Ansia

Mio figlio ha l'ansia: tre cose da non fare e tre per gestirla al meglio

ansiabambini
21 Settembre 2016 | Aggiornato il 06 Ottobre 2017
Dietro l’ansia ci sono i vari stress ai quali sono sottoposti i ragazzi di oggi. E' un segno di malessere, a lungo soffocato sotto la cenere. Perché viene l’ansia, come prevenirla e come comportarsi quando arriva? Le risposte della psicoterapeuta dell’adolescenza Stefania Andreoli.
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Colpisce sempre più bambini e adolescenti e si manifesta con un senso generalizzato di malessere, che si può accompagnare a sintomi tra i più vari, come nausea, mal di pancia, diarrea, mal di testa, gambe molli, mani sudate, psoriasi, tachicardia.

Disturbi che arrivano quando uno meno se l’aspetta, anche in periodi in cui tutto sembra filare liscio. E invece l’ansia è sempre il segno di un malessere, a lungo soffocato sotto la cenere.

 

Dietro l’ansia ci sono i vari stress ai quali sono sottoposti i ragazzi di oggi: competitività, ansia da prestazione e soprattutto timore di deludere le aspettative dei genitori, sempre più impegnati a garantire ai loro figli una vita il più possibile felice e immune da sacrifici e sofferenze.  

 

Perché viene l’ansia, come prevenirla e come comportarsi quando arriva? Nostrofiglio.it ha intervistato un’esperta dell’argomento, la psicoterapeuta dell’adolescenza Stefania Andreoli, che sul tema ansia ha scritto il libro “Mamma ho l’ansia” (ed. Rizzoli). 

 

PERCHE' VIENE L'ANSIA

 

All’origine dell’ansia? Il Super-Genitore che investe tutto sul figlio… 


C’erano una volta i genitori standard: il papà lavorava tutto il giorno, la sera tornava stanco, cenava e andava a dormire (e guai a farlo arrabbiare!);  la mamma stava a casa e accudiva i figli (e copriva anche eventuali magagne dei figli agli occhi del padre). Era così in tutte le famiglie e nessuno si poneva il problema se funzionasse o no. “Oggi non c’è più un modello unico” spiega la psicologa, “ognuno fa il genitore come ritiene giusto e si impegna per garantire il meglio del meglio ai suoi figli, in una sorta di gara tra genitori a chi offre di più, a chi dà di più per crescere figli felici che hanno tutto. Spesso come forma di risarcimento per quello che loro, quando erano figli, non hanno avuto”. 


… E gli costruisce un’infanzia meravigliosa. 


I bambini di oggi sono stati concepiti con consapevolezza, dopo aver studiato e lavorato per raggiungere un certo livello sociale, dopo aver scelto con attenzione il partner con cui averli. E quando il nostro principe assoluto arriva nelle nostre vite come una ciliegina sulla torta, desideriamo offrirgli tutte le opportunità possibili: attività sportive, corsi extrascolastici, mostre, viaggi, una relazione impostata sul dialogo, sul confronto. Perché non vogliamo risparmiargli niente, se non la possibilità di sofferenza. Per questo mai un conflitto, mai un litigio. 
Insomma gli costruiamo un’infanzia meravigliosa, gli offriamo la massima felicità possibile, convinti che crescere figli felici equivalga a crescere figli sani. 
Con tutte queste belle premesse, nostro figlio vive in casa un’esperienza rassicurante e soddisfacente: non ha bisogno neanche di esprimere un desiderio perché il genitore gli legge nel pensiero e sa già cosa offrirgli. “Non solo: con tutto quel che gli fa fare, lo cresce con l’idea che sia un essere speciale, dotato di molteplici talenti, più intelligente, più brillante, più in gamba. E lui si convince di ciò” commenta la Andreoli. 


Finisce l’infanzia: si fanno i conti con la realtà.


