GRAVIDANZA

Morte in utero: come affrontare il lutto perinatale

Di Alice Dutto
morteinutero
19 Novembre 2018 | Aggiornato il 28 Dicembre 2018
Informarsi, darsi tempo, parlarne e farsi sostenere dalla propria rete sociale e da professionisti. Ecco che cosa si può fare per elaborare il lutto ed evitare di sentirsi soli e sbagliati
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Ogni giorno quasi quattro bambini arrivati al terzo trimestre di gravidanza muoiono prima di nascere. «Secondo le ultime stime, è un fenomeno che colpisce 1.400 bambini all'anno in Italia: lo 0,29% delle nascite totali nel nostro Paese (473.438 nel 2016). Un dato stabile negli ultimi dieci anni, che è in linea con la media europea» spiega la dottoressa Claudia Ravaldi, psichiatra e psicoterapeuta, fondatrice e presidentessa dell'associazione CiaoLapo Onlus, nata per la tutela della gravidanza, della salute perinatale e per il supporto nel caso di una morte in utero.

 

Di queste morti, la metà (700) avviene senza una causa nota: il nascituro e la gestante appaiono in salute, senza fattori di rischio predittivi, e sono inseriti in un normale percorso nascita previsto dal Sistema Sanitario Nazionale.
 

 

Che cosa si intende con “morte perinatale


L'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce una “morte perinatale” quella che avviene tra la ventottesima settimana di gravidanza e i sette giorni dopo il parto.
La “morte prenatale” riguarda invece quelle avvenute durante la gestazione.

«Una differenza formale che non ha implicazioni psicologiche: il lutto perinatale, infatti, è vissuto con specifici e definiti segni e sintomi, indipendente dall'età gestazionale e dalle cause che hanno portato al decesso» si legge in un articolo scritto dalle esperte Claudia Ravaldi e Carmen Rizzelli.

 

 

COME AFFRONTARE IL LUTTO PERINATALE

 

 

 

1. PRIMA E DURANTE LA GRAVIDANZA


«Tutte le donne in età fertile dovrebbero essere correttamente informate e sapere, anche prima di rimanere incinte, che purtroppo, nonostante l'adozione di comportamenti sani, c'è sempre una piccola quota di rischio che si verifichino eventi negativi, che non si possono prevedere. Sarebbe necessario aiutare le giovani donne e i ragazzi a partire dall'educazione nelle scuole superiori, sia per parlare di prevenzione, ma anche di accettazione di queste eventualità» spiega Ravaldi.

«Quando capita un evento di questo tipo, infatti – continua l'esperta – aver ricevuto informazioni adeguate prima o durante la gravidanza aiuta ad affrontare con più strumenti la situazione e a sentirsi meno sbagliati, soli, incapaci, impreparati e abbandonati da tutti. È una risorsa che aiuta a cercare informazioni e aiuto. Non si soffre di meno, ma è uno strumento importante nel processo di ripresa».

 

 

 

2. QUANDO AVVIENE IL LUTTO

 


«La morte del figlio atteso a fine gravidanza è un evento che sopraggiunge in un momento in cui spesso le coppie sono meno concentrate sulle ansie rispetto a patologie o malformazioni o in generale sulla salute del figlio – spiega Carmen Rizzelli, psicologa, psicoterapeuta, specializzata in Psicologia del lutto perinatale, del Melograno-Centro Informazione Maternità e Nascita, Roma –. È la fase in cui ci si prepara all'incontro, in cui si attende il parto e la nascita. In cui i genitori sentono che sta per arrivare la vita insieme al figlio e la realizzazione di quello che hanno immaginato e desiderato»

 

 


Per questo si tratta di un lutto dolorosissimo, «un evento scioccante che provoca un enorme stress e dolore che, purtroppo, non si può alleviare, ma deve essere elaborato. L'unico modo per superarlo è darsi tempo, parlarne e sentirsi liberi di esprimere e sentire il proprio dolore» aggiunge la fondatrice di Ciao Lapo Onlus.
 

