ANNO ALL'ESTERO

Anno all’estero alle superiori: i pro e i contro dell’esperienza

Di Zelia Pastore
nostrofiglio
27 Luglio 2016
L’anno all’estero alle superiori è un’esperienza di crescita per i ragazzi dalle grandi potenzialità. Ma non per tutti e non sempre si tratta di un'esperienza consigliata. Abbiamo cercato di capire i pro e i contro con l'aiuto della dottoressa Gloria Borromeo, psicologa e psicoterapeuta che opera a Pavia e Ardenno.
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Un anno (o sei mesi, a seconda del periodo che si sceglie) lontano dalla famiglia d’origine, immersi nella cultura, nella scuola e soprattutto nella lingua di un paese straniero: l’anno all’estero alle superiori è un’esperienza di crescita per i ragazzi dalle potenzialità davvero incredibili.

 

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Ma, anche se le richiesta con il passare degli anni aumentano sempre di più e gli ostacoli legislativi sono sempre meno, «alcune scuole tendono a mettere i "bastoni tra le ruote" agli studenti che scelgono quest’avventura, tartassandoli di interrogazioni al loro ritorno» avverte la dottoressa Gloria Borromeo, psicologa e psicoterapeuta che opera a Pavia e Ardenno. «Di contro, va detto anche che ci sono altri istituti scolastici più aperti che anzi favoriscono questo tipo di esperienze e che hanno già contatti avviati con scuole in altri paesi». Fermo restando che bisogna tenere conto di iniziare ad organizzarsi un anno prima, la bontà di questa scelta non è identica per tutti: «Ogni ragazzo è un mondo a parte - spiega la dottoressa Borromeo - bisogna capire che tipo di motivazioni spingono il proprio figlio ad intraprendere questo viaggio, e non è detto che tutte siano giuste allo stesso modo».

 

I CONTRO

 

Nell’entusiasmo che potrebbe prendere genitori e figli davanti a questa prospettiva, teniamo conto di alcuni punti a sfavore. «Consideriamo che il ragazzo quando si trova davanti alla prospettiva di partire, ha la leggerezza tipica dell’età adolescenziale: questo atteggiamento se da un lato è positivo perché li spinge verso il nuovo, dall’altro non li protegge dalle difficoltà, come la fatica del distacco dalla famiglia e dagli amici» ci avverte la dottoressa Borromeo.

 

«Quando tornano potrebbero avere la sensazione di essere dei pesci fuor d’acqua». Anche il percorso di studio al ritorno potrebbe subire dei rallentamenti: «Il recupero del programma fatto in loro assenza potrebbe essere più difficile del previsto».

 

Nei primi tempi dell’esperienza all’estero i problemi non mancheranno«In un posto nuovo i nostri figli potrebbero non avere punti di riferimento, almeno all’inizio. Le difficoltà a livello linguistico e a ritrovarsi nell’organizzazione scolastica sono da mettere in conto».

 

I PRO

 

Sgomberato il campo da tutti i possibili intoppi, giova comunque ricordare che per i giovani è un indubbio «arricchimento culturale, nonché una valida rete di conoscenze per il futuro, in caso poi si voglia frequentare l’università all’estero e magari trovare anche uno stage».


Anche dalla parte del datore di lavoro viene considerato un vantaggio: «in ambito lavorativo l’esperienza in un paese straniero è testimonianza di flessibilità e capacità di adattamento».

 

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I nostri figli avranno l’occasione di «vivere fuori dai ruoli, dai riti e dagli affetti: scopriranno così la loro identità e i loro limiti e punti di forza fuori dal solito contesto che li ha sempre protetti» e non da ultimo «insegna loro la capacità di organizzarsi e di scegliere senza i genitori alle spalle, in modo indipendente».

 

DALLA PARTE DEI GENITORI

 

Una volta che il figlio ha deciso di partire, che cosa possono fare i genitori? «L’ideale è che lo accompagnino, lasciandogli la giusta libertà ma assicurando sempre la loro presenza (via telefono o Skype) per dare l’idea al ragazzo di essere la loro base sicura: i giovani devono sicuramente sperimentarsi ma anche sentire l’aiuto e la vicinanza dei genitori».

 

Mamma e papà non devono mostrarsi angosciati«Le difficoltà iniziali possono creare una sensazione di sconforto nei ragazzi: se i genitori si mostrano eccessivamente in pensiero, per chi sta lontano diventa ancora più complicato». In conclusione «la ritengo una buona esperienza, ma sono dell’opinione che si debba valutare caso per caso, tenendo conto della motivazione del ragazzo e delle capacità del genitore di distaccarsi e di sapere il figlio a contatto con famiglia e valori diversi» conclude la dottoressa Gloria Borromeo.