Allergie e bambini

Allergie alimentari: le mamme chiedono, l’esperto risponde

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06 Giugno 2012
Bambini e allergie alimentari. È un problema che interessa sempre più bimbi e sul quale tra le mamme c’è ancora tanta confusione. Abbiamo raccolto allora le domande delle mamme sul forum di nostrofiglio.it e le abbiamo rivolte a Giorgio Longo, responsabile dell'Unità operativa di Allergologia Pediatrica dell’ospedale Burlo Garofolo di Trieste.
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Le allergie alimentari rappresentano un problema che interessa sempre più bambini e sul quale tra le mamme c’è ancora tanta confusione. Anche perché negli ultimi anni sulle cause che provocano la comparsa di allergie si è verificata una vera e propria ‘rivoluzione copernicana’.

Nostrofiglio.it ha raccolto le domande delle mamme sul forum di nostrofiglio.it e le ha rivolte a Giorgio Longo, responsabile dell'Unità operativa di Allergologia Pediatrica dell’ospedale Burlo Garofolo di Trieste.

Che differenza c’è tra allergia e intolleranza? Spesso vengono usati come sinonimi, creando parecchia confusione ...

Secondo la definizione ufficiale, l’allergia è una reazione avversa a un alimento su base immuno-mediata, cioè dipende da una risposta del sistema immunitario che non riconosce quella determinata sostanza come ‘buona’.

L’intolleranza è sempre una reazione avversa all’alimento, ma non è immuno-mediata, bensì dipende da meccanismi diversi, ad esempio:

  • di tipo enzimatico: se dipende dall’assenza o dalla carenza di enzimi deputati a digerire una certa sostanza. La forma più comune è l’intolleranza al lattosio, ma un’intolleranza di tipo enzimatico è anche la causa per cui le donne tollerano l’alcol meno degli uomini, visto che sono carenti di un enzima che metabolizza l’alcol a livello epatico;

  • di tipo tossico: è il caso dell’avvelenamento da funghi o da altre sostanze riconosciute come tossiche dall’organismo;

  • di tipo farmacologico: è il caso dei solfiti contenuti nel vino, che in soggetti intolleranti provocano cefalea o diarrea.

  • di tipo pseudo-allergico: sono intolleranze che dipendono da un’eccessiva assunzione di sostanze che contengono ammine vaso-attive, come le istamine, che, entro una determinata quantità, sono tranquillamente tollerate dal nostro organismo, mentre oltre una certa soglia provocano reazioni simili alle allergie, come orticaria, arrossamento, prurito, diarrea. Qualche esempio? Una barretta di cioccolata si mangia senza problemi, ma se si fa un’abbuffata tutta in una volta, ecco che possono comparire le reazioni; il sorbitolo, contenuto in chewing gum e caramelle senza zucchero, oltre certe quantità può dare effetti lassativi.

Che differenza c’è tra allergie e intolleranze dal punto di vista delle reazioni?

Le allergie danno reazioni nel breve periodo, di norma dopo pochi minuti o al massimo entro una-due ore dal contatto con l’alimento, per cui si riconosce uno stretto rapporto di causa ed effetto.

Le manifestazioni possono essere a livello cutaneo, come l’orticaria; a livello nasale, come la rinite; a livello bronchiale, come l’asma; a livello gastrointestinale, con vomito e diarrea; a livello della glottide, con il pericolo di ostruzione e soffocamento; fino alla forma più pericolosa a livello circolatorio, con lo shock anafilattico.

L’intolleranza si limita a dare effetti spiacevoli e fastidiosi, come dolori addominali, diarrea, mal di testa, ma non si tratta mai di reazioni gravi, inoltre può esprimersi anche dopo qualche ora o nel giorno seguente.

L’intolleranza al glutine in quale categoria rientra?

L'intolleranza al glutine è un’espressione impropria, perché quella al glutine è una reazione immuno-mediata a componenti del glutine, per questo potrebbe propriamente essere ascritta alla categoria delle allergie.

