Emozioni

Che cosa sono le emozioni e come influiscono sull’apprendimento dei bambini

Di Sara De Giorgi
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24 giugno 2019
Le emozioni hanno un ruolo molto importante nella qualità dell’apprendimento degli alunni. In particolare, l'insegnante che riesce ad avere dai suoi allievi l'apprendimento migliore è colui (o colei) che trasmette maggiore allegria e gioia. Ecco, nei dettagli, cosa sono le emozioni e in che modo influiscono sull'apprendimento dei bambini.
 

L'insegnante che riesce ad avere dai suoi allievi l'apprendimento migliore è colui (o colei) che trasmette maggiore allegria: infatti, le emozioni hanno un ruolo molto importante nella qualità dell’apprendimento degli alunni. Ciò è confermato dalle ricerche delle neuroscienze, che non molto tempo fa hanno dimostrato l’esistenza di una connessione neurale tra sistemi emotivi e sistemi cognitivi.

 

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Secondo Daniela Lucangeli, docente di Psicologia dello sviluppo presso l'Università degli Studi di Padova ed esperta di psicologia dell'apprendimento, occorre andare verso un "apprendimento caldo". «Se si vuole che i bambini imparino ottenendo il meglio da sé, è importante ritornare a insegnare con il sorriso. Le emozioni accompagnano ogni esperienza di apprendimento. Ed è a scuola che si vivono le esperienze più importanti della crescita e con le figure più significative: gli insegnanti e i compagni. L'insegnante non è un giudice, ma una persona alleata anche nell’errore», ha affermato la psicologa.

 

Infatti l’intelligenza funziona al meglio quando si è felici. L’insegnante ha un compito non facile in questo senso: non deve far ridere, ma essere mediatore di benessere nell’apprendimento di cose complesse. Deve cercare di esprimere emozioni calde, le cosiddette "warm cognitions". Ma cosa sono le emozioni, come influiscono sull’apprendimento e come usarle nell’educazione?

 

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Emozioni, come si possono descrivere

 

Secondo la Prof. Lucangeli, le emozioni sono stati mentali e fisiologici che agiscono e condizionano le persone. Sono associati a modificazioni psicofisiologiche per stimoli interni (battito cardiaco, salivazione, rossore, ecc.) ed esterni (pensieri, rumori o altro che generano paura o ansia). In genere, sono state apprese oppure sono caratteristiche dell’indole delle persone.

 

«Quindi fanno parte della memoria, come la lingua che si parla, come gli studi che si fanno a scuola. Il dolore ad esempio nasce per avvertirci di un fattore di rischio, la sofferenza è invece la memoria del dolore sia a livello psichico che cellulare».

 

 

Le emozioni possono bloccarci?

 

«Può accadere che, a un certo punto, anziché funzionare da circuito di aiuto, le emozioni vanno in cortocircuito disfunzionale. Cioè diventano elementi che non ci consentono di funzionare bene. Avviene quello che noi chiamiamo il cortocircuito emozionale: le emozioni generano una sofferenza tale per cui si entra in un rischio e ci si blocca. Così molti dei disturbi del comportamento e dell’umore nascono da emozioni che generano forte sofferenza non identificata bene dal contesto educativo».

 

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Le emozioni peggiori, quali sono

 

«A livello cognitivo la noia. A livello emotivo la colpa e la paura. Parto dalla più facile: la paura. Io provo paura quando il mio cervello percepisce un rischio. Se la paura è tremenda, la colpa ancor di più. Il meccanismo di colpa nasce perché chi giudica attribuisce a chi è giudicato l’unica responsabilità dell’errore. Educare attraverso l’emozione della colpa è molto rischioso perché manda sempre in cortocircuito e se io ricevo un atteggiamento in cui è sempre colpa mia, crescendo farò in modo che sia sempre colpa tua».

 

 

Il ruolo degli educatori

 

Un'alternativa, indicata da Malka Margalit dell’Accademia delle Scienze, sono le emozioni antagoniste: alla noia si contrappone la gioia, l’allegria, il provare che piace fare una cosa e alla paura l’incoraggiamento. Inoltre, bisogna avere un atteggiamento che riconosce l’errore, ma che propone, al tempo stesso, una via d’uscita e incoraggia a uscire dall’errore e ad analizzare la situazione.

 

«Gli educatori, per aiutare i loro ragazzi, devono lavorare sulla sofferenza, perché alla memoria del dolore bisogna rispondere cambiando l’atteggiamento che lo ha determinato. Dobbiamo aiutare i nostri figli/alunni a togliere gli errori, a non giudicarli, a non determinare loro sofferenze e a trovare insieme una strategia migliore per aiutarli».

 

 

Incoraggiare alla positività. Come si fa?

 

«L’atteggiamento giusto è riconoscere nell’altro la sacralità del suo mondo, così per un bambino: la sua personalità va conosciuta, modificata, non sostituita. Va poi riacquistato il principio del diritto di sbagliare, che non è solo dei nostri figli, ma anche nostro».

 

Secondo la Prof. Lucangeli, occorre anche imparare a chiedere scusa, un modo per aiutare a liberare dal senso di colpa, e promuovere un ottimismo prospettico: noi siamo stati educati all’idea che è difficile modificare le cose che non vanno, ma, invece, non è vero. Per modificare l’atteggiamento emotivo, non si può far a meno di reimparare le emozioni warm (calde), perché sono le chiavi di accesso all’anima, alla persona viva e profonda.

 

Tutte queste tematiche saranno discusse in occasione del Convegno Erickson “La qualità dell’inclusione scolastica e sociale”, organizzato dal Centro Studi Erickson al Palacongressi di Rimini i prossimi 15, 16 e 17 novembre. Sono previsti anche interventi della Prof. Lucangeli.

 

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