Quando però dall’infanzia passa all’adolescenza, il bambino ‘meraviglioso’ sbatte la testa contro il muro della realtà. Comincia a guardarsi intorno e a mettersi alla prova con il mondo di fuori. A fare i conti con una scuola sempre più competitiva e meno materna, con gli ormoni in subbuglio, con i coetanei che diventano giudici implacabili (al cui giudizio tiene molto più che a quello della mamma), con la propria identità in formazione. E si rende conto che forse non è tutta quella meraviglia che gli avevano fatto credere fino a quel momento. “Ed ecco che possono arrivare i primi insuccessi: qualche brutto voto a scuola, un calo di prestazione nello sport, un no secco dalla compagna di banco tanto carina: tutte cose fisiologiche nell’adolescenza, peccato che fino a quel momento non lo sapeva e non ha nessun anticorpo per far fronte alla buccia di banana sulla quale è normalissimo scivolare” dice la psicologa. (Leggi anche: come affrontare una bocciatura)


Non ce la faccio: arriva l’ansia in aiuto!


“A quel punto non può prendersela con i genitori, che hanno creduto davvero nelle sue formidabili capacità e non gli hanno dato alcun pretesto perché ci si possa arrabbiare” prosegue l’esperta. “Ma con qualcuno bisogna pur prendersela. Ecco che si insinua il pensiero: ‘mi sono state offerte tutte le opportunità, ho avuto due coach che hanno investito su di me e mi hanno spianato la strada. Ma non ce l’ho fatta; ho deluso le aspettative, sono io il fallito’. Il desiderio più grande diventa allora quello di sparire, di non doversi più confrontare con nessuno. Per questo il ragazzo tende a chiudersi, a nascondersi, a frequentare sempre meno i posti dove un tempo era brillante. Serve però un pretesto fondato per giustificare il proprio comportamento ai genitori. Ecco che allora arriva a gamba tesa l’ansia, che diventa l’alibi perfetto per scendere dal treno e farci mollare la presa, il ‘vorrei ma non posso’. In quest’ottica l’ansia va letta come una buona notizia, anche se è una sensazione bruttissima. Perché viene in aiuto ai ragazzi per far capire che così non si può andare avanti, con l’asticella puntata così in alto non si può vivere. Che nella ‘costruzione’ dei nostri figli ci siamo dimenticati che la normalità è fatta di alti e bassi, successi e fallimenti, gioie e dolori.” (Leggi: come non trasmettere l'ansia ai figli)

 

CHE COSA FARE QUANDO ARRIVA L'ANSIA


Che fare se arriva l’ansia? 


Innanzitutto non bisogna farsi prendere… dall’ansia! “Se arriva l’ansia vuol dire che nostro figlio sta benissimo e ha trovato modo di far sfiatare quel che ha dentro, anche se al momento ci sta male e anche se scombina i nostri programmi” dice Stefania Andreoli.

Sì, ma come comportarsi? “Non esiste un approccio giusto ed efficace per tutti, perché molto dipende dalla situazione individuale che ha originato l’ansia. Per questo l’ideale è affidarsi ad un esperto. Ci sono però tre comportamenti sicuramente sbagliati. E tre consigli validi per tutti. 


Tre cose da non fare. 

 

  1. Non minimizzare. Dare una pacca sulla spalla, dire ‘non è niente, non ci pensare’. Sono frasi che fanno sentire ancor meno capiti e convincono di essere malati immaginari, quando chi ha attacchi d’ansia sta male veramente.   
  2. Non spronare. Altro errore quello di incitare a farsi coraggio, darsi una mossa, metterci un po’ di buona volontà, ricordargli che ‘l’altra volta è andata bene, perché stavolta dovrebbe andare male?’ Se ci riuscisse, lo farebbe già di suo!  
  3. Non dire: ‘Vedrai che, come è venuta, passerà’. Se è venuta, un motivo c’è e far finta di nulla non la farà certo passare. 

Tre consigli per gestire l’ansia del figlio.