Apriamo una piccola parentesi: le allergie vere e proprie si dividono in due sottotipi: allergie da anticorpi IgE, che sono le reazioni allergiche per antonomasia, basate su un’eccessiva produzione di anticorpi di tipo IgE, ed allergie non IgE mediate, che sottendono a meccanismi diversi, di cui fa parte la celiachia.

Come si diagnosticano le intolleranze?

Mentre l’allergia ha meccanismi immunologici riconosciuti e testabili attraverso esami validati scientificamente, l’intolleranza si basa essenzialmente sui sintomi che riferisce il paziente e si può riconoscere solo attraverso i cosiddetti test di scatenamento e test di eliminazione, cioè verificando se, assumendo o eliminando per un certo periodo quel determinato alimento, i sintomi cambiano.

Oggi sono sempre più in auge svariate metodiche ‘alternative’ per testare le intolleranze alimentari, malgrado la comunità scientifica internazionale abbia da tempo preso le distanze da questi esami che sono nella maggior parte dei casi senza alcun fondamento scientifico.

Come si diagnosticano le allergie?

Le allergie IgE mediate si possono diagnosticare in due modi:

  • con il test in vivo o Prick test, che consiste nel mettere un estratto dell’alimento a contatto con la cute del bambino, pungendo delicatamente la pelle, per vedere se a distanza di alcuni minuti compare un ponfo orticariode; il test si può fare anche, e a volte meglio, con il cosiddetto prick by prick, utilizzando al posto dell’estratto commerciale l’alimento come tale, che contiene proteine che nell’estratto spesso si perdono;

  • con il test in vitro o RAST test, che dosa le IgE specifiche verso l’alimento in toto o verso le singole proteine che compongono l’alimento.

Che validità hanno i test per le allergie alimentari?

Innanzitutto diciamo che Prick test e RAST test sono equivalenti come validità.

Un test negativo, sia in vivo sia in vitro, ha un valore predittivo negativo al 100%, cioè se l’esito è negativo è certo che il bambino non è allergico all’alimento o gli alimenti testati.

Un test positivo, sia in vivo sia in vitro, ha un valore predittivo positivo del 50%, ossia c’è il 50% di probabilità che il bambino abbia una reazione allergica se consuma quell’alimento.

In parole povere, riscontare un pomfo o avere le IgE positive non significa che automaticamente il bambino manifesterà una reazione allergica quando verrà a contatto con l’alimento, specie se l’ha già mangiato in passato e non è mai successo nulla, per questo è sbagliato escludere dalla dieta gli alimenti solo sulla base del test allergico.

Va tuttavia anche detto che c’è una gradualità nell’esito: più il pomfo è grande oppure più elevata è la dose di IgE, maggiore è la probabilità di avere reazioni avverse.

Se il bambino non è mai venuto a contatto con l’alimento e il test risulta positivo, come facciamo a sapere se è o non è allergico?

Con il test di scatenamento o di provocazione orale, che consiste nel dare quell’alimento in dosi inizialmente minime e poi via via crescenti. È prudente che questo test venga eseguito in ambiente protetto, dove, in caso di reazioni serie, si possa intervenire con gli opportuni trattamenti.

Che fare se il bambino risulta allergico a certi alimenti? Dovrà eliminarli per sempre dalla dieta o può guarire spontaneamente?

Fino ai 5-6 anni l’alimento al quale si è allergici va necessariamente eliminato dalla dieta. Dopo quest’età, l’80% dei bambini risultati allergici a frumento, uovo, latte (che costituiscono le allergie alimentari più frequenti in età pediatrica) sviluppa tolleranza, quindi guarisce dall’allergia: questo perché probabilmente si verifica una sorta di ‘dimenticanza’ da parte del sistema immunitario che, non avendo ricevuto stimolazioni per lungo tempo, non ‘si ricorda più’ di quell’alimento ed ecco che non lo attacca più.

