Alimentazione

Che mangiatore è tuo figlio?

Di Daniela Cipolloni
capriccicibobambino
07 Settembre 2015
Che tipo di mangiatore è tuo figlio? Come insegnargli a mangiare tutto? Quali sono le strategie vincenti? Come si sviluppa il gusto nei bebè? Le risposte di Giuseppe Morino, pediatra e dietologo, responsabile del servizio di educazione alimentare all’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma.
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Finché il piccolo si nutre solo di latte, è una passeggiata. Con le pappe, è ancora facile cavarsela. Dopo l’anno, quando passa alla “tavola dei grandi”, cominciano i guai. “Circa un bambino su tre – dice Giuseppe Morino, pediatra e dietologo, responsabile del servizio di educazione alimentare all’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma - è selettivo, cioè mangia solo pochi cibi, un atteggiamento che ha il suo picco tra i 2 e i 4 anni e nella metà dei casi si cronicizza”. Se resterà schizzinoso o diventerà di bocca buona, dipenderà molto dai condizionamenti precoci che riceverà. “Nei primi tre anni avviene il cosiddetto ‘imprinting’ alimentare, cioè la predisposizione al gusto: è una fase cruciale per insegnare al bimbo a mangiare sano e un po’ di tutto”.  (Leggi anche: il bimbo sano mangia così)

 

Come si sviluppa il gusto nei bebè?


Sin da piccoli, i bimbi mostrano un’innata preferenza verso il dolce, mentre respingono ciò che è aspro e amaro. Si tratta probabilmente di un meccanismo che si è sviluppato nel corso dell’evoluzione per favorire il consumo di cibi energetici ed evitare quelli velenosi. Ecco perché, in genere, gli alimenti zuccherini, come frutta, yogurt, biscotti, piacciono a tutti, mentre le verdure, che hanno un gusto amaro, all’inizio risultano sgradite.

Ogni bimbo, poi, ha una predisposizione, più o meno spiccata, all’assaggio, che in parte è scritta nel Dna: per questo, fratelli e sorelle cresciuti nella stessa famiglia possono mostrare atteggiamenti molto diversi quando è il momento d’indossare il bavaglino. Tuttavia, sono soprattutto le esperienze sensoriali a influenzare l’approccio al cibo. Persino prima dello svezzamento.

Secondo alcuni studi, i piccoli allattati al seno tendono ad accettare più facilmente il passaggio alla dieta degli adulti rispetto ai bebè nutriti con latte artificiale, perché sono già abituati alla varietà di aromi del latte materno (al contrario del biberon, che ha sempre lo stesso sapore). (Leggi anche: i bambini hanno più gusto)

 

Che tipo di mangiatore è tuo figlio?


“Ci sono tre tipi di bambini: i mangioni, i lattofili e i difficili”, dice Morino. Anche se nulla è immutabile e definitivo, al termine dello svezzamento è facile inquadrare a quale categoria appartiene tuo figlio:


-    mangione: ha appetito, è curioso, assaggia tutto e completa il suo pasto senza fatica, per la gioia di mamma e papà. Di solito, già a 13-14 mesi mastica la carne a pezzettini e cerca di portarsi il cucchiaino alla bocca. “L’importante è non eccedere con alimenti poco raccomandati, come succhi di frutta, snack, merendine, o esagerare con le proteine animali”, avverte Morino. Occhio, però, a cantar vittoria troppo presto perché dopo i due anni, quando subentra il fisiologico periodo dei no, la situazione potrebbe cambiare. 
-     lattofilo: è pigro, non ama i cibi solidi, si stufa in pochi bocconi e preferisce ciucciare. “Purché si riempia il pancino, i genitori tendono a offrire durante la giornata più biberon di latte vaccino del necessario (magari con dentro i biscotti), addirittura in sostituzione della cena, ma questo non fa che rinforzare una propensione scorretta”, osserva l’esperto. “Il lattofilo è un bimbo ad alto rischio di diventare molto selettivo sul cibo e persino di sviluppare obesità infantile, per la tendenza a soddisfare la fame con pasti squilibrati”. 
-    difficile: fa i capricci, sputa il cibo, serra la bocca e sembra che non gradisca nulla. Quel poco che mangia, richiede uno sforzo estenuante per i genitori che lo imboccano. “Il rigetto di cibi nuovi, o neofobia, è un fenomeno comune fino a 2-3 anni, più spesso riguarda i piccoli che hanno sofferto di reflusso e talvolta si manifesta in concomitanza di periodi stressanti, come cambiamenti familiari o ambientali”, evidenza Morino. “Ci vuole pazienza, ma è importante intervenire senza perdersi d’animo. Dopo i tre anni è molto più difficile modificare questo atteggiamento”. 