 

  1. Accettare l’ansia. “Se l’ansia è arrivata è stato proprio per far venire a galla pensieri ed emozioni a lungo soffocati dentro di sé, per questo non bisogna aver fretta di mandarla via, ma darle il tempo di ‘recapitarci il suo messaggio’. E al tempo stesso invitare il ragazzo a parlarne, a trovare le parole per esprimere quel che ha dentro. Solo in questo modo non ci sarà più bisogno di far ‘parlare’ il corpo con le varie manifestazioni dell’ansia” spiega la psicoterapeuta.  
  2. Accettare il figlio che abbiamo. E’ ciò di cui il ragazzo ha più bisogno: sentirsi legittimato a stare come sta, senza che nessuno lo giudichi, gli faccia pressioni o gli faccia troppe prediche, visto che se sta male è proprio perché intorno a lui si sono create troppe aspettative. Sentirsi accolto e amato per come è in quel momento, anche se non è diventato ‘il più’ in ogni campo. E anche se ha l’ansia. “E il genitore deve semplicemente farsi trovare, farsi sentire presente. Come fa il mare quando arriva il fiume pieno di detriti: semplicemente lo accoglie perché è più grande e ha più spazio” commenta Stefania Andreoli. 
  3. Lasciargli la possibilità di trovare la sua strada. E’ difficile per un genitore star lì a vedere suo figlio che soffre ed è grande la tentazione di ‘fare’ qualcosa. “E invece il comportamento più giusto è proprio quello di farsi da parte, sia perché per tanti anni ha fatto già troppo, sia perché altrimenti il figlio cresce con l’idea che da solo non sa risolvere niente ed ha sempre bisogno di un aiuto esterno” dice Andreoli. “Trasmettiamogli invece il messaggio che appartiene a lui la sfida del crescere, del diventare grande, e che noi abbiamo fiducia che sia capace di trovare la sua strada. E quando gli viene l’attacco di ansia, piuttosto che affrettarci a riempirlo di consigli e fare noi qualcosa, chiediamogli: ‘che cosa vorresti che io facessi, come ti posso aiutare?’ All’inizio sicuramente ci risponderà che non lo sa. Sopportiamolo e stiamo ad aspettare: un po’ per volta lo capirà da solo”. 

 

CHE COSA FARE PER PREVENIRE L'ANSIA

 

Come prevenire l’ansia. 

  • Lasciare ai nostri figli la libertà di sbagliare. 

Rinunciamo all’idea che debba andare sempre tutto benissimo, che debbano essere sempre felici, che debbano sempre essere in gambissima. E’ normale sbagliare, avere delusioni, essere fragili. L’errore fa parte del gioco della vita.

 

  • Accettare conflitti e litigi con i figli.

Uno dei migliori antidoti all’ansia è lasciare vivere ai figli un’adolescenza classica. E l’adolescenza classica è fatta di scontri tra genitori e figli. Non dobbiamo averne paura e cercare di evitarli a tutti i costi. “Bisogna lasciare ai ragazzi la possibilità di sperimentare la frustrazione del conflitto con gli adulti. E gli adulti devono avere le spalle abbastanza larghe per farsi anche odiare dai propri figli quando pongono dicono un no” sottolinea la Andreoli.

 

  • Non riversare i nostri problemi su di loro. 

Un adolescente ha i suoi piccoli grandi problemi e dobbiamo lasciargli il suo ‘palcoscenico’, senza riversare i nostri problemi su di lui. Sia perché le cose degli adulti bisogna risolversele tra adulti e non bisogna far preoccupare i figli per noi, sia perché un adolescente deve sentirsi libero di vivere i suoi problemi da adolescente, di passare attraverso degli insuccessi, senza temere di far preoccupare i genitori (che reagiscono con la classica frase ‘con tutti i problemi che ho, ti ci metti anche tu!’). “Gli adolescenti di oggi invece sono protettivi nei confronti dei genitori, si preoccupano per loro e arrivano a farsi venire l’ansia pur di non scontentarli” è il commento dell’esperta.

 

  • Dare fiducia ad altre figure di riferimento. 

Allenatori, insegnanti, baby sitter, genitori di altri amici: recuperiamo la fiducia in altre figure alle quali affidiamo i nostri figli. Senza mettere in discussione il loro operato convinti che il nostro sia sempre il migliore. Anche se gli altri non saranno sempre perfetti. Tanto non lo siamo neanche noi.