- Esprimete le vostre emozioni

 

Quando si riceve la diagnosi è molto importante non avere ritrosie, ma sentirsi liberi di esprimere tutte le emozioni, fare domande e richieste, senza sentirsi sbagliati o avere paura di esagerare. È normale, infatti, avere fame di sicurezza e rassicurazioni.
 

 

- Informatevi a fate le scelte migliori per voi


Spesso le persone fanno fatica a confrontarsi con il dolore, vorrebbero che sparisse nel più breve tempo possibile. Invece, in questo momento è importante prendere del tempo per riflettere e capire davvero che cosa si desideri fare. «Questo perché nel momento in cui si subisce un'esperienza traumatica così improvvisa, inaspettata, che ci fa sentire impotenti, ci spoglia della capacità che pensiamo di avere nel controllare gli eventi, reagire o modificare le situazioni. Ecco perché è importante, fin da subito, cercare di riprendere la capacità di autodeterminazione: in questo modo le persone ritrovano alcune delle loro risorse e si sentono più in grado di scegliere per se stesse» sostiene Carmen Rizzelli.

«Pochi sanno che, una volta ricevuta la diagnosi, momento che generalmente avviene in pronto soccorso, non è necessario farsi subito ricoverare: se le condizioni mediche lo permettono e non ci sono patologie in corso, si possono aspettare anche due giorni» sottolinea Claudia Ravaldi.
Un tempo utile per riflettere sulla propria situazione, acquisire informazioni sulle opzioni a disposizione e operare una scelta consapevole.

In caso di morte in utero, in assenza di un'urgenza particolare, nel nostro Paese si procede con l'induzione del parto. Il parto cesareo non è previsto normalmente in questi casi dal Sistema Sanitario Nazionale.

«Tuttavia, la coppia genitoriale può fare delle scelte per quanto riguarda i tempi e le modalità del parto: in alcuni casi, può scegliere di andare in una clinica privata per un cesareo, optare per l'induzione o l'attesa di un parto spontaneo. Può farsi assistere da un'ostetrica specializzata o partorire in una casa maternità. Dopo il parto, può domandare di rimanere in degenza più di 24 ore e, qualche volta, decidere anche in quale reparto essere ricoverata. In più, può chiedere o meno di vedere suo figlio. Il consiglio è sempre quello di fare scelte consapevoli, conoscendo i propri diritti, sulla base delle proprie condizioni e convinzioni».

 

 

Gli studi per prevenire le morti in utero


Anche in Italia sono partiti studi regionali, coordinati dall'Istituto Superiore di Sanità, per lavorare su queste perdite “inspiegabili” e “improvvise”. Il tutto con l'obiettivo di abbassare del 20% il numero di morti in utero non correlate a complicazioni di salute.

«In tutto il mondo le associazioni come CiaoLapo stanno lavorando insieme al progetto International StillBirth Alliace per il miglioramento degli strumenti utili a ridurre il rischio di morte in utero» dice Claudia Ravaldi, fondatrice e presidentessa dell'associazioneGli strumenti individuati sono due:

1. Addormentarsi sul fianco
«Dalla ventottesima settimana di gestazione si è visto che le mamme che si addormentano sul fianco e non supine, riducono il rischio di morte in utero perché questa posizione permette una migliore ossigenazione del feto».

2. Imparare la abitudini del bambino nella pancia
«Non è vero che nel terzo trimestre di gravidanza i bambini si muovono di meno perché hanno meno spazio. I feti mantengono le stesse abitudini e attività di sempre, cambia solo il modo in cui noi li sentiamo. Quindi è importantissimo che le madri conoscano le abitudini dei loro figli e le monitorino. L'anno scorso grazie a un progetto di educazione delle donne sulle abitudini dei loro bambini, in Scozia sono riusciti a dimezzare il numero dei bambini nati morti».

