Approfondimento

L'Isis, spiegato ai nostri figli

Di Lorenzo Bordoni
isisbandiera
20 Novembre 2015 | Aggiornato il 13 Giugno 2016

Come raccontare a un bambino quello che è successo ad Orlando, negli Usa? E a Bruxelles? Per non parlare di Parigi? Il conflitto mediorientale, il terrorismo, la paura degli attentati. Fare finta di nulla è controproducente. I consigli degli esperti per genitori informati e figli più consapevoli e sereni
 
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“Mamma, papà, perché tutte quelle persone sono state uccise nell'attentato a Orlando? I terroristi possono venire anche qui in Italia? Colpiscono anche i bambini?”. Dopo la tragica notte di Parigi dello scorso novembre che ha inaugurato un nuovo clima di tensione in Europa, l'attacco in Belgio e quest'ultimo negli Usa, a Orlando, i più piccoli si sono trovati di fronte a uno scenario drammatico, difficile da interpretare. In alcuni casi, chiudersi nel silenzio è stata l'unica reazione possibile, in altri, le domande sono arrivate dirette e cariche di angoscia. Molti genitori si sono trovati spiazzati di fronte a questa situazione. Raccontare o no quello che sta succedendo? In che modo? Qual è l'età giusta per cominciare a parlarne?

 

Per prima cosa proviamo a fare un po' di chiarezza sullo scenario attuale.


Cos'è l'Isis?

 

 “L'Isis -  dall'inglese Islamic State of Iraq and Syria – è un gruppo terrorista islamista che, a differenza di altre realtà simili, governa direttamente un territorio e la sua popolazione”, spiega Stefano Maria Torelli, ricercatore dell'ISPI specializzato in tematiche mediorientali. Nell'area che controlla, a cavallo tra Siria e Iraq, ha organizzato uno stato con leggi proprie, il controllo degli aspetti amministrativi, delle risorse economiche e delle materie prime. L'ampiezza attuale del suo territorio è simile a quella della Gran Bretagna”.


Com'è nato?

 

Quello che oggi è noto come Isis o IS (dall'inglese Islamic state, stato islamico), ha le sue origini nel contesto della guerra irachena, in particolare dopo l'intervento degli Stati Uniti nel 2003. “Con la caduta di Saddam Hussein - aggiunge Torelli - lo stato è sprofondato in una sorta di guerra interna tra fazioni Sciite e Sunnite, due diverse correnti dell'Islam presenti nell'area. Nello stesso periodo Al Qaeda, un'altra organizzazione terroristica islamica molto nota, aveva costituito una sua cellula in Iraq che si chiamava Al Qaeda in Iraq e dipendeva da Osama Bin Laden (famoso per aver organizzato l'attentato alle torri gemelle di New York del 2001)”.


“Dopo quasi quattro anni di esistenza il gruppo è stato quasi completamente debellato dalle forze irachene e americane. Ma lo scoppio della guerra in Siria nel 2011 ha permesso ai pochi superstiti di trovare un nuovo terreno su cui operare. Con la conquista di parte della Siria e dell'Iraq negli anni successivi, il gruppo ha cambiato nome per rendere chiaro l'obiettivo della sua azione, trasformandolo appunto in Stato Islamico in Iraq e Siria, Isis”.
Dal giugno del 2014 il gruppo ha annunciato l'istituzione nei territori sotto il proprio controllo di un “califfato”, con a capo il suo leader Abu Bakr al-Baghdadi”.


 

Che relazione c'è tra l'Isis e la religione musulmana?

 

“L'Isis è un movimento che usa parte dell'ideologia dell'Islam per i propri fini ma tradendo del tutto il messaggio reale dell'Islam”, sostiene Torelli. Oltre all'aspetto religioso, c'è anche quello delle azioni violente commesse dal gruppo terrorista, che “in molti casi prendono di mira gli stessi musulmani”. “Tutti i maggiori rappresentanti dell'Islam a livello istituzionale sono concordi nel condannare quello che fa l'Isis e ne prendono le distanze: l''Isis non è l'Islam' è uno degli slogan più famosi che ribadiscono questo concetto”.


Per quale motivo i fondamentalisti dell'Isis attaccano l'Europa?

 

“Il problema è la saldatura tra il radicalismo islamico in Medio Oriente con i problemi irrisolti dell'integrazione di parte della popolazione immigrata musulmana in Europa – dichiara Maurizio Ambrosini, professore di Sociologia dei processi economici all'università Statale di Milano ed esperto di migrazioni -. E' un problema di integrazione della popolazione musulmana e, in particolare, di capacità di proporre ai giovani delle alternative di buona vita e libertà religiosa in Occidente per evitare che cadano nel tranello del fanatismo e della disperazione”.

 

Chi sono e da dove vengono i terroristi?

 

La maggior parte dei terroristi sono nati e cresciuti in Europa, sono seconde generazioni di origine islamica o professionisti, spesso rispettabili”, aggiunge Ambrosini. Lo schema per cui l'Isis esporterebbe terroristi in Europa non è corretto, “può essere invece che alcuni dei fanatici radicali europei siano passati attraverso l'esperienza siriana per addestrarsi e poi tornare in Europa. Il problema quindi è prima di tutto interno all'Europa”.


Perché hanno colpito la Francia, il Belgio e altri paesi europei e non l'Italia?

