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Apprendimento

Come crescere un bambino bilingue

Di Valentina Murelli
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26 Dicembre 2017
Il bilinguismo offre vari benefici per lo sviluppo cognitivo. I bambini con almeno un genitore straniero partono avvantaggiati, ma si può diventare bilingui anche se i genitori parlano solo italiano. La pedagogista Monica Castagnetti spiega come si può fare

 

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Un bambino su cinque, in Italia, ha almeno un genitore straniero. Significa che ha l'opportunità di crescere bilingue, e bilingue possono crescere anche bambini che hanno entrambi i genitori di madrelingua italiana, purché abbiano la possibilità di un'esposizione "immersiva" in una lingua differente. Abbiamo chiesto alla pedagogista Monica Castagnetti, formatrice del Centro per la salute del bambino di Trieste, che al tema del bilinguismo ha dedicato un festival alcuni mesi fa, di aiutarci a capire quali sono le strategie migliori per sviluppare il bilinguismo nei bambini.

 

Un mito da sfatare
La prima cosa da fare è sgombrare il campo da equivoci e fraintendimenti. Alcuni per esempio ritengono ancora che l'apprendimento dalla nascita di una seconda lingua possa ostacolare lo sviluppo cognitivo. "Si tratta di un pregiudizio legato a un certo nazionalismo linguistico, ma gli studi neuroscientifici dicono che non è così. Anzi, il bilinguismo offre vari benefici".

 

I vantaggi del bilinguismo
Per prima cosa, il fatto che il cervello si sviluppa seguendo due canali linguistici contemporaneamente - a Castagnetti piace parlare di due "autostrade linguistiche" - gli garantisce maggiore flessibilità.

 

Non solo: la pedagogista spiega che i bambini bilingue tendono a essere anche molto aperti verso le novità, abili a cogliere le differenze, molto empatici. "Il bambino bilingue impara molto presto che il mondo può essere raccontato con codici diversi, e che dunque le differenze sono qualcosa di positivo. Inoltre, essendo abituato a pensare e a parlare secondo codici linguistici diversi, non percepisce come 'strani' i bambini che parlano altre lingue".

 

I vantaggi valgono qualunque sia la seconda lingua: inglese, francese, cinese, arabo o magari qualche lontanissimo dialetto africano.

 

Come fare
In caso di coppie miste, il consiglio è che ciascun genitore comunichi con i figli nella propria lingua fin dalla nascita e anche prima: "Ricordiamoci che già in utero si percepiscono i suoni". Poi si sceglie una lingua comune della famiglia. "Non importa se l'italiano o l'altra: quello che conta è che entrambi i genitori si sentano a proprio agio".

 

Non esistono ricette precise per il bilinguismo, ma Castagnetti suggerisce alcune regole. "Anzitutto essere sempre molto sereni rispetto alla propria lingua e al fatto di trasmetterla ai bambini. L'apprendimento passa attraverso l'affettività: se ci sono rigidità o preoccupazioni i piccoli ne risentono".

 

Per lo stesso motivo, le lingue straniere non vanno mai usate come strumento di esclusione, per non farsi capire. Infine non aspettarsi chissà quali performances: alcuni bambini ascoltano volentieri la seconda lingua, ma magari scelgono di non parlarla, almeno nei primi anni.

 

E se entrambi i genitori parlano una lingua diversa dall'italiano? "Non è un problema" sostiene Castagnetti. "I bambini lo impareranno a scuola e fuori casa. L'importante è che la famiglia non si isoli dal contesto e che il contesto accetti questa diversità".

 

 

Lingua del cuore, lingua della mente
"In realtà - precisa l'esperta - i bambini bilingue hanno per ciascuna delle loro lingue un luogo speciale: in genere una lingua fa più riferimento al cuore, è più affettiva, mentre l'altra fa più riferimento alla mente, è più intellettiva. L'importante è che in famiglia ci sia sempre molta serenità nell'abitare entrambi questi due luoghi linguistici".