 

 

3. QUANDO SI TORNA A CASA

 


A fine gravidanza la morte del figlio è particolarmente inaspettata e improvvisa, crudele e vissuta come profondamente ingiusta e insensata. «La morte arriva nel momento in cui, nella maggior parte dei casi, entrambi i genitori hanno costruito una relazione di attaccamento, cioè una relazione affettiva con quello specifico figlio, unico e insostituibile per loro. Con il figlio che hanno sentito muoversi, che hanno visto nelle ecografie e di cui hanno fantasticato insieme» spiega Carmen Rizzelli, terapeuta del Melograno-Centro Informazione Maternità e Nascita

Per questo quando la gravidanza si arresta, la perdita del figlio comporta un vissuto fisiologico di lutto e di dolore per la sua morte. «La coppia vive uno shock e un trauma molto forte, l’interruzione del progetto di vita e una spaccatura nella propria identità di genitori. Non sanno più veramente chi sono. La propria vita perde di senso e niente sembra avere più importanza. Per i genitori rimasti con le braccia vuote è difficile credere a quello che è accaduto, poterlo accettare e c’è una spinta a voler tornare indietro a quando si era incinte e il figlio era vivo».

 

 

 


Uno dei momenti più difficili da dover affrontare è sicuramente il rientro a casa: «Si torna in un luogo che era pronto ad accogliere una nuova vita e che invece rimane vuoto, colmo solo del nostro dolore».

 

- Esprimete le vostre emozioni


«Per vivere e attraversare questo lutto è importante per prima cosa riconoscerlo. Non negare tutti i vissuti che si provano, dalla disperazione alla rabbia, dalla vergogna alla colpa, all'invidia. E poterli attraversare senza giudicarsi. Autoleggittimandosi e potendoli esprimere nei modi e nei tempi che ciascuno sceglie e può».

 

 

- Condividete il dolore


«È importante in questa fase la vicinanza degli altri – continua la terapeuta –. Degli amici e dei familiari per esempio che possano stare accanto anche semplicemente per ascoltare e per condividere il dolore senza giudizio. È importante per i genitori sapere che anche altre persone riconoscono la vita di quel figlio oltre la sua morte. Che anche per gli altri la sua presenza è stata importante, che ne sentono la mancanza e che provano dolore per la sua assenza. Questa condivisione aiuta ad attraversare il dolore e il lutto e a prendersi cura dei ricordi, dei pensieri e delle emozioni collegate alla relazione con il proprio bimbo. Poter parlare apertamente del proprio bambino, mostrare le sue foto, chiamarlo per nome e condividere ciò che si prova aiuta i genitori a non sentirsi strani o matti. E li aiuta a costruire un rapporto interno affettuoso con il bimbo che non c’è più».

 

 

 

 

- Raccontate l'evento traumatico


«È importantissimo – prosegue la psicologa – che mamma e papà raccontino l'evento traumatico dal loro punto di vista anche nei minimi particolari. È un passaggio fondamentale, perché permette di prendere davvero coscienza con quanto è successo e colmare quel vuoto temporale che si crea nel momento in cui viene diagnosticata una morte in utero. Generalmente, quando si riceve una notizia di questo genere, il tempo si ferma ed è come se si formasse un buco, tra il prima e il dopo. La narrazione permette di costruire un ponte tra il passato e il presente ed entrare a contatto con il proprio vissuto emotivo. È il primo passo per iniziare a curare la ferita che si è creata, perché l'unico modo per elaborare il lutto è quello di accogliersi e accogliere tutti i vissuti emotivi che la perdita suscita, senza giudizi».

 

 

 

 

 

- Datevi tempo


Una volta tornati a casa, molti genitori riprendono la loro vita a capofitto, riempiendosi di impegni e attività da fare. Gli stessi amici e parenti, nelle migliori intenzioni, cercano di sollecitare le persone ad andare avanti, non parlarne, riprendersi: ma questo aggrava il trauma e il senso di solitudine. Dopo i primi 3-4 mesi i genitori non ce la fanno più, si fermano e devono ricominciare da capo nel percorso di elaborazione del lutto. Il consiglio migliore quindi è quello di prendersi il tempo necessario per metabolizzare quanto accaduto e rallentare il ritmo, senza paura di dover riconoscere i propri limiti.