Per altri alimenti, come frutta secca e pesce, per una serie di fattori la probabilità di sviluppare tolleranza è solo del 20%, quindi è elevata la probabilità che si possa restare allergici per tutta la vita. Per avere la certezza di essere guariti occorre fare un test di provocazione.

Chi ha un elevato rischio allergico deve ritardare l’introduzione di certi alimenti durante lo svezzamento?

No, anzi in questo campo c’è stata una vera e propria ‘rivoluzione copernicana’, poiché si è visto che ritardare troppo aumenta, anziché diminuire, il rischio di sviluppare allergie alimentari. Fino a pochi anni fa, all’incirca fino al 2008, per cercare di prevenire le allergie nei bambini ad alto rischio allergico (figli di genitori allergici o lattanti con dermatite atopica) si credeva fosse necessario non solo far seguire alla mamma una dieta rigorosa durante gravidanza ed allattamento, ma anche ritardare l’introduzione di tutti gli alimenti ritenuti maggiormente allergizzanti - latte vaccino, uovo, pesce, pomodoro, frutta secca - durante lo svezzamento.

Numerosi studi, dovuti soprattutto all’allergologo londinese Gideon Lack, hanno evidenziato invece che la sensibilizzazione di questi bambini non avviene attraverso quel che mangiano, ma attraverso altre vie, la più probabile delle quali è la via percutanea: per intenderci, se la mamma maneggia pesce e poi tocca il bambino, se il papà beve il latte e poi dà un bacio al piccolo, gli allergeni passano attraverso la pelle o le vie respiratorie del bambino, che in risposta produce tante IgE che lo fanno diventare allergico a un alimento pur non avendolo mai mangiato.

Se invece gli alimenti vengono introdotti per via orale prima che l’organismo del bambino ne venga a conoscenza per altre vie, essi arrivano direttamente all’intestino, che è un organo orientato a tollerare, non ad aggredire gli alimenti. Per questi motivi al bambino a rischio allergico si consiglia di introdurre i vari cibi il più presto possibile, tra i 4 e i 6 mesi di vita, perché più si aspetta più è probabile che diventi allergico.

È possibile sviluppare intolleranze o allergie alimentari in età adulta, pur non avendone mai sofferto prima?

Sì, è possibile, ma è molto raro, anzi rarissimo, che si tratti di un’allergia grave e verso gli alimenti proteici comuni come quelli (latte, uovo, pesci etc.) già ricordati prima. E’ molto frequente, al contrario, una sensibilizzazione allergica verso alcune proteine di frutta e verdura condivise tra frutta e pollini.

Un tipico esempio è il soggetto allergico al polline delle betullacee che quando mangia le mele lamenta bruciore, prurito e fastidio alle labbra e cavità orale. Questa condizione si chiama “sindrome orale allergica” ed è comune nell’adolescente e giovane adulto quando l’allergia ai pollini ha raggiunto la sua massima maturazione. Si tratta, in altre parole, di un’allergia ad alimenti vegetali secondaria alla sensibilizzazione allergica verso i pollini. Non è, di norma, un’allergia grave perché si limita essenzialmente a fastidi minori alla mucosa oro-faringea.

È vero che, se c’è una predisposizione genetica a sviluppare allergie, basta una causa scatenante – infezione virale, attività sportiva a stomaco pieno - perché si manifestino?

E’ vero, ci sono allergie alimentari che si manifestano solamente se vi è una concausa scatenante, anche se sono condizioni molto rare. La più comune e tipica è l’allergia che si esprime solo quando l’alimento al quale un soggetto è allergico viene consumato poco prima di un importante sforzo fisico: l’alimento consumato abitualmente non dà alcun fastidio, lo sforzo fisico da solo non dà alcun problema, ma se le due cose coincidono il soggetto può avere una reazione allergica generalizzata anche molto grave (orticaria, angiodema, dispnea, perdita di coscienza etc.).

