Storia del gioco

Giocando il bambino scopre se stesso e il mondo

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01 Agosto 2012
Una carrellata storica del pensiero dei principali studiosi dell'infanzia che si sono soffermati a riflettere sul gioco e i bambini, secondo prospettive diverse. Oggi approfondiremo Donald W. Winnicott, Lev Semënovič Vygotski e Johan Huizinga.
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Anche lo psicologo russo Lev Semënovič Vygotskij (1896-1934) - noto solo a partire dagli anni '60 a causa della censura stalinista - riflette sugli aspetti affettivi del gioco, riprendendo in parte alcuni concetti di Piaget ma con una differenza fondamentale. Per lo studioso, lo sviluppo del bimbo è influenzato dal contesto sociale, storico e culturale (nega ogni tipo di schema universale di sviluppo cognitivo tipo quello elaborato da Piaget).

E in quest'ottica, il gioco ha un valore fondamentale perché rappresenta una risorsa preziosissima per la crescita psichica, cognitiva e affettiva.

“Il gioco è realizzazione dei desideri, è addestramento, è rispetto di regole, conoscenza e negazione della realtà, è piacere ma anche norma, è progetto ed esercizio”, (Riccardo Massa, Istituzioni di pedagogia e scienza dell'educazione, Laterza).

In altre parole, Vygotskij assegna al gioco una immensa potenzialità evolutiva che prende nettamente le distanza dalla sua valutazione come attività non finalizzata e poco produttiva.

Pur se con una visione diversa e personale, Piaget, Vygotskij e anche Donald W. Winnicott (1896-1971) attribuiscono grande importanza al gioco come parte del percorso che aiuta il bimbo a distinguere se stesso dal mondo esterno.

Secondo questo psicoanalista e psichiatra infantile inglese, attraverso il gioco il bimbo sperimenta il passaggio dalla dipendenza all'autonomia, impara a stare da solo con l'idea, a livello interiore, di una figura buona pronta a rassicurarlo. Questa figura è la mamma che si occupa di lui ed è abbastanza buona (lo studioso dice proprio così) da creare un ambiente positivo, facilitante.

Winnicott parla di bambini 'perduti' nel gioco e definisce lo spazio-tempo del giocare un'area che non può essere facilmente lasciata e che non ammette intrusioni (Winnicott, Gioco e realtà, Armando Editore).

In questo modo, il piccolo può svincolarsi dall'illusione di essere tutt'uno con la madre e andare incontro, piano piano, all'esperienza autonoma.

In quest'area intermedia, tra se stesso e il mondo esterno, – chiamata da Winnicott area transizionale - il bimbo, spesso, si serve di oggetti (l'orsacchiotto, il lembo di una copertina, il fazzoletto, il bambolotto) per 'avventurarsi' da solo nella realtà. L'attaccamento a un pupazetto, a un giocattolo (detto, appunto, oggetto transizionale) agisce come una sorta di ponte, rende più lieve il distacco dalla mamma (e il fatto, inevitabile, di crescere). E, sopratutto, permette al bimbo di affrontare i sentimenti di ansia e alcune situazioni particolari, come, per esempio, il momento della nanna.

(Franco Cambi, Gianfranco Staccioli (a cura di), Il gioco in Occidente, Storie, teorie, pratiche, Armando Editore).

L'adulto non dovrebbe lasciarsi andare commenti tipo “ Ma quando ti decidi a mollare l'orso?”, “E, poi, che sarà mai hai perso il fazzoletto?”, “Uff, ma un giocattolo vale l'altro!”... Perché gli oggetti transizionali, e il gioco stesso, sono (a tutti gli effetti) una realtà per il bimbo, quella che aiuta a conciliarsi con il mondo e non va messa in dubbio.

Una visione che ha fatto storia quella di Winnicott e continua a offrire una chiave di lettura ispirando molti gli studi sul rapporto tra bimbo e attività ludica.

Pur con prospettive diverse, il gioco è stato al centro dell'indagine di molti studiosi, nel corso egli ultimi 50 anni. Una interpretazione - che ha influenzato lavori più recenti - è anche quella dello storico Johan Huizinga (1872-1945) che considera il gioco come “funzione creatrice di cultura” e lo riconosce come origine di ogni manifestazione culturale (dal diritto all’arte, dalla religione allo sport, ecc.). Per Huizinga il gioco permea e modella ogni prodotto culturale. Il gioco caratterizza l'uomo in quanto animale culturale (l'home ludens ha pari valore dell'homo faber). Il gioco supera, quindi, i limiti dell’attività puramente biologica: è una funzione che contiene un senso (Homo Ludens, 1939).

E i bambini, adulti di domani, continuano a giocare dimenticando se stessi, totalmente presi da un'attività che è certo, molto più, che un semplice passatempo.