BUONA/CATTIVA MADRE

Quando la madre si sente cattiva: 5 consigli per vedere le cose da un'altra prospettiva

Di Alice Dutto
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19 Luglio 2016
Pregiudizi e condizionamenti sociali possono portare la madre a sentirsi inadeguata rispetto a un ideale difficilmente raggiungibile. Ecco perché è importante accettare la propria aggressività, fidarsi di se stessi e non perdere il proprio “centro”. Ne abbiamo parlato con la pedagogista Arianna Montagni
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Fin da prima che nasca il nostro bambino ci chiediamo: sarò in grado di essere una buona madre? Quando poi il figlio nasce, il confronto con le altre madri – la nostra in primis – si fa sempre più stringente. Dubbi e paure che colpiscono la maggior parte delle donne e non solo per una questione personale, bensì anche sociale: «Spesso si corre il rischio di sentirsi in colpa perché non si è capaci di “essere” una buona madre, un “essere” che troppo spesso è intriso di canoni sociali di perfezione irragionevoli a danno di un'immagine di madre “negativa” che invece, se accettata e accolta, aiuta la crescita e la dimensione di umanità in famiglia» spiega Arianna Montagni, pedagogista, pedagogista clinico, mediatore famigliare di Riva del Garda.

 

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Ma cosa influisce sull'immagine di madre e come si può cambiare prospettiva? I punti da tenere i considerazione sono diversi: li abbiamo visti insieme all'esperta.


1) Superare la polarizzazione madre buona/cattiva


Oggi l'immagine materna è scissa verso due estremi: da una parte c'è la madre buona, dall'altra quella cattiva. Ma è un'illusione: bisogna invece armonizzare le due figure e accettare che dentro di noi esistono entrambe le forze.

«La cattiva madre, che di solito nelle favole è la strega, la matrigna o la sorellastra maggiore, non è accettata dalla nostra società. È fortemente criticata, proiettata fuori. Insomma, è qualcosa di lontano da noi: viene demonizzata per evitare che ci si possa identificare». La società permette di contemplare la stanchezza di una madre e la fatica dell'accudimento, «ma si tende sempre a minimizzare questo sforzo e il senso di inadeguatezza, il senso di solitudine che vive una madre quando si trova a fare i conti con la propria aggressività e i propri impulsi distruttivi».

 

 

2) Accettare l'aggressività


Il senso comune, però, «preferisce credere e promuovere una cultura rassicurante della mamma buona, uno stereotipo che parla, da una parte, di buona educazione e cura amorevole e, dall'altra, di pericolo esterno. L’aggressività della madre è sempre fuori dalla cellula familiare, si crea una dicotomia tra ciò che dentro, che per stereotipo sembra essere solo buono e sicuro, e quello c'è fuori: i pericoli della strada, dell’ignoto. Ma tutto questo crea false sicurezze e un'educazione espulsiva e svilente che agisce su due lati: il primo crea e promuove famiglie “Mulino Bianco” con la conseguente incapacità di sopportare la frustrazione che arriverà dall’incapacità di raggiungere l’immagine stereotipata; dall’altra si attua una identificazione all’esterno del negativo, del cattivo, dell’aggressività creando un meccanismo proiettivo e di rimozione a danno di una più corretta e reale visione delle energie presenti dentro di noi».

 

Accettare l'aggressività sarebbe invece preferibile, perché «è un'emozione naturale e inevitabile tanto più il rapporto è intenso e continuativo. L'aggressività è connaturata a ogni rapporto poiché è funzionale al miglioramento di sé, alla crescita e al confronto. Solo accettando questa aggressività come naturale possiamo difenderci dall’educazione che insegna a reprimere e rimuovere, negare e punire, creando senso di colpa e paura con il rischio sempre presente di improvvise esplosioni distruttive».

 

Tanta pazienza
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3) Assumere consapevolezza


Ma cosa si può fare per cambiare questa situazione e per stare meglio? «Combattere una cultura educativa che cerca di minimizzare, o peggio, di costruire un tabù della cattiva madre, avvalendosi anche di professionisti, per elaborare le emozioni e i conflitti che si vivono dentro ogni relazione umana, quindi anche dentro la famiglia».

 

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4) Rimanere se stessi


In questo percorso è importante ricordarsi di non perdere il nostro “centro”: «Oggi è forte in molte mamme il desiderio di sentirsi parte di un gruppo che condivide un momento importante, quale è appunto la crescita di ogni membro della famiglia. Ma questo può generare il rischio di essere assoggettate a tendenze sociali, pressioni e aspettative che creano e alimentano la separazione idealizzata tra madre buona e cattiva. Diventa importante proteggere e curare gli argini dell’educazione senza decidere come e dove si dirigerà il fiume dello sviluppo familiare. Curare gli argini significa decidere quali sono le virtù che si vogliono cercare di raggiungere nell’educazione famigliare – come il rispetto, la gentilezza, l'attesa, l'onestà e la costanza – accanto al silenzio interiore, che serve per fare spazio al nostro naturale atto educativo libero da aspettative sociali o personali».

 


5) Avere fiducia


È poi bene ricordare che i fatti sono più importanti delle parole: «Essere madri significa armonizzare ogni impulso vitale che risiede noi e avere fiducia, superando il proprio pessimismo. Avere una considerazione positiva di noi stessi e un adeguato senso di efficacia del nostro sé permette di superare ogni difficoltà più facilmente, permettendoci di affrontare in modo efficace quanto la vita famigliare ci porta».