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Salute in gravidanza

Preeclampsia (o gestosi): sintomi, cause, cure e come prevenirla

Di Valentina Murelli Angela Bisceglia
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08 Luglio 2008 | Aggiornato il 24 Luglio 2017
È una malattia tipica della gravidanza, che colpisce circa il 3-5% delle donne incinte. Per evitare conseguenze serie per la mamma e il bambino è fondamentale diagnosticarla in tempo: per questo, occorre tenere sempre sotto controllo la pressione. Intanto, la ricerca comincia ad individuare alcuni fattori di rischio significativo.

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Che cos'è la preeclampsia?
Si tratta di una malattia tipica della gravidanza, che colpisce dunque solo le donne incinte (per questo in passato era detta gestosi), potenzialmente pericolosa sia per la mamma sia per il feto. Interessa circa il 3-5% delle donne in attesa.

 

Compare, generalmente in modo improvviso, nella seconda parte della gestazione, dopo le 20 settimane. Per evitare danni, anche seri, è fondamentale diagnosticarla per tempo, soprattutto tenendo sotto controllo la pressione arteriosa e con regolari controlli delle urine.

 

Come si manifesta?
"La preeclampsia è subdola, perché molto spesso la donna colpita non avverte sensazioni specifiche" spiega Tullia Todros, responsabile della struttura di ginecologia e ostetricia dell'AOU Città della salute e della scienza di Torino.

 

I sintomi principali che devono far sospettare la preeclampsia sono due:

  • la pressione arteriosa superiore a 140 di massima e a 90 di minima;
  • la presenza di proteine nelle urine a livelli oltre i 290 mg/l.
ATTENZIONE! In gravidanza un leggero aumento delle proteine nelle urine è considerato normale. Proprio per questo, se fuori gravidanza viene tollerata una proteinuria fino a 150 mg/l, durante la gestazione il limite si alza a 290. Una proteinuria molto elevata può dipendere da infezioni urinarie, come le cistiti, la cui incidenza aumenta in gravidanza: se non si tratta di questo, è possibile che sia preeclampsia. In caso di proteinuria elevata è sempre consigliabile consultare il proprio medico.

 

In alcuni casi possono comparire altri sintomi, come mal di testa persistente, dolore intenso allo stomaco, scotomi (visioni di macchie scure o luminose davanti agli occhi), offuscamento della vista, convulsioni, oliguria, cioè scarsa quantità di urine. "Però non sempre si manifestano e quando accade spesso si tratta di indizi di una forma già grave" precisa Todros.

 

E l'edema?
Spesso si sente dire che un sintomo tipico della preeclampsia sia la comparsa di edemi, cioè di gonfiori, alle gambe. In realtà, gli edemi possono facilmente comparire anche in gravidanze del tutto normali, senza indicare alcuna patologia: ne soffre circa il 40% delle donne nel terzo trimestre. È vero però che in caso di preeclampsia il riscontro di edemi è più frequente: in caso di gonfiore, quindi, è sempre meglio avvertire il medico.

 

Da che cosa dipende la preeclampsia?
La causa precisa di questa condizione non è ancora nota. "Sappiamo che dipende da un danno generalizzato alle pareti dei vasi sanguigni della placenta, l'organo che porta ossigeno e sostanze nutritive al bambino, ma non sappiamo ancora da che cosa dipenda questo danno" sottolinea Todros. "Probabilmente sono coinvolti meccanismi autoimmuni e infiammatori, ma è ancora tutto da chiarire".

 

In ogni caso, quello che succede è che la placenta funziona male, con due conseguenze: da un lato, produce sostanze "cattive" che danneggiano la circolazione della mamma; dall'altro non permette il trasferimento di ossigeno e nutrienti al bambino, che entra in sofferenza.

 

"Sappiamo inoltre che è una malattia tipica della specie umana" sottolinea Sergio Ferrazzani, professore associato di medicina prenatale all'Università Cattolica di Roma e dirigente medico del Policlinico Gemelli. "Negli altri mammiferi può essere indotta solo sperimentalmente". E già gli antichi Greci la conoscevano: “Ovviamente non misuravano la pressione e non facevano esami delle urine, però constatavano che a volte le donne incinte - e i loro bambini - morivano a causa di convulsioni improvvise.

 

Che cosa comporta la preeclampsia?
Se non viene presa in tempo, le conseguenze di questa condizione possono essere gravi.

 

Per la mamma, si va da disturbi della coagulazione a danni generalizzati agli organi, all'evoluzione in eclampsia, che si manifesta con convulsioni, perdita di coscienza e in alcuni casi emorragie cerebrali. Purtroppo, proprio per queste conseguenze la preeclampsia è una delle cause principali di mortalità materna in gravidanza e durante il parto, sia nei paesi in via di sviluppo sia in quelli sviluppati come l'Italia. Dove, secondo i dati dell'Istituto superiore di sanità muoiono ancora circa 10 donne ogni 100 mila nati.

 

Per il bambino, i rischi principali sono quelli di ritardo o arresto della crescita, oltre ai rischi di una nascita prematura: quando insorge preeclampsia, infatti, l'unica soluzione possibile per risolverla è il parto.