 

Bilingui al nido
Crescere bimbi bilingui è possibile anche se in casa si parla solo italiano. Come? "Basta esporli a una seconda lingua fin da piccolissimi, già dai sei mesi di età e comunque entro i primi tre anni" afferma Castagnetti. "Questo infatti è un periodo molto importante per lo sviluppo del bambino, il cui cervello va incontro a una vera e propria fioritura neuronale: un altro stimolo linguistico che arriva a quell'età non fa altro che arricchire le possibilità di sviluppo del cervello".

 

Ma attenzione: l'esperienza linguistica deve essere immersiva rispetto alle attività quotidiane e deve  passare attraverso il contatto con un'altra persona importante per il bambino: "Il piccolo non impara tanto perché gli viene proposta qualche attività in un'altra lingua, ma perché è in contatto con un essere umano che gliela propone come strumento di comunicazione". Per ottenere questo risultato si può cercare una tata madrelingua, oppure un nido veramente bilingue, in cui un educatore madrelingua passi con i piccoli almeno metà del tempo.

 

Piccoli ritardi
Crescere bilingui comporta alcune specificità che i genitori devono conoscere per non spaventarsi. L'esordio del linguaggio è più tardivo. "Di solito avviene intorno ai due anni - chiarisce Castagnetti - ma può tardare di qualche mese o anche più se le due lingue sono molto lontane, come italiano e cinese".

 

Niente paura neppure per le interferenze, cioè il fatto di usare in una lingua espressioni e costruzioni tipiche dell'altra (per esempio il bilingue italo-francese che dice tombare al posto di cadere, dal francese tomber). "Sono fisiologiche e scompaiono intorno agli otto-nove anni". Infine una precisazione: non è detto che se in casa si parlano due lingue, il bambino imparerà anche a scrivere due lingue. "L'apprendimento della scrittura non è innato: per imparare a scrivere bisogna che qualcuno ce lo insegni. Non a caso, di solito a scrivere si impara andando a scuola".

 

Corsi di lingue per bambini, ecco come sceglierli
I corsi di lingue per bambini anche piccolissimi sono sempre più diffusi: in genere si tratta dell'inglese, ma nelle grandi città se ne possono trovare anche altri, per esempio il cinese. Ma ha senso farli fare al piccolo di casa? A cosa possono servire, e come dovrebbero essere organizzati?

"Se la proposta è di un'oretta alla settimana o poco più, ovviamente l'obiettivo non è di creare un vero bilinguismo, ma di dare un'infarinatura che prepara il terreno all'apprendimento vero e proprio, che potrà avvenire più avanti" spiega Castagnetti. "Il bambino che ha partecipato potrà acquisire un piccolo bagaglio lessicale, ma soprattutto potrà mostrarsi più disponibile ad apprendere, perché quelle parole, quei suoni, non gli risulteranno nuovi e dunque potenzialmente ostili".

Dunque sì anche ai corsi di lingua, purché abbiano alcune caratteristiche ben precise: "L'impostazione deve essere molto ludica ma - se parliamo di bambini molto piccoli, sotto i tre o quattro anni, che in genere partecipano insieme a un genitore - si deve anche lasciare al bambino la possibilità di non prendere parte ai canti e ai giochi proposti". E a casa? "I genitori possono proporre le attività fatte al corso, ma come gioco, non come esercitazione, fermandosi se si rendono conto che per il bimbo non sono più piacevoli. Poi, mano a mano che il bimbo cresce, si può anche cambiare atteggiamento, magari pungolandoli un po' se a volte mostrano di non avere più voglia".

Sì anche alla lettura di libri nella lingua straniera, mentre qualche cautela in più va usata con tv, tablet e computer. "Ormai si trovano molte proposte in lingua straniera, dai cartoni animati ad attività più o meno interattive. Qualcuna può anche essere valida, ma ricordiamo che nei bambini l'apprendimento passa sempre attraverso l'interazione e la comunicazione con gli altri. Di sicuro non imparano o migliorano l'inglese solo perché guardano i cartoni un inglese".