L’alimento più spesso coinvolto in causa in questa particolare condizione è il frumento. In tal caso non ci sono cure o accortezze particolari se non quella di evitare l’alimento riconosciuto ‘colpevole’ un paio d’ore prima dell’impegno sportivo.

Se si guarisce da un’allergia alimentare, ad esempio verso le uova, bisogna fare comunque attenzione a non esporsi a cause scatenanti come lo sport subito dopo aver mangiato uova?

No, una volta guariti dall’allergia non è più necessario adottare precauzioni particolari.

In che cosa consiste la desensibilizzazione e quali risultati offre?

La desensibilizzazione è una metodica relativamente recente, adottata da pochi anni in alcuni Centri specializzati di allergologia pediatrica. Consiste nel somministrare ai bambini con riconosciuta allergia a un determinato alimento, piccolissime quantità di quell’alimento, in dosi via via crescenti, in modo da abituare l’intestino a riconoscerlo e quindi a tollerarlo.

È una terapia abbastanza impegnativa, per la quale noi prevediamo una prima fase di circa 10 giorni in ambiente protetto, che può essere l’ospedale per i casi più a rischio o l’ambulatorio medico, per poi continuare da casa seguendo uno schema di somministrazione ben preciso indicato dallo specialista, con l’obiettivo di arrivare, nel giro di qualche mese o di qualche anno, alla dieta libera. In base alla nostra esperienza, con questo percorso di desensibilizzazione l’80% dei bambini guarisce completamente dall’allergia.

A quali categorie di bambini può essere rivolta la desensibilizzazione?

La desensibilizzazione è rivolta ai bambini che, pur grandicelli, non mostrano di guarire dalla loro allergia e questi sono spesso quelli che fin dall’esordio manifestano le reazioni più gravi con piccole quantità di alimento e che hanno per questo elevati rischi di imbattersi anche casualmente nell’allergene.

In genere viene proposta ai bambini da 5-6 anni in poi – sia perché più collaboranti, sia perché prima di quest’età è probabile che l’allergia regredisca spontaneamente - e solo per le allergie agli alimenti principali, cioè frumento, uovo e latte.

La pranoterapia può essere d’aiuto per curare le allergie alimentari?

Assolutamente no, non facciamoci ridere dietro!

Chi è allergico a un determinato alimento (es. mela) potrebbe in futuro sviluppare allergia verso un alimento appartenente alla stessa famiglia (es. il sedano)?

Sì, se negli alimenti sono contenute le stesse proteine, ma le variabili che entrano in gioco sono così tante che è impossibile calcolare corrispondenze esatte.

Le arachidi, come tutta la frutta secca, sono tra gli allergeni che danno le reazioni più gravi: vuol dire che, se assunte dal soggetto allergico per errore, possono facilmente scatenare una reazione grave?

Sì è vero, l’allergia alla frutta secca è quella più spesso associata a reazioni gravi e potenzialmente fatali.

Se la mamma soffre di allergie alimentari, anche il figlio sarà allergico? E quali precauzioni bisogna adottare, ad esempio durante lo svezzamento?

C’è sicuramente una predisposizione ereditaria alle allergie, tuttavia con il bambino figlio di genitori allergici non conviene far nulla di diverso rispetto a tutti gli altri bambini, anzi, come si è visto, è controproducente ritardare l’introduzione di nuovi alimenti.

Non è nemmeno consigliabile fare i test in chiave preventiva perché il più delle volte anche piccole e ininfluenti positività rischiano di essere valorizzate con successive esclusioni dietetiche, e questo, come abbiamo detto, comporta il rischio di ottenere l’effetto opposto, quello di far aumentare al massimo i valori delle IgE specifiche, o, in altre parole, rendere sempre più grave quella allergia.

Per chi è allergico sono previsti aiuti statali?

Ai genitori di bambini che hanno già manifestato reazioni allergiche gravi viene distribuita gratuitamente dalla ASL una ‘penna’ che contiene una dose di adrenalina, unico farmaco salvavita in caso di shock anafilattico. Alte forme di contribuzione non sono previste.