 

“La prima spiegazione è demografica, in Italia abbiamo pochi musulmani di seconda generazione, abbiamo meno giovani musulmani che sono cresciuti in Italia e che hanno maturato nella scuola aspettative e speranze di futuro non appagate”. Ma non solo. “Abbiamo pochi e ridotti ghetti urbani rispetto ad altri paesi europei”.


In uno scenario così complesso è importante capire cosa raccontare ai propri figli, per aiutarli a comprendere la situazione senza allarmarli eccessivamente.


Ad ogni età la sua risposta

 

Ci sono grosso modo tre fasce d'età, quella che arriva fino ai 5 anni, quella dai 6 ai 10 anni e quella dagli 11 ai 13. Per ognuna di queste serve un approccio differente. “Per i più piccoli sarebbe necessario evitare qualunque contatto con questo tipo di notizie – spiega Giovanna Capello, psicologa infantile e responsabile della sezione Infanzia e Adolescenza del CSTCS di Genova - purtroppo spesso i genitori non riescono, a volte ne parlano o guardano i telegiornali davanti ai loro bambini pensando che essendo molto piccoli non possano capire ma non è così”.


Cosa dire ai più piccoli

 

Prima dei sei anni sarebbe auspicabile non permettere ai bambini di accedere alle informazioni e a immagini violente, nel caso questo accadesse è importante spiegare comunque qualcosa al bambino. Quello che si può dire, aggiunge la dottoressa Capello, è, per esempio: “Nel mondo ci sono i buoni e i cattivi ma poi i buoni fanno in modo di organizzarsi e siccome i cattivi sono molti meno, i buoni faranno di tutto per avere la meglio, per punirli e metterli in prigione”.


Cosa dire ai bambini fino ai 10 anni

 

Un bambino in quest'età va informato ma anche protetto: “Deve capire cosa sta succedendo, non gli si possono nascondere le cose terribili che stanno accadendo (le sentirà comunque a scuola o le vedrà in tv o su internet), e allo stesso tempo andrà rassicurato, in particolare sul fatto che gli adulti stanno pensando al problema e che stanno cercando di risolvere la questione”. Gli si deve poi spiegare una cosa molto complessa: “Non parliamo di guerra in senso classico, un concetto che i bambini imparano prestissimo, ma di terrorismo”.

 

Quello che si può dire loro è: “Il terrorismo è ad opera di pochi che hanno deciso di destabilizzare il mondo, colpendolo a caso, buttando le bombe. Siccome sono pochissime quelle persone che sono dentro alle organizzazioni terroristiche, le organizzazioni del mondo – e cioè gli Stati, le Nazioni, i presidenti, la Polizia, le autorità – si stanno organizzando per fermarli”. E' importante sapere che “quanto più un bambino è piccolo tanto più bisogna dirgli in maniera chiara che il male verrà sconfitto prima o poi. I bambini giocano alla guerra, il loro desiderio è quello di vincere, quindi possono comprendere questi concetti”.


Cosa dire ai bambini dagli 11 ai 13 anni

 

Quando si arriva all'esordio puberale le cose cambiano, perché i bambini non credono più nel potere assoluto e indiscutibile degli adulti, mettono in discussione l'onnipotenza dei genitori. “In questa età i bambini hanno bisogno di sentirsi dire la verità: che le cose sono gravi e che l'unico modo per contrastare la tragedia del terrorismo e la brutalità di questo tipo di guerra è quello di informarsi”.

 

Con l'adolescente si può prendere la cartina geografica, degli articoli di giornale o altri testi di approfondimento e spiegare nel modo più chiaro possibile cosa sta accadendo, anche chiedendo aiuto alla scuola.

 

“Con gli adolescenti bisogna stare attenti a evitare la costruzione del nemico - continua la dottoressa Capello - anche perché la società è sempre più multiculturale e il ragazzo islamico è in molti casi il loro compagno di banco. Quindi occorre spiegare molto bene, fuori dalle ideologie, cosa sta accadendo. I pre-adolescenti hanno bisogno di capire meglio e di formulare un proprio pensiero su ciò che accade, il meno stereotipato possibile”.


Campanelli d'allarme

 

Per i bambini più piccoli il pianto sarà una reazione normale. “Se il bambino piange può essere consolato e rassicurato, dicendogli che i terroristi verranno puniti. Piangere è giusto, perché si piange per la morte di persone innocenti e si piange di dolore, non di paura”. Se invece la reazione sarà silenziosa occorre valutare bene quale approccio utilizzare: “Quando il bimbo si chiude in se stesso ci vuole flessibilità nel captare cosa sta accadendo. Spesso c'è una difficoltà nel chiedere spiegazioni sul tema, c'è imbarazzo, ci si tiene tutto dentro.  A volte possono comparire degli incubi notturni, per esorcizzare l'ansia”. La cosa migliore da fare è ovviamente quella di cercare un dialogo col bambino.

 

Con i ragazzini più grandi invece è diverso. “E' normale e accettabile una ricerca di silenzio, dei momenti di ritiro nella propria stanza”. Per aiutarli, anche qui entra in campo il dialogo: “Più parlano, più vogliono sapere, più sono spaventati, più hanno bisogno di vedere che i genitori sono interessati alla loro paura e vogliono aiutarli, più le cose si risolvono”.

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