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Sviluppo linguaggio

La lingua dei segni per capire il bambino

Di Antonella Laudonia
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08 Novembre 2012
Esiste un modo per comunicare efficacemente col piccolo prima che inizi a parlare? Dagli Usa arrivano i primi libri sulla lingua dei segni, un metodo per decifrare le necessità dei bambini che ancora non parlano

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Un nuovo libro (“Mamma parla con me”, Cairo Editore) indica la strada nei cosiddetti baby signs. Ecco cosa ne pensano due esperte italiane.

Il vostro bimbo piange e voi non riuscite a capirne il motivo. Avrà fame? Sarà stanco? Avrà sporcato il pannolino? Decifrare le necessità dei piccoli, in età preverbale, è un'esigenza molto sentita dalle mamme, che in questo modo riescono ad abbattere quel senso di frustrazione infinita da cui sono assalite ogni volta che non riescono a interpretare le ragioni dei pianti dei bebè, le loro esigenze, o i loro tentativi di comunicare.

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Su questo tema arrivano anche in Italia, direttamente da Oltreoceano, i primi libri sulla lingua dei segni, che teorizzano e spiegano come utilizzarla con bambini senza difficoltà uditive per migliorare l'interazione genitore-figlio. Da poco tempo nelle librerie “Mamma parla con me”, di Nancy Cadjan (Cairo Editore), è un manuale semplice, suddiviso in una parte teorica e una pratica con chiare illustrazioni, che si propone di divulgare anche alle famiglie italiane il metodo così utilizzato da migliaia di madri e padri e asili americani.

Si tratta di segni intuitivi e facili da imparare, che mimano attività (mangiare, dormire, giocare…), oggetti (latte, ciuccio, letto), persone (mamma, papà, nonna...), sensazioni (caldo, freddo, dolore...) suddivise per fasce d'età, per comunicare meglio nella quotidianità. Secondo questo libro, infine, i bambini le cui madri adottano questo sistema dimostrerebbero un più precoce e più ricco sviluppo del linguaggio.

Ecco le foto di due pagine del libro "Mamma parla con me":

Per capirne di più sul tema, abbiamo sentito due esperte italiane. Ecco cosa ne pensano.

IL LINGUAGGIO DEI SEGNI, PRO O CONTRO?

PRO

“Questa teoria della lingua dei segni mi trova d'accordo in quanto i genitori usano già tanto i gesti, fa parte della nostra cultura. Qui si porta questa tendenza al massimo, la si inquadra con regole precise in quanto secondo questo metodo, anziché utilizzare gesti personali scelti da ogni genitore in base ai tentativi individuali dell'esperienza col proprio figlio, si preferisce adottare segni appartenenti alla lingua dei segni, standardizzati e studiati appositamente, in modo dunque più sistematico.

Quello che mi sento di consigliare, però, è di importare i segni della propria comunità nazionale a cui si appartiene, anziché mutuare quelli americani dell'ASL (American Sign Language), perché i segni trovano le radici nella cultura specifica di ciascun Paese.

Posso inoltre confermare che utilizzando questo metodo si notano dei vantaggi cognitivi nell'evoluzione del linguaggio dei bambini, che si sviluppa prima e meglio rispetto a chi non ne fa uso. Un mio studio del 1998, condotto su bimbi udenti della scuola elementare di Guidonia (RM), ha evidenziato che la lingua dei segni aumentava le loro abilità di memoria visiva e attenzione visiva. E anche su bimbi più piccoli esistono abbondanti lavori che attestano la validità di questa metodica”.

(Virginia Volterra, Dirigente di ricerca del CNR - Istituto di Scienze e Tecnologie della cognizione -, punto di riferimento italiano sulla lingua dei segni)

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CONTRO

“Dal punto di vista "ideologico" la proposta di spingere le madri a utilizzare un sistema "artificiale" di comunicazione con i propri bambini non mi trova d'accordo perché fa leva sulla loro insicurezza, particolarmente accentuata da quando le donne si trovano spesso da sole ad affrontare il compito di diventare mamme, senza la rete sociale di nonne, zie e parenti vari che nel passato offriva più facilmente aiuto e supporto in quest'ambito.

Saprò capire quello di cui il mio bambino ha bisogno? Sarò in grado di rispondere alle sue esigenze in modo efficace? Sono domande che tutte le mamme si pongono, ma le risposte vanno trovate nel proprio percorso personale di mamma. Ogni coppia madre-bambino sviluppa propri modi di comunicare. Ogni madre deve imparare a conoscere il proprio bambino, è un compito difficile ed è comprensibile che l'idea che ci sia un metodo che, come sostiene il libro, promette di diventare capace di " interpretare tutte le sue necessità, materiali o affettive, prima che lui/lei sia in grado di verbalizzarle" è particolarmente allettante.

La comunicazione tra madre e bambino è attiva fin dai primi mesi di vita attraverso sguardi, espressioni emotive, gesti, sorrisi e modulazione dei suoni. Bisognerebbe insegnare alle madri che possono fidarsi del modo che viene loro naturale e spontaneo di comunicare con i propri figli, non spingerle a pensare che hanno qualcosa da imparare o addestramenti specifici da seguire.

Da un punto di vista più propriamente scientifico, gli studi tesi a dimostrare dei vantaggi nell'uso di questo sistema per quel che riguarda un più precoce sviluppo del linguaggio o addirittura un migliore sviluppo intellettuale, soffrono di vari problemi metodologici che ne rendono dubbia la validità, primo fra tutti il fatto che impegnandosi in un'attività del genere le madri dedicano molto tempo all'interazione dialogica con i propri figli, sono quindi mamme più attente a cogliere tutti i loro segnali comunicativi, tutte attività che già di per sé migliorano lo sviluppo linguistico.

In definitiva, ho analizzato 17 studi sull'argomento e su questi 14 provano che un effetto positivo sussiste realmente, ma a mio parere gli esiti non sono ricollegabili direttamente al metodo bensì al maggior impegno profuso dai genitori che lo adottano nel tentativo di comunicare coi figli.

(Laura D'Odorico, docente di Psicologia dello sviluppo e disturbi del linguaggio all’Università Bicocca di Milano)

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