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Anoressia nervosa, la storia di due genitori in un libro

di Giulia Foschi - 30.05.2023 - Scrivici

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Fonte: Shutterstock
Cosa si prova quando un figlio o una figlia soffre di disturbi alimentari? In un libro sull'anoressia nervosa la testimonianza raccontata da due genitori.

In questo articolo

L'esperienza di due genitori in un libro sull'anoressia nervosa

Chi ha sperimentato da vicino cosa significhi stare accanto a un ragazzo o a una ragazza che soffre di un disturbo alimentare in adolescenza sa bene che non si tratta "soltanto" di accompagnare un giovane paziente dal punto di vista clinico per ospedali e specialisti: in famiglia si sprigionano le emozioni più forti per chi combatte contro un male subdolo e per chi farebbe l'impossibile per allontanare questo dolore apparentemente incomprensibile. Anna Benvenuti e Lorenzo Sanna sono gli autori del libro "Corpo a perdere. Nostra figlia e l'anoressia", edito da Piemme, nel quale raccontano la drammatica esperienza vissuta in prima persona con questa malattia, così difficile da cogliere ai suoi esordi. Un percorso spaventoso, duro, che tuttavia contiene in sé un messaggio di speranza. Perché dall'anoressia nervosa si può guarire. Ne parliamo con gli autori.

Come siete arrivati alla diagnosi di anoressia nervosa?

"Nostra figlia aveva 11 anni. Era sempre stata una ragazzina esile e asciutta, non particolarmente affamata, quindi non è stato subito facile capire che c'era qualcosa che non andava. Il vero campanello d'allarme è stato un cambiamento drastico nell'umore: da bambina solare è diventata quella che pensavamo essere una preadolescente musona. Non abbiamo capito che era ancora lontanissima da quella fase. Quando ha iniziato a rifiutare il cibo l'abbiamo portata dalla pediatra: abbiamo pensato a problemi di intolleranza alimentare. Il fatto è che all'inizio ti rifiuti di credere a un disturbo come l'anoressia, soprattutto a quell'età. Tuttavia, la diagnosi non ha lasciato dubbi".

Come avete reagito in quanto coppia e genitori a questa diagnosi?

"Con disorientamento. Ci siamo ritrovati dal nulla con un foglietto in mano contenente una diagnosi relativa a una malattia della quale avevamo solo sentito parlare. La pediatra ci ha congedato consigliandoci di rivolgerci all'Ospedale Niguarda per un ricovero. C'era anche la pandemia, l'ospedale faceva paura. Siamo andati nel panico. Informandoci e chiedendo pareri abbiamo saputo che il Niguarda non accoglie ragazzini di quella età.

Intanto, come primo passo abbiamo intrapreso un percorso di psicoterapia che però non ha dato esito. Ci siamo accorti che stavamo perdendo tempo, che non stavamo andando da nessuna parte, e lei peggiorava. Finalmente ci è stato indicato un centro specializzato presso l'Ospedale San Paolo: ci siamo affidati a una equipe composta da una dottoressa, una psicologa e una nutrizionista. Ci hanno dato le prime indicazioni: l'urgenza era quella di recuperare peso. Alla testa avremmo pensato poi".

Perché raccogliere in un libro questa dolorosa esperienza?

"Come a volte raccontiamo nel nostro mestiere – poiché siamo entrambi insegnanti - scrivere è terapeutico. Serve a metabolizzare quanto accade. Poi progressivamente abbiamo capito che la nostra difficoltà era più diffusa di quanto immaginassimo, dunque abbiamo pensato che raccontarla avrebbe potuto essere utile ad altre persone. Condividere e fare rete serve sempre".

Quali sono stati gli aiuti che avete trovato efficaci?

"È fondamentale il lavoro di squadra di una equipe multidisciplinare. Non basta un solo professionista. Il problema va affrontato da diverse prospettive e da più punti di vista. Anche perché una ragazzina di quella età non ha capacità di autoanalisi: nostra figlia non sapeva cosa dire, non era in grado di spiegare cosa le stava accadendo, era ammutolita. Quindi la situazione va gestita nel complesso e occorre farsi accompagnare da un centro specializzato: noi eravamo partiti dall'aspetto psicologico, non potevamo sapere che non era quella la priorità".

Quali cambiamenti sono subentrati nel rapporto con vostra figlia e con gli altri vostri figli?

"È stato fondamentale essere una famiglia numerosa. Come genitori, avere altri figli ti costringe in un certo senso a vivere, a stare in relazione con l'esterno, con la quotidianità, e questo ti porta a condurre una vita il più normale possibile. La presenza degli altri fratelli ha dato a noi e a nostra figlia una sensazione di normalità. I fratelli si sono dimostrati molto bravi, hanno accettato la situazione e hanno accolto la difficoltà della sorella senza mai pressarla.

In particolare l'altra nostra figlia, di tre anni più grande, anche se prima non andava particolarmente d'accordo con la sorella minore, se ne è presa cura ed è nata un'amicizia".

Quali consigli dareste ai genitori che si trovano in una situazione simile a quella da voi vissuta?

"Non siamo medici, dunque non vogliamo sbilanciarci in questo campo così delicato. Quello che possiamo fare è offrire una testimonianza di speranza e consigliare ai genitori di tenere gli occhi molto aperti perché l'anoressia è un male subdolo che si insinua in modo molto lento e a volte nascosto. Bisogna osservare i ragazzi e mantenere sempre aperto un canale di dialogo, scambiarsi opinioni, mantenere vivo il confronto anche se durante l'adolescenza non è facile. Se perdiamo questo contatto poi è difficilissimo aiutarli e sostenerli nei momenti di difficoltà".

Gli intervistati

Anna Benvenuti e Lorenzo Sanna sono gli autori del libro "Corpo a perdere. Nostra figlia e l'anoressia", edito da Piemme.

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