 

Sono possibili terapie? Come si interviene?
"Non ci sono farmaci efficaci per la cura della preeclampsia: l'unico modo per fermarla è fermare la gravidanza" afferma Ferrazzani. Insomma, la terapia è il parto, che permette di rimuovere la placenta, responsabile della malattia. Espletato il parto, che in genere avviene con taglio cesareo, la situazione torna alla normalità ed anche le condizioni di salute della donna migliorano progressivamente.

 

Il problema maggiore si ha se la preeclampsia si verifica in un’epoca gestazionale molto precoce, quando il feto - e in particolare il suo apparato respiratorio - è ancora immaturo e il rischio di mortalità perinatale è elevato. "In questi casi si tratta di valutare e bilanciare molto attentamente i rischi che corrono mamma e bambino" sottolinea Todros. "Se possibile, si cerca di portare avanti la gravidanza anche con l'aiuto di farmaci sintomatici: anche pochissimi giorni contano, in un'epoca gestazionale precoce". Però non è detto che questo sia sempre utile: ci sono anche casi in cui il bambino, che non riceve più ossigeno e nutrienti, è più in pericolo in utero che fuori. Ovviamente, per questa valutazione è bene affidarsi a centri altamente specializzati, che abbiano anche un reparto di terapia intensiva neonatale pronta ad assistere un bambino prematuro.

 

"Nelle forme di preeclampsia tardiva in genere si preferisce far partorire subito la donna" conclude Ferrazzani. "Ormai il feto è giunto a maturazione quasi completa e non conviene far correre inutili rischi alla mamma”.

 

Quali sono i principali fattori di rischio?

Sulla base di un'accurata analisi della letteratura scientifica prodotta sulla preeclampsia, un gruppo di ricerca del Saint Michael Hospital di Toronto ha riassunto i principali fattori che possono predisporre a un rischio elevato di preeclampsia. Eccoli:

  • se la donna è ipertesa o ha già avuto preeclampsia in altre gravidanze;
  • se soffre di diabete o di sindrome da anticorpi antifosfolipidi (una malattia autoimmune);
  • se la gravidanza arriva da una procedura di procreazione medicalmente assistita;
  • se la donna era obesa prima della gravidanza (indice di massa corporea superiore a 30).

Anche altri fattori possono rappresentare un rischio, se combinati tra loro. Si tratta di:

Dunque non sarebbe a rischio una donna con una sola di queste caratteristiche, ma una donna che ne presenti due o più: per esempio, una donna di 42 anni che aspetta due gemelli.

 

Va detto però che nella maggior parte dei casi la preeclampsia si manifesta alla prima gravidanza e senza fattori di rischio particolari.

 

Si può prevenire la preeclampsia?

Alle donne ad alto rischio viene in genere consigliata l'assunzione di aspirinetta, l'aspirina a basso dosaggio: si è visto infatti che, se assunta nelle prime 12-14 settimane di gravidanza, che  corrispondono al periodo in cui si forma la placenta, l'aspirinetta riduce il rischio di preeclampsia. Questa misura è suggerita dalle principali società scientifiche internazionali, ed è ricordata anche in un ampio articolo di revisione della letteratura scientifica disponibile pubblicato sul British Medical Journal nell'aprile 2016.

 

Sempre alle donne ad alto rischio viene solitamente suggerito qualche controllo in più: in particolare, la flussimetria Doppler delle arterie uterine, da effettuare intorno alle 24 settimane, che serve a valutare se la formazione della placenta è stata adeguata e se la placenta sta funzionando bene. L'insufficienza placentare può infatti essere un segnale precoce di preeclampsia. Nelle situazioni a rischio, inoltre, la gravidanza viene monitorata con ecografie più frequenti, che servono a valutare la crescita e il benessere fetale.

 

Per tutte le altre donne - che sono la maggioranza - non è ancora possibile una vera e propria prevenzione di routine. Per il momento, la raccomandazione è quella di misurare accuratamente la pressione a intervalli periodici: una volta al mese nei primi mesi, due/tre volte al mese dopo le 20-22 settimane e ogni settimana dall'inizio del terzo trimestre. Molto importante anche l'esame delle urine, per individuare un'eventuale proteinuria: è da fare una volta al mese e anche 2/3 volte nell'ultimo mese.

 

Le prospettive per il futuro
Il problema dell'aspirinetta è che funziona solo se data all'inizio della gravidanza, molto prima che possa manifestarsi la preeclampsia. Per questo, sarebbe utile disporre di strumenti che permettano di individuare, tra tutte le donne in gravidanza, quelle che sono davvero a rischio di sviluppare la malattia, considerato che nella maggior parte dei casi questa compare in donne che non hanno fattori predisponenti apparenti.

 

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica si è mossa molto in questa direzione: si sta cercando di capire se alcune variazioni della flussimetria Doppler presenti già nel primo trimestre siano associate a un maggior rischio di preeclampsia. E nello stesso tempo si stanno cercando marcatori biochimici, sostanze che possa essere rilevate con un semplice esame del sangue e che segnalino con molto anticipo che potrebbe esserci qualche problema.

 

Alcuni test basati su particolari proteine placentari sono già stati sviluppati, ma per il momento sono utilizzati ancora in via sperimentale: non sono ancora affidabili come strumenti di screening precoce.

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