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Come aiutare i bambini a sviluppare un buon rapporto con il cibo

di Stefano Padoan - 25.01.2023 - Scrivici

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Fonte: shutterstock
Mangiare bene vuol dire soprattutto sviluppare un approccio emotivo sereno a tavola: l’esperta ci spiega come aiutare i bambini a sviluppare un buon rapporto con il cibo

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Come aiutare i bambini a sviluppare un buon rapporto con il cibo

Secondo l'ultimo report dell'Istituto Superiore di Sanità, i disturbi del comportamento alimentare e la selettività alimentare in età infantile sono in forte aumento. Aiutare i bambini a sviluppare un buon rapporto con il cibo è però un buon modo per favorire una vita salutare anche in età adulta: una buona educazione a tavola fin da piccoli evita ai nostri figli di diventare adulti che scivoleranno da una dieta all'altra, incapaci di autoregolarsi. Ileana Gervasi, dietista autrice di "A tavola senza battaglie" (Edizioni Red, 2022), suggerisce ai genitori come affrontare le difficoltà più comu

Cosa vuol dire mangiare bene

Ormai, se si è interessati, è abbastanza facile reperire le giuste informazioni online su come alimentarsi in modo sano. Il web fornisce piramidi alimentari, consiglia di mangiare meno carne e più cibi vegetali, preferire gli zuccheri complessi, strutturare un menu settimanale vario e completo. «Mangiare bene però non vuol dire solo rispettare le linee guida - esordisce l'esperta - ma anche sviluppare una buona accettazione verso il cibo che viene proposto. I genitori sanno cosa farebbe bene a loro figlio, ma tante volte si scontrano con rifiuti e magari, mossi da intenzioni positive e dalla preoccupazione di "farlo mangiare", rischiano di trasmettere un atteggiamento negativo nei confronti del cibo».

«Mangia bene non chi non mangia mai dolci, ma chi è sereno di fronte al piatto proposto (anche se non il suo preferito) e accetta una buona varietà di alimenti diversi. Mi capita invece di trovarmi di fronte sempre più spesso o a bambini che tendono a mangiare troppo o che viceversa non vogliono andare a una festa di compleanno perché vi troveranno del cibo che li metterà in agitazione».

Come parlare del cibo in famiglia: il principio di neutralità

C'è dunque una fondamentale componente emotiva cui i genitori devono stare attenti quando parlano del cibo.

Spesso è proprio in casa che i bambini sentono le prime categorizzazioni del cibo in "sano" e "non sano" o "buono" e "cattivo". «Sembra una distinzione a fin di bene, ma in realtà connotare moralmente gli alimenti e squalificarne alcuni può portare a sensi di colpa, perché ai bambini i cibi più gustosi piacciono! Potrebbero dunque sentirsi "cattivi" o sbagliati, oppure chiedersi "se un cibo fa male, allora perché la nonna me lo offre?". E poi bollare come "proibito" qualcosa lo rende ancora più attraente. La verità è che ogni cibo va bene ed è degno di essere mangiato».

Certo, a livello nutrizionale, i cibi non sono tutti uguali, ma vuol dire solo che quelli meno necessari per il nostro organismo andranno mangiati meno frequentemente. «Biscotti, torte, caramelle, patatine, bibite hanno però la loro funzione di benessere: pensiamo alla socialità e all'allegria che portano ad una festa». Ricordatevi poi che questa categorizzazione passa l'idea mutuamente esclusiva che un cibo o fa bene o è buono: e "mangia i broccoli perché fanno bene e contengono le vitamine" è una motivazione troppo astratta per un bambino.

Come sviluppare un buon rapporto con il cibo: il ruolo dei genitori

  • L'alimentazione è un processo di apprendimento. L'obiettivo del genitore non è "far mangiare" al bambino più cibo possibile, ma sostenere il suo percorso di conoscenza. «Il bambino impara ad accettare cibi diversi con il tempo e il riconoscimento di ciò che piace e che non piace fa parte della crescita e dello sviluppo dell'autoconsapevolezza».
  • La divisione delle responsabilità. Per creare un ambiente che faciliti la scoperta di cibi sempre diversi, è importante che a tavola ci sia un clima sereno. Difficile se i genitori hanno l'ansia perché pensano di essere loro i responsabili di quanto mangia il figlio. «Non è così. Secondo il principio della divisione delle responsabilità, ai genitori spetta solo il compito di educare il bambino a un'alimentazione varia ed equilibrata e di strutturare modalità e tempi dei pasti: cosa (spesa e menu lo decidono loro), quando e dove mangiare. Al figlio, invece, la decisione su se e quanto mangiare di ciò che i genitori hanno proposto».
  • L'alimentazione responsiva. È fondamentale che i segnali comunicativi, verbali e non, messi in campo dal bambino circa fame e sazietà vengano colti e ben interpretati. «Questo vuol dire avere aspettative realistiche circa il galateo, ma anche quanto può mangiare e stare a tavola. Un bambino ascoltato nei suoi bisogni respirerà un clima relazionale con i genitori, a tavola e non, rassicurante e si sentirà sostenuto nel suo percorso verso l'autoregolazione. Verrà cioè aiutato a identificare nella fame la ragione principale per cui mangiare. Se invece l'adulto, in modo reiterato, trascura i suoi bisogni e impone il suo volere, facilita l'insorgere di difficoltà alimentari. Ciò avviene, per esempio, quando ignora i segnali di sazietà e fa pressioni o cerca stratagemmi per far mangiare un po' di più».

