Salute occhi

Occhio pigro (o ambliopia) nei bambini: le 7 cose da sapere

Di Valentina Murelli
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29 Maggio 2018
Che cos’è, come si fa la diagnosi, quali sono i rimedi e altro ancora. Secondo le linee guida degli oftalmologi americani e con la consulenza dell’oculista Luca Buzzonetti
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1. Che cos’è l’ambliopia


“Anche chiamata occhio pigro, l’ambliopia è una condizione nella quale sostanzialmente un occhio vede meno dell’altro, in termini di acutezza visiva” spiega Luca Buzzonetti, responsabile dell’Unità di oculistica dell’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma.

 

Il problema, però, non sta tanto nell’occhio quanto nel cervello, o meglio nelle parti della corteccia cerebrale deputate a elaborare le immagini, che tra le due immagini ricevute dagli occhi preferiscono “puntare” su quella migliore, trascurando l’altra, o utilizzandola in maniera limitata.

 

2. Quanti bambini colpisce


Stimare il numero di bambini con occhio pigro non è semplicissimo: secondo quanto riferito dalle linee guida sull’argomento dell’Accademia americana di oftalmologia, pubblicate nel 2017, l’ambliopia interessa lo 0,7-1,9% dei bambini tra sei mesi e sei anni e l’1-5,5% dei bambini in età scolare.

 

3. Occhio pigro, le cause


L’ambliopia (che viene comunemente riferita a un solo occhio, ma può in realtà riguardare entrambi) può dipendere da diverse condizioni, e in particolare:

  • malattie o condizioni che impediscono alle immagini di arrivare in modo corretto alla retina, come cataratta congenita, opacità corneale, ptosi palpebrale (palpebre cadenti), infiammazioni di origine infettiva. Si parla in questi casi – che sono i più rari – di deprivazione visiva;
  • strabismo;
  • difetti refrattivi della vista (per esempio l’astigmatismo) che interessano gli occhi in modo marcatamente asimmetrico, una condizione chiamata anisometropia.

 

4. Quando può comparire


L’ambliopia può verificarsi durante la fase di sviluppo della vista e delle strutture nervose deputate a raccogliere e interpretare le immagini, cioè tra la nascita e gli 8/9 anni di vita.

 

In questo periodo può essere facilmente corretta: se però non viene corretta durante l’infanzia tende a rimanere definitiva.

 

“Pensiamo alle due casse di uno stereo e immaginiamo che una abbia la manopola del volume posizionata sul 100% e l’altra bloccata sul 50%” afferma Buzzonetti. “C’è un intervallo di tempo utile per intervenire sulla manopola bloccata e cercare di spostarla sul 100%: passato questo periodo, la manopola tenderà a rimanere dov’è, per cui da quella cassa la musica si sentirà meno”.

 

Nei primi anni di vita è ancora possibile intervenire in virtù di una certa plasticità delle strutture che consentono le comunicazioni a livello cerebrale.

 

5. Occhio pigro, i sintomi


Non ci sono sintomi evidenti. Quello che si può fare è cercare di identificare il più precocemente possibile le condizioni che possono causare ambliopia.

 

6. I test per l’ambliopia


Il primo test che va in questa direzione è il test del riflesso rosso, che viene fatto al bambino in ospedale dopo la nascita, o nel primo anno di vita. “E’ un test semplicissimo che permette di verificare se le vie ottiche sono libere oppure no, identificando eventuali malattie come la cataratta congenita” spiega Buzzonetti.

 

Altro esame importante per individuare casi di ambliopia è il test di Lang, che permette di valutare la capacità di visione binoculare o stereoscopica, e viene eseguito nel corso dei bilanci di salute del pediatra, in genere tra i 2 e i 3 anni di vita.

 


“L’ideale, comunque, sarebbe sottoporre il bimbo intorno ai tre anni a una visita oculistica con valutazione dell’acuità visiva, che è lo strumento fondamentale per individuare eventuali difetti della vista” precisa lo specialista.

 

7. Occhio pigro, i rimedi


Primo: correggere le cause

Ma come si interviene per correggere questo problema? “La prima cosa da fare è intervenire sulle cause” spiega Buzzonetti.  Così, se c’è una cataratta si procederà con un intervento chirurgico, mentre se c’è un difetto della vista (come accade nella grande maggioranza dei casi) si metteranno degli occhiali in grado di correggerlo.

 

Riabilitare il cervello: il bendaggio

A volte, questo è sufficiente, ma in genere occorre anche “riabilitare” il cervello a prendere in considerazione le immagini che provengono dall’occhio “pigro”. Lo strumento per farlo è il classico bendaggio, cioè l’occlusione dell’occhio “sano” con una benda, in modo che il cervello sia obbligato a fare i conti con le immagini “peggiori” che riceve dall’altro occhio.

 

Un tempo il bendaggio veniva “imposto” per tutta la giornata, mentre oggi viene proposto per un periodo di tempo più limitato, da un paio d’ore a 5/6 ore. “Dipende dalle condizioni di partenza: dall’età del bambino, da quanto è importante il difetto visivo, e così via” chiarisce lo specialista, sottolineando che comunque si tratta di un intervento da mantenere in genere per alcuni anni. “Altrimenti il rischio è di tornare indietro e perdere il recupero che è stato fatto”.

 

Il momento migliore per portare il bendaggio? “Le ore di scuola, quando l’occhio è effettivamente impegnato” consiglia Buzzonetti. Ma vanno bene anche altri momenti durante il giorno, purché appunto prevedano attività dell’occhio: “Quando il bambino guarda la tv, disegna, gioca con le costruzioni”.

 

Come sistema di bendaggio, lo specialista del Bambin Gesù consiglia il classico cerotto che si applica direttamente sull’occhio (oggi ne esistono varianti colorate e divertenti), mentre sconsiglia – in accordo con le linee guida americane – quelli da applicare sulla lente. “I bambini comunque guardano in su o in giù, vanificando l’occlusione”. Per lo stesso motivo è critico nei confronti delle lenti con filtri speciali. Le linee guida americane riferiscono di un solo studio che ne avrebbe dimostrato l’efficacia come trattamento primario di ambliopia moderata, mentre sembrerebbero più utili come terapia di mantenimento, una volta che sono stati ottenuti risultati positivi con il bendaggio classico.

 

Certo, non a tutti i bimbi piace andare in giro con un occhio “incerottato”. Ma secondo Buzzonetti il problema è più dei genitori: “Alcuni vivono con grande difficoltà questa situazione, trasmettendo ansia e rifiuto ai loro bambini. Altri ne capiscono l’utilità e trovano il modo di convincere i figli a seguire la terapia”.

 

La via farmacologica

Un’altra possibilità è rappresentata dalla terapia farmacologica a base di gocce di atropina che vengono instillate sempre nell’occhio sano per offuscare leggermente la vista. Anche questa ha dimostrato una buona efficacia, ma potrebbe avere qualche effetto collaterale in più rispetto al bendaggio (dalla sensibilità alla luce a effetti più generali come la tachicardia). Per questo deve essere seguita con molta attenzione.

 

Altre strategie sono per ora considerate solo sperimentali.