DEPRESSIONE

Depressione in adolescenza: cosa possono fare i genitori

Di Alice Dutto
adolescentedepresso
13 Ottobre 2016
Quando una normale depressione adolescenziale si trasforma in un problema? Come interpretare in modo corretto i segnali e provare a risolvere la situazione? Ci aiuta a rispondere a queste domande Matteo Lancini, psicologo psicoterapeuta, e presidente della Fondazione Minotauro
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«L'adolescenza è un momento molto delicato: in questa fase i ragazzi devono elaborare il lutto per la perdita della loro infanzia e il senso di onnipotenza legato a quel periodo. Il corpo cambia definitivamente e senza che sia possibile scegliere come. Ecco perché possiamo dire che un certo tipo di depressione fisiologica è comune negli adolescenti» afferma Matteo Lancini, psicologo psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro e autore di “Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita dei nativi digitali” (Erickson, 2015).
Il problema è quando gli aspetti depressivi diventano troppo pervasivi e bloccano il ragazzo nel suo percorso di sviluppo e crescita.

 

 

1. Analizzare i segnali


 

Alcuni sintomi di una depressione adolescenziale sono:

  • la tendenza a non avere voglia di fare nulla

  • la tendenza a ripetere giornate sempre uguali

  • l'incapacità a costruire e coltivare rapporti sociali

  • il ritiro scolastico

  • il ritiro sociale

«Il momento di attivarsi per i genitori è quando queste condizioni prendono il sopravvento – spiega Lancini –. Se un ragazzo si rifiuta di uscire dalla propria stanza e passa tutto il giorno su internet, se smette di interagire con amici e familiari, se si rifiuta di mangiare o prendersi cura di sé, è il caso di intervenire».

 

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«L'aspetto più complicato in questa situazione è comprendere quale sia il limite tra un comportamento adolescenziale “normale” e uno che, invece, necessita di un intervento più profondo». | Pixaby

 

2. Saper distinguere tra depressione e autodeterminazione


 

Non è sempre facile, però, capire quando il proprio figlio abbia davvero bisogno del nostro aiuto. «L'aspetto più complicato in questa situazione è comprendere quale sia il limite tra un comportamento adolescenziale “normale” e uno che, invece, necessita di un intervento più profondo. Ad esempio, in preadolescenza i maschi si lavano un po' meno, ma non perché siano depressi, quanto per sganciarsi dall'appartenenza materna. È un modo per autodeterminarsi e prendere possesso del proprio corpo: è come se dicessero che sono loro a decidere per loro stessi». Non è dunque detto che un ragazzo che non si cura sia depresso: «bisogna saper distinguere movimenti di autonomia da quelli depressivi. E non è sempre facile».

 

3. Intervenire quando c'è bisogno


 

Quando però la situazione è compromessa, l'intervento dei genitori è d'obbligo. «La prima cosa che bisogna fare è aprire un canale comunicativo con il proprio figlio lasciandogli esprimere i suoi vissuti dolorosi – spiega l'esperto –. Se la situazione è grave e il ragazzo non riesce ad aprirsi è consigliabile fissare un colloquio con un terapeuta in modo da provare insieme a dare un significato al suo dolore».

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Il genitore rappresenta dunque il primo spazio di colloquio, dopo si può andare da uno psicologo per valutare la gravità della situazione e trovare insieme il giusto percorso per stare meglio.


4. Evitare interventi radicali


«Arrabbiarsi con il proprio figlio non serve a molto: in adolescenza sono i ragazzi che devono decidere di fare qualcosa per stare meglio, i genitori non hanno più lo stesso potere che avevano su di loro quando erano più piccoli».


In più, è sbagliato caricare i figli delle proprie ansie o dei propri sensi di colpa: «In quel caso si chiede al proprio figlio di stare bene per diminuire la propria ansia, ma non esclusivamente per il suo bene. Per affrontare la situazione, invece, è necessario mettere al centro la sofferenza dell'adolescente in modo da avvicinargli le risorse che lo aiuteranno ad affrontare la situazione».


5. Se il rifiuto è totale

 

Come detto, non si può obbligare un adolescente a stare meglio. È lui che deve decidere in autonomia di farsi aiutare. «Certo questo non vuol dire che i genitori non debbano agire. Possono cominciare dal dirgli che sono preoccupati per lui e che che vogliono aiutarlo. Oppure, possono loro stessi rivolgersi a un terapeuta per iniziare un percorso che li sostenga, e che di riflesso aiuti anche il loro figlio».

 

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