Cosa fare con i bambini che mangiano poco

La preoccupazione che il bambino non mangi a sufficienza e non cresca adeguatamente è una costante nei genitori.

Spesso però questa paura viene verso i 18 mesi, quando è in realtà normale osservare un calo di appetito per due motivi. «Primo perché, dopo i primi 12 mesi la velocità di crescita rallenta; secondo perché si potrebbe manifestare la fase della neofobia alimentare, caratterizzata dalla diffidenza verso alcuni cibi, in particolare se nuovi o sconosciuti, ma non solo, e che porta ad una riduzione degli alimenti consumati, sia come qualità che come quantità». Bisogna poi intendersi su cosa voglia dire "mangiare poco": «Se hanno smesso di mangiare alcuni tipi di verdure ma ne apprezzano altri, l'alimentazione rimane sufficientemente bilanciata. È diverso se torna da scuola che ha mangiato solo il pane e consuma meno di una decina di alimenti in tutto».

  • Strutturate una chiara routine alimentare. Definite bene i momenti in cui si mangia e in cui non si mangia. «A chi mangia poco si tende a offrire sempre cibo, purché mangi. Ma la fame e la sazietà devono avere ritmi, e soprattutto il bambino deve sentire fame».
  • Porzioni e merende intelligenti. A un bimbo che mangia poco le porzioni grandi spaventano, perché vede difficile poter finire il piatto. «Offrite porzioni piccole, agendo così sulla sua emotività e non facendogli pensare che è sempre quello che avanza il cibo». E poi mai offrire cibo fuori pasto, ma sfruttate bene le merende. «A metà mattina e metà pomeriggio proponetegli merende più complete, per bilanciare il mancato apporto nutritivo dei pasti principali. Oltre a una banana, ad esempio, aggiungete uno yogurt, crackers, frutta secca, in piccole quantità )».
  • No alle distrazioni. Tv, giochi e smartphone potrebbero essere visti come aiuti, ma creano invece dissociazione tra l'atto del mangiare e le sensazioni di fame e sazietà che devono imparare a riconoscere. «Dovete sempre chiedervi se il vostro obiettivo è farlo mangiare oggi o insegnargli ad ascoltare il suo corpo. Ipnotizzato da un device tecnologico, il bambino è impossibilitato ad ascoltarsi e privato degli stimoli sensoriali che gli consentono di fare esperienza con gli alimenti. Così il bambino che mangia piano mangerà ancora più lentamente e quello vorace non saprà fermarsi perché non sarà concentrato sul suo senso di sazietà».
  • No al cibo come premio. Utilizzare premi spinge il bambino a mangiare per motivazioni esterne, piuttosto che per la fame o la curiosità di farlo. Definire cibi premio, inoltre, infrange la regola della neutralità nei confronti del cibo, rendendo l'alimento-premio ancora più speciale e l'alimento "ostacolo" ancora più terribile. «Dire "mangia tutte le verdure se vuoi avere il dolce" suggerisce l'idea che il dolce è talmente più buono da valere la "penitenza" di mangiare un intero piatto di verdure».

Cosa fare con i bambini che non mangiano la frutta e la verdura

Il picco di insorgenza della cosiddetta

alimentazione selettiva (la tendenza a rifiutare vari alimenti, spesso frutta e verdura) è verso l'anno e mezzo fino ai 3 e poi diminuisce intorno ai 6 anni per via di un nuovo scatto di sviluppo e un aumento della socialità dovuto alla scuola, che rende i bambini più propensi ad assaggiare perché maggiormente influenzabili dai pari.

