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Adolescenti e social network

Adolescenti e social network: un manuale per genitori

Di Giulia Foschi
social

18 Dicembre 2017
Bambini, adolescenti e social network: un libro esamina il rapporto non sempre facile con il mondo del 2.0 illustrando i rischi e consigliando ai genitori come comportarsi.

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Per ogni genitore arriva il momento di confrontarsi con il rapporto tra figli e social network: Facebook, Instagram, Twitter fanno parte delle nostre vite, inutile ignorarlo, e per i più giovani sono semplicemente un elemento della realtà come un altro con il quale interagire.

 

Come fare, allora, perché l’utilizzo dei social sia sano, e non problematico? Quali sono i rischi e come evitarli? Simone Cosimi e Alberto Rossetti analizzano il fenomeno nel libro «Nasci, cresci e posta», edito da Città Nuova, un manuale che affronta con uno sguardo ad ampio raggio il rapporto tra bambini e adolescenti e social network, e il ruolo dei genitori in questo contesto.

 

 

A che età si può accedere ai social network?

L’età in cui i bambini si approcciano agli strumenti tecnologici si abbassa di anno in anno. Eppure, fino agli 8/9 anni è bene privilegiare sempre il gioco e il contatto diretto con gli altri bambini, evitando il virtuale. «Non esiste alcun dato in grado di tranquillizzare sull’utilizzo dei social da parte dei bambini. Anzi: secondo alcuni studi può aumentare la probabilità  che in futuro sviluppino disagi e depressione – spiega Alberto Rossetti, psicanalista e psicoterapeuta -. Dai 10/11 anni si può iniziare ad assecondare il desiderio di utilizzare i social, accompagnando il figlio, parlandone insieme. Il divieto non è mai utile, l’attenzione sì. Il limite minimo d’accesso ai social è di 13 anni, ma non c’è modo di verificare che venga rispettato: le piattaforme possono fare poco, il controllo è in mano ai genitori».

 

 

Quando è il caso di intervenire

«Un genitore deve iniziare a preoccuparsi quando si accorge che la vita reale del figlio si sta riducendo per colpa dei social network – continua Rossetti -. Con uno sguardo d’insieme è possibile rendersi conto se si tratta di un problema transitorio o di un disagio più grande. Non esiste la dipendenza da social, non è una patologia teorizzata: può essere un comportamento spia di un problema più ampio. Spesso ci si dimentica che per aprire un dialogo basta la domanda più semplice: come stai?».

 

 

Sharenting: il corretto utilizzo dei social parte dai genitori

Con il termine sharenting s’intende la condivisione compulsiva di contenuti sui figli da parte dei genitori, senza il consenso dei figli. «Mettere in rete informazioni sui propri figli è un problema quando diventa l’unico messaggio che un genitore va a veicolare sui social. Mostrare ai figli che c’è una differenza tra vita privata e pubblica è il primo passo per una corretta educazione all’utilizzo dei social. Far capire che esistono dei livelli di privacy da attivare, che c’è una differenza tra il mio essere uomo e il mio essere padre, sono tutti messaggi che si trasmettono ai figli attraverso un utilizzo ponderato dei social: se ci lasciamo prendere la mano e condividiamo tutto stiamo dando un messaggio completamente diverso. Inoltre ci sono i rischi legati alla diffusione delle immagini, che non sappiamo dove possono arrivare: una volta in rete sono di dominio pubblico, è bene saperlo», conclude Rossetti.