CHE COSA FARE

Bambini che rubano: come si devono comportare mamme e papà

Di Alice Dutto
bambinocheruba
04 Gennaio 2019
Valutare i dettagli della situazione, decifrare il messaggio che viene mandato dal proprio figlio attraverso questo gesto e aprire un confronto. Ecco tutti i passi per affrontare nel giusto modo la difficile questione
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Cibo, vestiti, oggetti di uso quotidiano, ma anche soldi. È uno degli incubi più grandi di mamme e papà: sorprendere o venire a sapere che il proprio figlio ruba. Che cosa fare in quel momento? Abbiamo chiesto a Paola Vizziello, psicoanalista del Centro Milanese di Psicoanalisi come affrontare al meglio la situazione.

 

Che cosa fare se il proprio bambino ruba


«La regola principale, che vale in ogni caso, è quella di parlare insieme dell'accaduto. Bisogna capire, all'inizio senza colpevolizzare o sanzionare l'atto, qual è il messaggio che il bambino ci sta mandando attraverso quell'azione» sottolinea la terapeuta.


Chi dice che i bambini rubano per carenza d'affetto sbaglia. «Rubare, in realtà, è un segnale che i genitori devono decifrare a seconda del contesto».

 

 

In questo caso, valutare attentamente le circostanze è fondamentale: «Bisogna considerare qual è l'età del bambino, che cosa, quanto, con che frequenza e a chi ruba. È importante anche tenere presente le condizioni economiche del piccolo: se vive in povertà o in un contesto di benessere economico».
 

Che cosa significa rubare


Se i bambini sono molto piccoli, sotto i tre anni: «È possibile che il gesto sia stato compiuto per emulazione, perché a quell'età non hanno ancora la piena consapevolezza di che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato».

Se sono più grandi hanno acquisito questo concetto, l'azione di rubare può essere vissuta con un investimento libidico. «Ciò significa che i piccoli mettono nell'azione un significato personale: rubare un oggetto, a quel punto, può voler dire appropriarsi del suo potere o dell'identità del suo proprietario. Ad esempio, se prendo la matita della mamma a cui lei è tanto affezionata, anche io divento come lei, grande e potente».

 

Bambini che nascondono oggetti

Rubare può quindi voler dire che un bambino vuole essere come la persona a cui sottrae qualcosa, oppure che vuole avere il suo potere, o un potere di scambio garantito dall'oggetto rubato, ma anche che vuole mettere in difficoltà qualcuno.

 

«L'atto del rubare, infatti, è spesso associato a quello del nascondere. Un gesto che è lievemente diverso dal primo, perché non prevede responsabilità. Il bambino, di fatto, non ha rubato ma è riuscito in un intento diverso: mettere in difficoltà l'altro, rattristarlo. In questo caso, chi ruba è un provocatore che compie un atto antisociale, magari perché è arrabbiato». 

 

Che cosa viene rubato


Una variabile importante tra quelle descritte è ciò che viene rubato.

 

- I soldi


Già da quando sono molto piccoli, i bambini tendono ad appropriarsi dei soldi. «Lo fanno perché vedono l'importanza che gli adulti attribuiscono al denaro e anche loro vogliono avere lo stesso potere. Quando sono così piccoli però non sanno nemmeno che cosa farsene e spesso li nascondono». 

Più complicato è il caso di bambini più grandi, che hanno compreso il potere di scambio associato ai soldi: «già dalle elementari può essere utilizzato per accedere a un commercio sotterraneo, che spesso passa inosservato agli occhi degli adulti. Il denaro viene quindi usato in cambio di cose “proibite”: ad esempio, vedere video hard scaricati sul telefonino dal fratello del proprio compagno di classe». 
 

- Il cibo

Spesso i bambini rubano cibo: «Alcuni lo mangiano, magari di notte, e ciò può indicare l'insorgere di un disturbo alimentare; altri invece lo buttano, come provocazione nei confronto dei genitori».
 

- Gli oggetti


«Spesso, nel caso degli oggetti, l'intento è quello di trasformarsi nelle persone che li possiedono. Nel caso dei vestiti è lampante: se prendo il cappello del papà sarò lui, così come se prendo la sciarpa di mia sorella, sarò come lei».

Che cosa devono fare i genitori

La prima cosa da fare è aprire un dialogo per comprendere che cosa è successo: «La discussione deve essere aperta, breve, semplice e adeguata all'età. È poi importante sapere se il bambino ha compreso che cosa ha fatto, se sa che rubare è tra le cose che non si fanno e che non sono accettate, perché creano un disagio a livello sociale».

 

Bisogna poi porre l'accento sulle conseguenze di un'azione di questo tipo: «Chi ruba non viene più invitato alle feste, viene allontanato dagli altri che hanno perso la fiducia in lui».

 

Quando dare una punizione

Se la questione si ripete, allora può arrivare la sanzione: «Di solito, si chiede di chiedere scusa e poi di restituire la refurtiva o di cedere qualcosa che per il bambino è importante e che sia di pari valore rispetto a ciò che ha sottratto. L'importante è che comprenda che deve ripianare la situazione di disagio che lui stesso ha causato».

 

In una seconda fase, si può pensare di togliere cose piacevoli per il bimbo: ad esempio non si va ai giardinetti o non si prende il gelato all'uscita da scuola. Insomma, si eliminano le cose a cui lui tiene. 

 

«L'importante è far seguire sempre una spiegazione alla punizione, senza mai alzare la voce o le mani, facendogli capire che siamo lì per aiutarlo. Bisogna comunicargli che ci stiamo comportando così per il suo bene, perché ciò che ha fatto ha fatto stare male gli altri e lo danneggerà».

 

È giusto parlarne ad altre persone?

«Uno scambio con gli insegnanti è sempre utile, soprattutto per raccogliere il loro punto di vista e le loro osservazioni. Se il rapporto con loro è molto buono, si possono immaginare insieme delle strategie condivise per risolvere il problema».

 

È meglio invece evitare parlarne troppo con gli estranei o i conoscenti, «Perché potrebbe aggravare la situazione: una notizia come questa, infatti, si diffonde in un soffio e il rischio è quello che il bambino rimanga solo».

 

Se la situazione è ripetuta e si aggrava, «Allora è bene che i genitori contatti uno specialista da cui andare prima da soli e poi, se il terapeuta lo ritiene necessario, anche con il bambino».