  • Niente alternative. Il principio della divisione delle responsabilità suggerisce che non si propongono alternative ad hoc per il bambino. «Il menu famigliare è deciso dai genitori e non si modifica su richiesta. Bene invece esporre gradualmente a una maggiore varietà di cibi e riproporre un alimento più volte, anche preparato in modo da attirare maggiormente i suoi gusti. Ricordatevi poi che i bambini imparano anche per associazione: presentate quindi i cibi meno graditi in piccola quantità accanto ad altri, in porzione maggiore, che piacciono di più».
  • Niente battaglie. Se non vogliamo connotare affettivamente il cibo, non possiamo associare il nostro malumore o buonumore al fatto che nostro figlio mangi o applicare ricatti morali. «Evitate discussioni o obiezioni tipo "non è vero che non ti piace" o "se non lo assaggi non puoi saperlo". La proposta del cibo deve avvenire senza pressioni o forzature e soprattutto concedendo al bambino la possibilità di manifestare il rifiuto: non sono capricci, ma reali sensibilità ad alcune caratteristiche sensoriali come odori, colori e consistenze. Ciò non vuol dire che voi non continuerete a proporre un certo alimento: possono volerci fino a 15 esposizioni ripetute prima che il bambino vi si approcci».
  • Non nascondere il cibo. I bambini con forte selettività hanno il "radar" per quegli specifici alimenti, per cui nasconderli in preparazioni elaborate non sortisce effetti, oltre che renderlo sempre più diffidente a tavola. «Ma è grave soprattutto perché l'inganno, dal punto di vista educativo, mina la fiducia tra figli e genitori. Meglio essere trasparenti dicendo al bambino tutti gli ingredienti della ricetta che state preparando».
  • Favorire interazione e curiosità. Toccare, sperimentare, leccare, manipolare, sporcarsi, passare del tempo piacevole in presenza del cibo facilitano l'accettazione di una maggiore quantità di alimenti: «I bambini esplorano il mondo con tutti i loro sensi e dunque coinvolgerli e cucinare insieme li aiuta a prendere confidenza anche con i cibi più odiati».

Cosa fare con i bambini che mangiano troppo

I bambini che mangiano troppo sono di norma più sensibili agli elementi piacevoli del cibo e mangiano non solo per fame, ma anche solo per il gusto di farlo o in risposta ad altri stimoli come emozioni o noia.

Quel che è certo è che non sono tabelle e grammature a poter definire se un bambino mangi troppo o troppo poco: «È lui il massimo esperto della sua fame e sazietà, che sono dati da fattori differenti giorno per giorno. I bambini, esattamente come gli adulti, non mangiano sempre allo stesso modo».

  • I concetti di fame e sazietà. L'essere umano non mangia solo per fame biologica, ma anche per un desiderio che deriva da determinate caratteristiche dei cibi proposti. «Nulla di strano, ma se mangiare per il gusto di farlo o per una gratificazione emotiva diventa la modalità principale per cui ci si alimenta, siamo davanti a un problema». A ciò poi si unisce una generale sottovalutazione da parte degli adulti dei segnali di sazietà sia propri che dei bambini: «Forse anche noi stessi dovremmo imparare a lasciare qualcosa nel piatto se siamo pieni. Questa impostazione non ci aiuta nemmeno ad allenare i nostri figli a crescere nell'autoregolazione riconoscendo quando si sentono sazi. Il "nutrizionista interiore" del bambino, però, funziona se lui riesce a individuare in fame e sazietà i motivi per cui mangiare o meno».

  • Nessun divieto. Non è il peso il problema da affrontare in un bambino che mangia troppo, quanto piuttosto aiutarlo a autoregolarsi. Niente diete restrittive dunque, che mettono al bando certi cibi infrangendo il principio di neutralità ma che violano anche il principio di divisione delle responsabilità, perché il compito degli adulti non è controllare quanto cibo mangia il bambino. «Privare il bambino di un alimento amato, poi, lo porterà a vederlo come il "frutto proibito" di cui si ingozzerà ogni volta che ne avrà la possibilità, quasi per farne scorta».

  • Porzioni più piccole. L'obiettivo è dunque da una parte individuare la fame come motivazione principale per la quale mangiare e dall'altra provare senso di sazietà. «Per questo è importante sia definire il momento dei pasti e impedire spuntini continui sia servire porzioni piccole a tavola. L'intento non è quello di controllare la quantità, ma di continuare a fornire al bambino cibo fino a che lo richiede dandogli però modo ogni volta di chiedersi se il suo stomaco ne chieda ancora. Decidere con quale frequenza proporre i cibi che non possono consumare spesso è altrettanto importante».

L'intervistata

Ileana Gervasi è dietista e autrice di "A tavola senza battaglie" (Edizioni Red, 2022).

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