OMICIDI IN FAMIGLIA

Perché i figli uccidono i genitori

Di Alice Dutto
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13 Gennaio 2017
Parricidio, matricidio e parenticidio: sono diversi i casi di cronaca in cui i figli si sono macchiati di questi terribili delitti. Ma quali sono le cause di questo comportamento? Lo abbiamo chiesto a Lino Rossi, specialista in criminologia clinica e docente di psicologia dello Sviluppo all'Istituto Universitario Salesiano di Venezia
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L'ultimo in ordine di tempo è il delitto di Ferrara. Le vittime, Salvatore Vincelli e Nunzia di Gianni, sono state uccise dal loro figlio 16enne, che ha confessato il delitto, aiutato da un amico. Il movente sarebbe da ricondurre a forti contrasti tra il ragazzo e i genitori.

Ma sono molti i casi di parenticidio: alla mente tornano molte storie di figli che uccidono i genitori, come quella di Pietro Maso, nel 1991, che uccise i genitori Antonio e Rosa, nella loro abitazione di Montecchia di Crosara, in provincia di Verona, o quello di Erika e Omar, nel 2001, che ha visto i ragazzi uccidere la madre di lei e il fratello di 11 anni.

I DATI

Secondo gli ultimi dati disponibili, gli omicidi in famiglia sono i più frequenti, soprattutto al Nord. Il rapporto Eures-Ansa sull'omicidio volontario evidenzia che nel decennio 2003-2012 si sono contati poco meno di 2mila omicidi volontari all'interno della sfera familiare o affettiva, con una media annua di 184 vittime, pari a 1 morto ogni 2 giorni.

Sempre secondo l'Ansa, sarebbero più contenuti i casi di “parenticidio”, cioè di omicidio di entrambi i genitori, che rappresenta circa il 4% degli omicidi degli ultimi 20 anni (tenendo presente che il dato potrebbe comprendere anche alcuni casi nei quali a essere ucciso è stato solo la mamma o il papà).

In 5 casi su 6 a commettere questo tipo di omicidi sono gli uomini, perlopiù tra i 22 e i 35 anni.
 


LE CAUSE


Ma perché i figli uccidono i genitori? «Non esiste una sola causa di fronte a situazioni così particolari – ha spiegato Lino Rossi, specialista in criminologia clinica e docente di psicologia dello Sviluppo all'Istituto Universitario Salesiano di Venezia –. La prima cosa da non escludere è la presenza di problematiche psicopatologiche gravi, come le patologie psichiatriche che spesso si manifestano con l'aggressività».

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Un secondo fattore da prendere in considerazione è l'interazione con sostanze stupefacenti «che spesso ha una duplice radice: una si esprime nella dipendenza patologica e l'altra nell'agito criminale».

Infine, ci sono tutte le problematiche che riguardano la storia della relazione affettiva all'interno della famiglia. «Un elemento che ha particolare valore soprattutto oggi, in cui c'è la tendenza a creare rapporti più freddi con i figli rispetto al passato».

Se i figli vengono considerati e si sentono come realtà marginali per i loro genitori, può verificarsi un allontanamento, che si scatena con manifestazioni di aggressività. Una mancanza di attenzione può essere dunque combattuta dai figli con un atteggiamento ostile nei confronti della madre e del padre.

Spesso, in queste condizioni di vuoto relazionale i ragazzi finiscono per isolarsi ricercando attenzione in altri modi, ad esempio attraverso l'utilizzo diffuso di social network o strumenti digitali, «che però suppliscono solo in parte a questo vuoto».

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I SEGNALI A CUI PRESTARE ATTENZIONE


«Non è vero che chi soffre non invia segnali di disagio. Per poterli interpretare, però, bisogna essere vicini a queste persone – sottolinea l'esperto –. E spesso nei casi più gravi i genitori non ne sono stati capaci».

Essere vicini significa riconoscere i turbamenti e i cambiamenti di personalità del proprio figlio: e per questo «occorre avere una grande sensibilità e capacità di lettura. Soprattutto, bisogna essere disponibili ad ascoltare, senza spaventarsi, il dolore dei propri figli, superando la sofferenza causata dal loro disagio. Solo in questa condizione si percepiscono i segnali».

