Alimentazione bambini

Quale latte dopo i 12 mesi e cosa fare se rifiuta il latte

bambinibevonoillatte
12 Novembre 2014
Quale latte dare al bambino dopo l'anno di età? Che cosa fare se il bambino rifiuta il latte? 
Risponde Adriano Cattaneo, epidemiologo, esperto di nutrizione infantile, consulente dell’OMS
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Quale latte dare al bambino dopo l'anno di età? Che cosa fare se il bambino rifiuta il latte? 

Risponde Adriano Cattaneo, epidemiologo, esperto di nutrizione infantile, consulente dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).

 

Dopo l’anno di età, se si è smesso di allattare al seno, è bene impiegare un “latte di crescita” invece del normale latte vaccino di latteria?   

L’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che è l’ente più accreditato per stabilire se un alimento è utile e non dannoso, lo scorso anno (2013) ha pubblicato un documento in cui afferma che non c’è alcuna necessità di utilizzare il latte di crescita dopo l’anno di età del bambino.

 

Questo significa che, salvo rarissime eccezioni,  tutti i bambini dai 12 mesi in avanti possono tranquillamente  bere, se dimostrano di gradirlo, il latte vaccino di latteria senza che vi sia il rischio di minori benefici nutrizionali rispetto a quelli su cui potrebbero contare se assumessero un latte di crescita. Ma è ovvio che sia così: un bambino di un anno o più mangia di tutto e se la sua dieta è varia non c’è motivo di pensare che abbia bisogno di un latte diverso da quello del resto della famiglia.

 

Il latte di crescita è arricchito con il ferro. E’ questa la caratteristica su cui si fa leva per suggerire che sia migliore di quello di latteria, che è più povero di questa sostanza. Come stanno realmente le cose?

Nello stesso documento e poi in un altro, pubblicato nel 2014, il gruppo di esperti dell’Efsa ha analizzato lo stato di nutrizione dei bambini europei sotto i 5 anni, mettendo insieme tutte le ricerche sull’argomento pubblicate negli ultimi anni. Da queste complesse revisioni della letteratura scientifica è emerso che i bambini introducono generalmente troppe proteine, troppo sale, troppo potassio e poche fibre.

 

Assumono invece a sufficienza tutti gli altri micronutrienti utili per il benessere dell’organismo, con l’eccezione del ferro e dello iodio. Posto questo, vere e proprie carenze di ferro si riscontrano solo in alcuni paesi dell’Est europeo. Inoltre, se anche vi fossero carenze di ferro nella dieta, quello che interessa sapere per stabilire se è necessario aumentarne la somministrazione è se questa carenza ha conseguenze sulla salute, cioè provoca l’anemia sideropenica (da mancanza di ferro).  Ma le cose non stanno così.

 

L’ipotesi che sia meglio dare latte arricchito con il ferro non si basa, dunque, sul fatto che i nostri bambini sono spesso interessati da anemia?

I dati che abbiamo a disposizione ci dicono che nei paesi dell’Europa occidentale, tra cui l’Italia, l’anemia non rappresenta un problema. Questo non esclude che ci siano bambini (pochi) a rischio di svilupparla, ma per evitare questa eventualità non è necessario ricorrere a latti arricchiti con ferro. E’ sufficiente, infatti, che la dieta del bambino sia varia e includa alimenti naturalmente ricchi di ferro come il pesce e la carne oppure arricchiti con ferro, come per esempio i cereali. Il “latte di crescita” non è nell’elenco dei prodotti da privilegiare.

 

Di fatto,  non esistono studi  a supporto dei benefici provenienti dalla somministrazione di latte arricchito con ferro. In mancanza di evidenze, le affermazioni molto usate per la vendita di questi prodotti sottolineano genericamente che “sono meglio del latte vaccino”. Sono però solo opinioni, anche se a volte sono sostenute da qualche cosiddetto “esperto di nutrizione”.

 

In realtà, per poter dire con sicurezza: sì, dopo l’anno di vita è preferibile usare il latte  arricchito con ferro bisognerebbe poter disporre di quello che per il momento non abbiamo: risultati ottenuti mediante una sperimentazione seria e indipendente da interessi commerciali. C’è poi da dire che offrire indiscriminatamente a tutti i bambini alimenti arricchiti con ferro potrebbe aprire la strada ad altri rischi, legati all’eccesso di questo minerale.  Ci sono studi che mostrano come troppo ferro possa indebolire il sistema immunitario, rendendo il bambino più vulnerabile nei confronti di alcune infezioni.

 

Si può quindi passare dal latte di mamma a quello di latteria senza una fase intermedia?

Dipende dall’età del bambino. Se ha già compiuto l’anno di vita si può offrire subito il latte vaccino. Se il bambino non è allattato al seno (che è la scelta di gran lunga più raccomandabile) dopo i sei mesi è preferibile ricorrere al “latte di proseguimento” oppure, se il bambino era già alimentato con latte 1, si può tranquillamente proseguire con lo stesso latte.

 

Da sottolineare che, secondo le ultime raccomandazioni sia della Commissione europea sia dell’OMS (organizzazione Mondiale della Sanità), l’ideale sarebbe che il bambino venisse allattato esclusivamente al seno fino a sei mesi. Dopodiché le linee guida incoraggiano l’allattamento al seno “fino a due anni e oltre, secondo il desiderio di mamma e bambino”.

 

Ogni mamma può quindi decidere di continuare a dare al figlio il proprio latte, anche dopo l’introduzione degli alimenti solidi, senza per questo avere alcun timore di esporlo a carenze nutrizionali. Vale anche nel caso in cui il bambino non assuma alcun derivato del latte vaccino, cioè né yogurt né formaggi.   

 

E se un bambino, ad allattamento al seno concluso, non vuole più assumere nessun tipo di latte bisogna comunque ricorrere a qualche espediente per farglielo introdurre?

Non è necessario. Il latte vaccino non è un alimento indispensabile, anche se appartiene alla nostra storia. Proprio perché fa parte della nostra cultura va bene offrirlo, come si è sempre fatto, ma non è obbligatorio. A sostenere l’importanza della tradizione alimentare sono proprio le più recenti linee guida, condivise dall’intera Comunità scientifica internazionale, secondo cui  è corretto  che un bambino venga nutrito secondo le usanze culinarie della sua famiglia.  

 

Ma se è il bambino stesso a rifiutare il latte non è affatto necessario trovare il modo di somministraglielo comunque. Yogurt, formaggi vari e ricotta sono, eventualmente, buone alternative.  E se non volesse neppure questi è meglio non insistere né scervellarsi per trovare ricette che li mascherino. Ben due terzi dell’umanità vive e prospera senza mangiare né latte né latticini.

 

Latte a parte, può dirci indicativamente come dovrebbe essere l’alimentazione di un bambino dallo svezzamento in avanti?

Il bambino dovrebbe mangiare quello che mangiano gli altri componenti della famiglia. A volte viene obiettato che seguire questa indicazione può essere impossibile, visto che spesso i genitori “mangiano male” o, comunque, non a misura di bambino: cibi in scatola, troppi grassi animali, fritture e così via.

 

Di fatto, l’arrivo in casa di un bambino dovrebbe proprio essere, per tutta la famiglia, l’occasione più propizia per cambiare modo di nutrirsi, optando per una dieta più sana. Per esempio, per iniziare a ridurre il sale da cucina e lo zucchero bianco, a limitare il consumo di grassi animali e a privilegiare l’assunzione di frutta e verdura. Genitori e bambini dovrebbero cioè seguire la stessa dieta semplice, varia e sana a vantaggio della salute di tutti.

 

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