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IL LUTTO PIÙ GRANDE

Come superare la morte di un figlio

Di Alice Dutto
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14 Settembre 2018 | Aggiornato il 15 Ottobre 2018
È uno dei dolori più grandi che si possano provare nella vita. Il modo di elaborare il lutto è molto soggettivo e dipende da vari fattori. Ci sono però dei punti fermi che possono aiutare a gestire questo momento. Ce ne parlano la psicologa e scrittrice, Silvia Vegetti Finzi, e Cristina Riva Crugnola, professore associato del dipartimento di Psicologia dell'Università di Milano-Bicocca

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Aveva 68 anni la donna di Pagani, in provincia di Salerno, che dopo aver trovato la figlia morta per overdose si è tolta la vita gettandosi dal terzo piano.

«La morte di un figlio è il dolore più grande per un genitore» commenta la nota psicologa e scrittrice, Silvia Vegetti Finzi.

Ovviamente, le circostanze in cui avviene la perdita - ad esempio se arriva dopo una lunga malattia o è improvvisa - e le caratteristiche individuali di madre e padre incidono profondamente sulle capacità di recupero dopo un lutto così grave, ma ci sono comunque delle linee generali che è bene tenere presenti.

 


1. La durata del dolore
Non è possibile generalizzare, ma si può dire che «dopo un momento di lutto intenso e inevitabile, nell'arco di uno o due anni, bisognerebbe arrivare a stare meglio» sottolinea Cristina Riva Crugnola, professore associato del dipartimento di Psicologia dell'Università di Milano-Bicocca.

«Altrimenti, è possibile che il lutto diventi patologico e allora la situazione potrebbe precipitare. Soprattutto in questi casi, è necessario rivolgersi a un professionista per una consultazione».
 


2. Le differenze tra uomo e donna
Il modo in cui il dolore viene elaborato è sempre diverso: molto dipende dalle caratteristiche personali di madre e padre, ma generalmente «le donne sopportano meglio questo tipo di dolore - aggiunge Vegetti Finzi -. Forse perché chi ha dato la vita riesce meglio ad accettare la morte. In questi casi è molto importante rassicurare gli uomini, anche se ci appaiono meno sofferenti: il loro dolore è spesso più sordo e profondo e loro hanno meno risorse per affrontarlo».

3. Che cosa rappresenta il figlio
«Hanno più risorse per affrontare la situazione i genitori che hanno un investimento oggettuale nei confronti del bambino. Ciò significa che rispettano l’individualità del figlio, comprendendo che è una persona autonoma e diversa da loro - spiega Cristina Riva Crugnola -. Differente è il caso dei genitori che hanno un investimento narcisistico sul bambino: il figlio rappresenta una proiezione delle loro aspettative e ideali. In questo secondo caso, elaborare il lutto è più difficile, perché è come se perdessero una parte di loro stessi e il dolore è ancora più grande».

4. Le risorse a disposizione
Un altro fattore è la situazione dei genitori: «se hanno mantenuto i loro interessi e la loro rete sociale o hanno puntato tutti gli aspetti della loro realizzazione sui figli. Nella prima situazione, fronteggiare la situazione è più semplice».

5. La presenza di fratelli
Un altro elemento che può incidere è la presenza di altri figli: «bisogna fare attenzione a non riversare su di loro tutto il nostro dolore e di non caricarli di ansie o richieste eccessive. Tuttavia, la loro presenza può rendere più semplice affrontare la perdita di un figlio, perché ci sarà una forte motivazione per riprendersi e dar loro una nuova serenità».

6. La relazione di coppia
Un lutto di questo tipo può minacciare seriamente la coppia genitoriale, «ma se il rapporto funziona può essere anche un grande strumento d’aiuto per superare il momento».

7. L’età del bambino
Tendenzialmente, la sofferenza è maggiore quando si perde un bambino piccolo. «In questo caso, il dolore è quasi fisico: è il nostro stesso corpo che si lacera» commenta la scrittrice.

«Se i bambini sono piccoli, infatti, è facile che i genitori abbiano un investimento narcisistico su di loro - aggiunge la professoressa Crugnola -. Anche perché la loro individualità non si è ancora pienamente formata».

8. L’età dei genitori
Anche il momento della vita in cui avviene questo grande lutto influenza le capacità di ripresa. «Più i genitori sono in là con l’età e più sarà difficile affrontarlo e superarlo, perché avranno meno risorse e speranza nel futuro» afferma la docente dell’Università di Milano-Bicocca.
 


COSA SI PUÒ FARE
Per sopravvivere alla morte di un figlio è necessario darsi il tempo di vivere ed elaborare il dolore. Ci sono poi alcune risorse che si possono attivare per affrontare la situazione e trovare sollievo.

1. Dilatare l’amore
«Una soluzione vitale per i genitori può essere quella di dilatare l’amore per il figlio che non c’è più ed estenderlo ad altri bambini, aprendo così a una genitorialità allargata e condivisa. In questo senso, può essere utile fondare o partecipare come volontari ad associazioni, iniziative e progetti solidali nei confronti di altri bambini. In questo senso, l’amore per il proprio figlio diviene un amore universale» riflette la psicologa Silvia Vegetti Finzi.

2. Fare squadra
Condividere il lutto è sicuramente più semplice rispetto ad affrontarlo da soli: «la ferita si rimargina più rapidamente se la famiglia e la coppia genitoriale sono solidali».


3. Farsi aiutare
Un dolore così grande ha bisogno di essere partecipato. «Oltre a parlare con amici e parenti, per sapere come fronteggiare la situazione e fare appello alle proprie capacità di resilienza può essere utile richiedere una consultazione rivolgendosi a un esperto» afferma la professoressa Cristina Riva Crugnola.

 

 

COSA NON FARE

1. Fare finta di niente
Un dolore di questo tipo non può essere negato. «È invece molto importante dargli forme simboliche di riparazione, come recarsi al cimitero e portare dei fiori al defunto. Si deve sostare nel dolore per poterlo superare» spiega Vegetti Finzi.

2. Lasciarsi andare alla disperazione
«È giusto che ci siano tutte le fasi dell'elaborazione del lutto. Nessuno mai riesce a razionalizzare del tutto questo evento, ma il compito è evitare la disperazione, soprattutto se ci sono altri figli. La disperazione, infatti, ci fa entrare in un vortice da cui è difficile uscire e rende indisponibili le risorse capaci di farci riprendere» aggiunge la docente dell’Università di Milano-Bicocca.

3. Fare un altro figlio
Una tentazione in cui cadono molti è quella di “rimpiazzare” il figlio che non c’è più con una nuova vita. «Sarebbe invece meglio aspettare, anche per evitare di traumatizzare il nuovo nato affidandogli il compito gravoso di colmare l’ombra del fratello deceduto» conclude Vegetti Finzi.