Nostrofiglio

Violenza contro gli insegnanti

​Genitori (e alunni) violenti con gli insegnanti: perché accade e come intervenire

Di Gabriella Lanza
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20 Aprile 2018 | Aggiornato il 06 Novembre 2018
Con l’aiuto di due psicologi abbiamo cercato di capire perché sempre più genitori ricorrono alla violenza contro gli insegnanti per difendere le ragioni dei propri figli e come bisogna intervenire quando ad essere aggressivi sono gli alunni stessi

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C'era un tempo in cui ai genitori non importava se i figli avessero ottimi motivi per essere arrabbiati con il professore di matematica o se la professoressa di italiano li rimproverasse ingiustamente. La loro risposta non cambiava: l’insegnante ha sempre ragione. Oggi, invece, l’alleanza educativa tra famiglia e scuola sembra vacillare. E le reazioni di mamma e papà davanti alla nota della maestra sono ben diverse. Il più delle volte si limitano a protestare con l’insegnante o con il preside, ma nei casi più gravi possono perfino alzare le mani contro il docente

È successo a gennaio in un liceo di Avola, dove i genitori di un ragazzo hanno spaccato la costola all’insegnante di educazione fisica, colpevole di aver invitato l’alunno a chiudere la finestra prima di scendere in palestra. O una settimana fa a Vimercate, dove una prof di storia è stata colpito da un lancio di sedie a luci spente durante la lezione.

 

Per quali motivi si arriva alla violenza fisica contro gli insegnanti e come deve comportarsi il resto della classe in questi casi? Se a essere violento è un genitore? O se è un alunno? Lo abbiamo chiesto a Lorenzo Sartini, psicologo e psicoterapeuta. 

 

Riconoscere il ruolo educativo dell’insegnante 


Una delle radici di questo problema è di natura "sociale". Per i docenti è sempre più difficile farsi rispettare in classe e a volte i primi a non riconoscere la loro figura professionale sono i genitori: «Una volta l’insegnante aveva un ruolo educativo definito e importante. Oggi è considerata una persona che non è riuscita a fare quello che voleva, viene pagata poco e ha un riconoscimento sociale precario. A questo si aggiunge il rifiuto dei ragazzi nell’interiorizzare l’autorità che viene sistematicamente messa in discussione, prima a casa e poi in classe». 


L'incapacità nel gestire le emozioni


Quando si è spettatori di questo disastro educativo, bisogna agire subito e tempestivamente: «La prima cosa da fare in questi casi è proteggere il docente che ha subito violenza: i colleghi e gli altri genitori devono fargli sentire che non è solo», spiega Sartini. «La scuola deve convocare i genitori che lo hanno aggredito e eventualmente denunciarli, ma lasciare comunque aperta la via del dialogo. Il genitore è la figura educativa primaria e dovrebbe dare il buon esempio al figlio. Se prende a priori le difese del ragazzo senza cercare di capire cosa sia successo in classe, vuol dire che non sa gestire le proprie emozioni. Si sente ferito dal punto di vista narcisistico e dà sfogo in maniera impulsiva alla propria frustrazione. In questi casi bisogna indirizzare il genitore da qualche professionista che possa aiutarlo: dietro la violenza si nasconde sempre un malessere più profondo».  

 


Accettare gli errori e i fallimenti dei figli


Un punto fondamentale da trasmettere ai genitori, una sorta di "medicina preventiva" a questi episodi, è il fatto che anche i loro figli possono sbagliare, ma dobbiamo ricordare che ogni errore può trasformarsi in una opportunità di crescita. «Oggi il genitore non accetta l’idea che suo figlio non raggiunga il successo. Se un insegnante mette in luce le difficoltà dell’alunno, mamma e papà spesso entrano in panico. Sono troppo impegnati a fare in modo che i propri figli non vengano colti mai in fallo. Un esempio sono i compiti a casa: i genitori il più delle volte cercano di sopperire alle loro mancanze, ma in questo modo si impedisce ai figli di affrontare una difficoltà. L’insegnante è lì per correggere e l’errore deve essere visto come una occasione per progredire: è anche attraverso il fallimento, piccolo o grande che sia, che si apprende e si imparare a mettersi in discussione. Nella nostra società invece è vietato sbagliare e non si sa più tollerare la frustrazione di un errore». 

 

 


Quando ad essere violenti sono gli alunni


Non solo genitori violenti. Ad aggredire i docenti a volte sono gli stessi studenti. 


Per lo psicologo Emilio Masina, psicanalista della Associazione Italiana Psicanalisi, psicoterapeuta dell’infanzia, dell’adolescenza e della coppia, bisogna ristabilire una relazione tra insegnanti e alunni: «I casi di cronaca non sono tutti uguali, non possiamo generalizzare. C’è però un contesto che va analizzato. Nelle scuole tra docenti e studenti manca una relazione di motivazione che faccia da supporto all’apprendimento e quindi al risultato scolastico. I consigli di classe o di istituto erano stati pensati per creare un canale comunicativo tra docenti, genitori e alunni e riflettere insieme su come stava andando il gruppo classe: oggi sono diventate delle situazioni burocratiche in cui si parla solo di voti e rendimento. Continuiamo a caricare sul singolo ragazzo, sui genitori o sull’insegnante dei problemi che devono essere condivisi. Scuola e famiglia devono essere allenate nell’educazione di giovani». 

 


I segnali da cogliere in tempo e il lavoro preventivo

 

«Il problema non è solo capire se un ragazzo sta male e se reagisce con violenza, ma è lavorare preventivamente per creare un contesto che possa aiutare l’alunno a trovare una risposta alle sue domande e indirizzarlo verso interlocutori competenti», continua Masina. «I segnali che mostra un ragazzo in difficoltà sono visibili a tutti: si isola, non studia, fa tardi la sera davanti al pc o al telefono. I genitori purtroppo non riescono a dire dei no e gli insegnanti pretendono che i ragazzi passino da una famiglia che li coccola ad una scuola estremamente esigente. Questo potrebbe portarli verso episodi depressivi o oppure ad avere atteggiamenti violenti, come può essere anche il comportamento da bullo contro i più deboli o contro l’insegnante».