In particolare, bisogna fare attenzione a:

  • cambiamenti umorali

  • cambiamenti delle consuetudini

  • momenti di distacco (ad esempio, quando i figli stanno molto tempo fuori casa, può voler dire che in casa non stanno bene ed esprimono così la loro sofferenza)

  • atteggiamenti di isolamento (come quando smettono di parlare)

Questi segnali devono essere interpretati come messaggi di un disagio percepito dai nostri figli.

«Sono tutti elementi che possono preparare a una fase di depressione. Ma prima di accettare la depressione, che è uno stato che ci avvicina molto alla morte, è possibile che si combatta questa sofferenza, generalmente diventando aggressivi. Dunque, si butta fuori la morte che si ha dentro di sé riversandola sugli altri. È questo il momento in cui possono scaturire comportamenti violenti o aggressivi fino anche agli omicidi».

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Ma perché si passi dalla fantasia alla realtà «la persona deve alienarsi da sé, portare la propria azione al di fuori del senso di responsabilità, considerarla come 'un'azione virtuale'» ha spiegato all'Ansa Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di psichiatria.

DI CHI È LA RESPONSABILITÀ?


Secondo Francesco Bruno, criminologo intervistato dall'Agi, la responsabilità sarebbe in ogni caso dei genitori assenti: «I parenticidi, seppur orribili, si possono capire. Nessuno nasce omicida, ma se un giovane arriva a compiere un delitto è chiaro che la responsabilità sia dei genitori». Troppo spesso, infatti, i genitori sono distratti: «Ai genitori non frega niente dei figli. È fallita la famiglia, la scuola e la società: i ragazzi sono le vittime» ha aggiunto. E il risultato di tutto questo disinteresse sarebbe dunque il fatto che i ragazzi arrivino «a compiere delitti di questo genere come se usassero i videogiochi».

Condivide questo punto anche lo psichiatra Paolo Crepet, intervistato dall'Agi. «Intorno ai giovani c'è solo il deserto, viviamo in una società dove i ragazzi sono abbandonati a se stessi, ai loro pc e alle loro paghette». In questo contesto, continua lo psichiatra «sono fin troppo pochi gli episodi di parenticidi, ne meritiamo di più. Per le poche cose che offriamo, questi ragazzi sono fin troppo buoni». Gli episodi di violenza sarebbero dunque generati dalla mancanza di stimoli: «Un ragazzo lasciato solo, in una società che non ha nulla da offrire, dove le scuole sono un far west, non può che maturare sentimenti di odio e violenza».

Genitori, scuola, ma anche amicizie: è la società in generale a essere responsabile di questi fatti.

«Di sicuro tutto nasce in ambito familiare - riprende Lino Rossi - ma c'è da sottolineare come alcuni comportamenti siano ormai il riflesso del tipo di società in cui viviamo e del fatto che la sensibilità nei confronti del disagio sociale dei gruppi amicali e scolastici si sia ridotta. Siamo testimoni di una forte richiesta di libertà, ma senza che questo corrisponda ad atteggiamenti di assunzione di responsabilità. È anche possibile che un amico si accorga che c'è qualcosa che non va, ma ascoltare ciò che l'altro gli comunica vorrebbe dire prendersi la responsabilità di quel disagio. E nella maggior parte dei casi, ciò non avviene: si preferisce fuggire o far finta di non aver capito».

PERCHÈ UCCIDONO DI PIÙ GLI UOMINI DELLE DONNE?


Nella maggior parte dei casi, sono gli uomini giovani a uccidere i loro familiari. «Questo perché le femmine sono più capaci di tenere il dolore mentale dentro di sé: sanno soffrire perché sanno curare, si ammalano piuttosto che diventare aggressive. Gli uomini, invece, fanno più fatica e pertanto preferiscono spostare la sofferenza all'esterno. Quando sentono un dolore, invece di pensare di curarsi, spostano la sofferenza all'esterno e tentano di vendicarsi nei confronti di quelli che pensano essere le cause della loro sofferenza».

CHE COSA SI PUÒ FARE?


Ascoltare il disagio e parlare con i propri figli, mantenendo un filo diretto con loro e con i loro vissuti, per correggere eventuali comportamenti che fanno loro soffrire. Allo stesso tempo, non è il caso di allarmarsi per fatti che sono comunque ridotti nei numeri e che rappresentano l'eccezionalità piuttosto che la normalità.