DELITTI IN FAMIGLIA

Perché i padri uccidono i figli

Di Alice Dutto
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23 Maggio 2019 | Aggiornato il 15 Luglio 2019
L'ultimo episodio è avvenuto oggi, alle porte di Napoli. Un papà ha ucciso la figlia di 16 mesi lanciandola dal balcone e gettandosi nel vuoto dopo di lei. Ma come può un padre arrivare a uccidere un figlio? Abbiamo chiesto alla presidentessa della Società Italiana di Criminologia di spiegarci le cause e le motivazioni di un gesto così tragico
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L'ultimo in ordine di tempo è il caso del papà di una piccola di 16 mesi, avvenuto a San Gennaro Vesuviano, alle porte di Napoli.

Un 35enne ha lanciato la bimba di 16 mesi dal balcone del secondo piano e poi si è buttato nel vuoto.

Lei è morta sul colpo, lui è ricoverato in gravi condizioni. 

Secondo una prima ricostruzione l'uomo era a casa con la moglie. Verso mezzogiorno con la scusa di andare in un'altra stanza ha afferrato la piccola gettandola di sotto.

 

GLI ULTIMI EPISODI DI CRONACA

 

Ma negli anni sono diversi i casi di cronaca che sono finiti sui giornali.

A fine maggio ha perso la vita un bimbo di due anni, a Milano. "Non riuscivo a dormire, mi sono alzato dal letto e l'ho picchiato" aveva spiegato il padre, di 25 anni. 

 

A gennaio, a Torino, un uomo ha ucciso il figlio adottivo con il cavo del pc. Il loro rapporto era estremamente conflittuale.

Lo scorso anno, a novembre, nel mantovano un padre ha dato fuoco alla casa, uccidendo il figlio di 11 anni. L'uomo era stato cacciato da casa.

Marzo 2017: un padre ha ucciso i due figli a martellate prima di togliersi la vita a causa di un dissesto finanziario nascosto a tutti. 

Maggio 2016: a Tovo, in Valtellina, un papà di 43 anni ha ucciso il figlio di sette, soffocandolo. Ha poi deciso di impiccarsi.

 

Partendo dal presupposto che si tratta comunque di eventi molto rari, e a prescindere dalle singole storie, ci siamo chiesti come sia possibile arrivare a gesti così estremi.

 

LE CAUSE


«Non c'è mai una sola causa – spiega Isabella Merzagora, professore ordinario di Criminologia all'Università degli Studi di Milano e presidente della Società Italiana di Criminologia –. Spesso si tratta di più motivazioni che talvolta, ma non sempre, derivano dalla malattia mentale. In altri casi, la spinta deriva da un disagio esistenziale o dalla volontà di far del male al partner attraverso i figli».

 

 

Talvolta, si può trattare di disperazione, «dove il confine tra disperazione e depressione può essere molto esile. Se c'è un disastro economico, ad esempio, il timore di non poter andare avanti può portare a episodi così efferati».


E la dinamica familiare rende tutto ancora più complesso: «le stragi domestiche di solito sottendono a gravi forme depressive, si sente la necessità di uccidersi e si vuole portare con sé le persone che si amano di più. Questo, in qualche modo, per sottrarle a un destino che pare di sofferenza terribile. È una sorta di omicidio per pietà che scaturisce però da una convinzione in genere patologica».

 

FIGLICIDIO PATERNO E MATERNO

 

Esistono poi delle differenze tra le madri e i padri che arrivano a fare questi gesti estremi. «In genere, l'omicidio femminile, che accade praticamente sempre in famiglia, avviene con metodi meno violenti. Gli uomini, invece, utilizzano modalità più cruente. Ma è anche una questione legata all'età della prole: le madri infatti compiono più spesso dei neonaticidi, che comportano quasi sempre meno violenza».
 

PER APPROFONDIRE: Madri che uccidono i figli, perché?

 

 

COME INTERVENIRE


Partendo dal presupposto che non tutto si può scongiurare, «È vero che certe volte il segnale di una malattia mentale può e deve destare sospetto. Il problema è che spesso c'è molta resistenza a individuare e riconoscere la malattia mentale all'interno della famiglia. Al contrario, per evitare effetti drammatici, non dovrebbe essere trattata come qualcosa di vergognoso, ma come una patologia che si può curare».

Detto questo, «non dico che sempre ci si debba preoccupare, ma che sia importante occuparsi della sofferenza di chi ci sta vicino, parlando e cercando un aiuto esterno, ove necessario».