«Per superare un evento traumatico di questo tipo ci vogliono diversi mesi. In linea generale, sette genitori su dieci cominciano a riassestarsi dopo un anno, un anno e mezzo» evidenzia Ravaldi.

Un elemento importante per evitare che questo dramma diventi insuperabile è quello di cercare di affrontarlo in coppia, rispettando le differenze l'uno dell'altra. «Madri e padri, infatti, reagiscono diversamente alla perdita, ma l'importante è stare insieme, chiarendo bene le proprie volontà senza sentirsi frustrati dalle possibili diversità che potrebbero generare ulteriori conflitti difficili da vivere in un momento così faticoso».

 

 

 

 

- Pianificate il rientro al lavoro


Dalla ventottesima settimana di gestazione, le donne possono usufruire del congedo di maternità, mentre per i papà la procedura non è ancora chiara. «Un periodo di assenza dal lavoro può essere utile per una donna che ha subito un trauma di questo tipo, ma ritrovarsi da sola a casa, senza il proprio partner o una forma di sostegno familiare, può essere invece molto problematico. Anche in questo caso è fondamentale capire quale sia la soluzione migliore a livello personale per la situazione che si sta vivendo».

 

 

- Iniziate un percorso terapeutico


Per affrontare e superare un evento del genere è importante farsi sostenere. «Un'assistenza che in alcuni ospedali è prevista fin da subito, ma che comunque può proseguire anche nei consultori di zona o attraverso gruppi di mutuo aiuto di genitori che hanno vissuto la stessa situazione. Un percorso di coppia più strutturato e duraturo nel tempo, con un terapeuta specializzato, è sicuramente consigliato. Farsi aiutare è un modo che permette di confrontarsi con il dolore e superarlo» riprende Carmen Rizzelli.

Tutto questo comprendendo che elaborare il lutto non significa perdere nuovamente il proprio figlio: «non vuol dire dimenticarsene. Anzi, si supera un evento traumatico come questo solo quando si stabilisce una nuova relazione – interiore – con il figlio perso. Si crea cioè un rapporto simbolico con il bambino che non c'è più attraverso i ricordi che si hanno di lui, quindi della gravidanza, e delle emozioni che si sono vissute in quel periodo. Una volta che questa relazione simbolica è stata ricostruita (ci possono volere da 6 mesi ai 2 anni), si cominciano a recuperare le energie e si può ricominciare a investire nel mondo con le proprie risorse e capacità interne avendo comunque sempre nel cuore quel figlio che è venuto a mancare».

 

 

 

 

Rimanere di nuovo incinta? Non subito



Un'altra cosa che avviene spesso, ma che sarebbe meglio evitare, è quella di riprovare subito ad avere un altro figlio. «Una nuova gravidanza non è infatti un antidoto al lutto. Tra l'altro, le ricadute potenziali di questa scelta possono essere anche molto gravi, per la coppia ma anche per il nuovo bambino – precisa Carmen Rizzelli, psicologa, psicoterapeuta, specializzata in Psicologia del lutto perinatale, del Melograno-Centro Informazione Maternità e Nascita, Roma –. Considerato che il periodo di elaborazione del lutto dura circa uno, due anni, chiediamo ai genitori di aspettare almeno 4-6 mesi prima di riprovare ad avere una nuova gravidanza».

«L'idea che il lutto si curi con un altro figlio è errata, perché non si recupera il bambino perso e ci si pone nella condizione di rivivere subito un'esperienza che è stata traumatica, quella della gravidanza, mettendo a dura prova la propria capacità di sostenere emozioni, ansia e stress. Corpo e psiche hanno infatti bisogno di un tempo per poter cominciare ad attraversare ed elaborare questo evento: si è contattata la morte invece della vita e la vita deve ritornare fertile».

«Prima di ricominciare a provare ad avere un altro figlio è dunque importante che la rappresentazione interna del bambino perso sia avvenuta. In questo modo, il nuovo bambino potrà avere uno spazio tutto suo, senza sovrapporsi all'immagine del fratello. Un bene per i genitori, ma soprattutto per il nuovo figlio».