 

Come insegnargli a mangiare tutto?


Niente paura: educare i propri figli ad assaggiare tutto (o quasi) si può, e si deve per la sua crescita e il suo futuro. Ma è fondamentale mettere in atto una serie di accorgimenti ed evitare errori. Per cominciare, ecco cosa non si dovrebbe fare:


-    Non costringerlo a mangiare. “La coercizione è controproducente”, assicura Morino. “Forzarlo ad assaggiare qualcosa contro la sua volontà finirà solo per aumentare la sua avversione verso l’alimento stesso”. (Leggi anche: 6 regole per far mangiare il bambino)
-    Non convincerlo in cambio di un premio. Nella sua testa, frasi come “se finisci le verdure, ti do il gelato” o “ti faccio vedere la tv” risuonano così: “le verdure fanno talmente schifo che mi merito un premio se le mangio”. Poi, magari, le mangia pure, ma le ricerche dimostrano che 9 volte su 10 la preferenza per quell’alimento non migliora o addirittura diminuisce. 
-    Non offrire un’alternativa dopo l’altra. Non vuole la pasta al sugo? Gliela rifai al pesto. Niente da fare? Provi con quella in bianco. La rifiuta? Tenti con il biberon. “E no, il bambino deve capire che si mangia quel che c’è in tavola”, dice il dietologo pediatrico.  La proposta del pasto dovrebbe comprendere 2-3 pietanze (primo, secondo e contorno, più la frutta), cercando di includerne almeno una di suo gradimento”.
-    Non preparargli esclusivamente i suoi piatti preferiti. Il pensiero è: “Almeno così mangia, senza fare scenate per ogni boccone”. È un po’ come firmare la propria condanna: rimandare i problemi di selettività e neofobia significa solo peggiorarli.   
-    Non distrarlo con i cartoni. “Circa il 40% dei bambini consuma la pappa davanti alla tv o al tablet”, dice Morino. “Sbagliato! Il momento del pasto è importante, non è un momento di gioco, e non devono essere presenti distrazioni”.

 

Quali sono, allora, le strategie vincenti?

 

-    Crea un ambiente favorevole. Anche se è più facile a parole che nei fatti, il pasto dovrebbe svolgersi sempre in un clima sereno, senza riversare sul bambino l’ansia (perché mangi) e lo stress (perché non lo fa). Buona regola è dargli una routine, rispettando l’orario dei pasti prestabilito.
-    Dai l’esempio. “Il bambino tende a mangiare per imitazione”, osserva Morino. Se volete che consumi frutta e verdura, fatelo anche voi e portateli abitualmente in tavola. È consigliabile sedersi insieme a mangiare (mentre accade solo per un bambino su quattro) e cercare di avere lo stesso tipo di sana alimentazione. 
-    Ripeti la proposta. È importante ripresentare gli alimenti non graditi nel tempo, cucinati in maniera diversa e senza imposizioni: possono essere necessarie dalle 10 alle 16 volte perché il bimbo accetti d’ingoiare un nuovo cibo. Eppure, un genitore su quattro demorde dopo appena pochi tentativi falliti. Insisti.
-    Lascia che scelga la sua porzione. I bambini si autoregolano, si saziano facilmente e devono avere la libertà di dire basta. Se la crescita è regolare, non c’è bisogno di preoccuparsi troppo.
-    Coinvolgilo in cucina. Perché il piccolo vinca la sua diffidenza, stimola la sua curiosità: portalo a fare la spesa, lascia che ti aiuti a preparare le ricette e apparecchiare la tavola, crea piatti colorati (e non troppo pieni, altrimenti rischia di scoraggiarsi ancora prima di aver iniziato la degustazione) e permettigli di “sporcarsi le mani”. Il cibo dev’essere un’esperienza multisensoriale, giocosa e positiva. 

Guarda anche il video: il bambino non mangia, gli aspetti psicologici

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