri;
  • anche se non si vive a contatto con bambini, evitare comunque i luoghi molto affollati

Fonti per questo articolo: pagina web di OMaR, Osservatorio Malattie Rare; pagina web di Epicentro (Istituto superiore di sanità); consulenza di Irene Cetin, responsabile dell’Unità operativa di ostetricia e ginecologia presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano e professore dell'Università di Milano.

17 Novembre 2008 | Aggiornato il 11 Febbraio 2015
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