Educazione

Come insegnare ai bambini a difendersi

Di Giorgia Fanari
buonipropositi17
18 Agosto 2017
Come devono comportarsi i genitori se i propri figli sono oggetto di insulti? Come possono insegnare loro a difendersi? Ne parliamo con la psicologa dell’infanzia Serena Costa
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Cosa fare quando il proprio figlio è oggetto di insulti e offese da parte dei coetanei? «Intervenire direttamente non è l’atteggiamento consigliato», spiega la psicologa dell’infanzia Serena Costa. «Parlate con il bambino, aiutatelo a tirar fuori le emozioni e ad escogitare delle risposte mature per rispondere ai prossimi attacchi». Ecco quindi come insegnare ai bambini a difendersi nel modo migliore. 

 

Come reagire alle offese

«È bene distinguere i modi di reagire alle offese:

  1. alcuni adottano un atteggiamento aggressivo, restituendo l’offesa o il dispetto e ferendo chi per primo ha offeso;
  2. altri rispondono con un atteggiamento passivo, subendo e incassando l’offesa senza fare niente e soprattutto con il rischio di credere a ciò che l’altro dice di negativo;
  3. altri ancora reagiscono con un atteggiamento assertivo, che rappresenta la via di mezzo e che consiste nel riuscire a rispondere a chi offende, facendo capire che si è consapevoli di un diritto leso poiché non si è stati rispettati, ma allo stesso tempo non aggredendo l’altro».

Compito dei genitori è quello di «indirizzare i ragazzi ad avere un atteggiamento assertivo, che senza dubbio è il più maturo».

 

Capire i motivi delle offese


«I genitori devono aiutare il bambino a riflettere sulle dinamiche che si celano dietro a un’offesa: potrebbe esserci una provocazione oppure una reazione di rabbia per qualcosa che è successo tra i bambini».

Spiegate loro che non vale la pena reagire d’impulso: «E' meglio trovare un altro modo di interagire, ad esempio esplicitando le proprie emozioni oppure chiedendo all'altro il motivo dell’offesa o dell’insulto, che potrebbe derivare da qualcosa di negativo che si è fatto e di cui non si è consapevoli».

 

Prevenire e gestire le emozioni


«L’ideale è un lavoro di prevenzione su questi argomenti che riguardano la relazione e la gestione delle emozioni: i genitori non devono avere timore di affrontare il discorso con i bambini. È importante chiedere loro che reazioni hanno avuto davanti a offese fisiche o verbali, capire come hanno reagito ed eventualmente farli riflettere sulle conseguenze delle loro scelte. Ad esempio, cosa è successo quando hanno reagito a loro volta in maniera violenta? Probabilmente, in un contesto scolastico saranno stati puniti dall'insegnante insieme a chi ha iniziato a offendere, o magari saranno stati considerati loro stessi dalla parte del torto».

 

Se il vostro bambino offende


Cosa fare se invece è il proprio figlio ad essere “violento” e insulta i propri compagni? «Bisogna capire se si tratta di un atteggiamento sporadico, causato da una situazione particolare, o se è una cosa che accade ripetutamente. Se ci si accorge che è l’unica modalità che ha il bambino di relazionarsi con i coetanei è necessario intervenire per fermarlo».  

La prima analisi da fare è al livello famigliare, interrogandosi sulle proprie modalità di relazione soprattutto quando si è arrabbiati. «È poi necessario aiutarlo a trovare le modalità migliori per interagire con gli altri. Se ha ferito o offeso gravemente un compagno è giusto chiedergli di trovare il modo per riparare, ad esempio chiedendo scusa, ma anche stabilire una conseguenza se il fatto dovesse ripetersi.  A livello scolastico, se la situazione si ripete, è opportuno coinvolgere lo psicologo scolastico per lavorare sul gruppo e sulle relazioni».  

 

I genitori non devono intervenire direttamente


«In generale nei conflitti tra bambini è meglio non intervenire direttamente: il bambino potrebbe, infatti, pensare di non essere in grado di gestire la situazione e questo potrebbe far nascere in lui sentimenti di inadeguatezza. Inoltre, quando si viene difesi dagli adulti si rischia di finire in una posizione di svantaggio e di essere vittime di ulteriori angherie da parte dei compagni proprio perché ritenuti incapaci di difendersi da soli. Inoltre, il bambino non trova e non impara le strategie utili per gestire autonomamente le ingiustizie che gli vengono fatte».

Questo non significa ovviamente far finta di niente: «Se il genitore è stato spettatore di un diverbio o o nota segni fisici come graffi, deve riprendere l’accaduto e parlarne con il bambino: in questo modo gli farà capire la gravità della situazione e gli saprà dare gli strumenti per gestire in futuro un episodio simile».

 

 

Reagire al bullismo


Purtroppo le offese possono a volte far parte di fenomeni di prepotenza legati al bullismo: «Generalmente le azioni compiute dai bulli si ripetono nel tempo e sono finalizzate a far soffrire la persona che ne è oggetto».

Non si tratta di violenze solo fisiche ma anche verbali o psicologiche che si manifestano ad esempio nell'esclusione da un gruppo. «Sicuramente in questi casi è ancora più difficile chiedere aiuto, ma a maggior ragione è importante far capire ai bambini che non bisogna rimanere in silenzio, altrimenti si rischia di fare il gioco dei bulli, e soprattutto che non è necessario reagire con la violenza: i bambini devono essere aiutati a promuovere i propri diritti senza abbassarsi al livello dei bulli».

Anche in questi casi, sarebbe preferibile che il genitore evitasse di intervenire direttamente. «Meglio essere presente ma con una distanza discreta, monitorando la situazione, informandosi, capendo come sta il bambino, aiutandolo a sfogarsi e a capire come superare il contrasto con i suoi coetanei con un atteggiamento maturo. Se invece è il bambino a richiedere esplicitamente l'aiuto del genitore, l'intervento non deve però essere quello di difendere il figlio, ma quello di fare da mediatore, chiedendo ai bambini di spiegarsi le loro ragioni».