Bambini e acquisti

Mamma, me lo compri?

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29 Maggio 2012
Come spiegare ai bambini che il denaro non esce magicamente dal bancomat, che non si può acquistare (ogni giorno) metà negozio di giocattoli, il gelato, la pallina, il giornalino ecc ecc. e l'età giusta per la paghetta. Il tutto spiegato da un papà economista
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Pare una (silenziosa) congiura tra i bimbi di tutto il mondo: dopo la conquista della posizione eretta, quando iniziano a dire le prime frasi "comprensibili", intorno all'anno e mezzo-due anni, si leva con tono fermo la stessa richiesta: "Me lo compri?". Il ditino si alza verso la vetrina del negozio di giocattoli e la voce si fa sempre più alta e stridula, mentre il pargolo indica quasi tutto... Una situazione che ogni genitore conosce fin troppo bene, ma come si può far capire ai bambini, già in età prescolare, che non si può avere sempre tutto? L'abbiamo chiesto a Davide Ciferri, coautore, insieme a Stefano Di Colli, del libro per ragazzini, "Economia! Una scienza da scoprire, dal baratto allo spread", appena uscito per la collana Ah, Saperlo! - Lapis Edizioni. Economista, docente universitario e padre di due bimbi piccoli (un maschietto di 2 anni e una femminuccia di poche settimane) ci ha regalato i suoi consigli per "educare" i bambini al fatto che ogni cosa ha un prezzo. Perché è possibile trasmettere alcuni concetti base anche ai più piccoli con tanta pazienza (un pizzico di fantasia) e un approccio adatto alla fascia di età. E noi aggiungiamo: meglio iniziare presto e non ve ne pentirete quando vi troverete a lottare con le (mille e un tantino esose) richieste di un adolescente...

Io do una cosa a te e tu ne dai una a me

Ai tempi delle nostre mamme (e anche a quelli di una attuale 40enne), tra cortili, giardinetti o a scuola, i bambini scambiavano bilie, figurine, giornalini e, a volte, i più grandicelli organizzavano perfino mercatini all'aria aperta. Lo scambio di oggetti tra compagni è sopravvissuto (miracolosamente!) fino ad oggi, anche se è molto meno diffuso. Un peccato perché è un sistema utilissimo per far sperimentare ai bambini, in prima persona, che per avere un giocattolo (il bene) è indispensabile dare in cambio qualcosa.

A sostenerlo è il nostro economista, Davide Ciferri: “Lo scambio è un concetto fondamentale anche per i piccoli, molto più semplice e immediato da capire dell'idea, troppo astratta per un bimbo in età prescolare, del denaro. È importate comunicare al bambino che per entrare in possesso di un bene, qualsiasi tipo di oggetto e, quindi, anche un giocattolo, è necessario pagare un prezzo”. Per farlo, basta organizzare un'esperienza molto pratica e coinvolgente per far digerire al piccolo che è impossibile comprare tutto. “Invitate il bimbo a scegliere un giocattolo che non lo soddisfa più e poi mettetevi d'accordo con un amichetto, al quale invece interessa, per cambiarlo con qualcosa d'altro. Così il meccanismo dello scambio appare chiaro: anche un piccolo intorno ai 3 anni può capirlo, mentre è ancora troppo presto perché capisca la provenienza dei soldi e il valore monetario del giocattolo”, consiglia l'esperto.

Nulla di strano, dunque, che per un bimbo una palla da € 5 e una scatola di costruzioni che ne costa, magari, € 40 siano praticamente sullo stesso piano. La differenza tra due oggetti (con prezzi molto diversi) dipende, infatti, per lui solo da cosa lo affascina di più in quel momento.

“Il bambino ha grandi difficoltà a capire che per ogni cosa ci vuole del denaro, il mezzo dello scambio, perché è l'adulto a possederlo. Non è facile per i più piccoli afferrare l'idea che il genitore ha ottenuto una somma di denaro lavorando, ovvero attraverso la cessione del suo tempo in cambio di una prestazione professionale”, spiega Ciferri. Tra l'altro, il fatto che i soldi siano solo una forma di pagamento per lo scambio di beni non è così scontata neppure per i grandi: “La società oggi non ci spiega che il denaro è solamente un mezzo che facilita lo scambio, non ha un valore intrinseco, la moneta è un modo per agevolare gli scambi tra persone e comunità”, ricorda l'economista. Quindi, armatevi di pazienza di fronte all'ennesima richiesta e provate a organizzare scambi di giocattoli tra amichetti. Con il tempo, e un approccio semplice e corretto, il pupo capirà...

Una giornata di shopping!

In modo graduale, sempre in base all'età e alle reazioni del bimbo, è possibile introdurre nuovi passaggi concettuali per accompagnarlo a scoprire come mai mamma non compra - sempre e subito - ogni cosa lui reclami a gran voce. Una buona soluzione per farlo in modo facile e divertente è quella di programmare una giornata di shopping insieme coinvolgendo il bambino in tutti gli aspetti. L'esperienza diretta aiuta, spesso, più di qualsiasi spiegazione con bimbi in età prescolare - come raccomanda Ciferri.

“Si può fare questo esperimento e ripeterlo spesso per far passare quello che ci sta dietro. A casa mostriamo a nostro figlio che prendiamo un certo numero di monete o banconote e poi le contiamo insieme a lui prima di uscire. A questo punto, descriviamo tutti i processi che seguono in modo molto chiaro. Se andiamo al supermercato e compriamo il latte, per esempio, facciamo vedere al piccolo quante monete paghiamo alla cassa. Poi entriamo dal fruttivendolo e spendiamo una certa quantità di soldi e in un altro negozio usiamo un'altra parte di quanto c'è nel portafogli. E, tornati a casa, controlliamo insieme se e quanto è avanzato della cifra iniziale”, dice Ciferri. Forse, la prima volta, tutto il processo non sarà così evidente per il bambino ma ripetendo spesso l'esperienza, in modo leggero (e, magari, un po' plateale), inizierà a intuire che il genitore ha dato in cambio qualcosa, una somma di denaro, per ogni acquisto.

La strategia della formica

Fare acquisti insieme è un ottimo stratagemma anche presentare, con il tempo, il concetto di risparmio. Se dopo la spesa è rimasto del denaro, si può mostrare al bimbo che lo si mette da parte. In questo modo, riponendo una moneta, ogni giorno, per esempio, è possibile far vedere al piccolo, in modo molto concreto e tangibile, che la quantità aumenta.

“La famiglia può scegliere insieme un luogo dove mettere da parte qualche soldino, costruire un salvadanaio, o procurarsene uno, e mostrare al piccolo che il denaro riposto lì, con il tempo è sempre di più. È importare trasmettere l'idea dell'accumulo, creando una sorta di piccola banca in casa. In questo modo, si passa il messaggio che occorre organizzare le proprie risorse, il denaro, per soddisfare un bisogno, il giocattolo. Non è possibile farlo sempre nell'immediato, correndo al negozio, ci vuole un po' di tempo. E così, attraverso il risparmio, si fa capire al bimbo anche l'importanza del valore finale del bene”, spiega Ciferri.

Ma il risparmio, non è solo mettere via un soldino, si associa a un altro aspetto importante che è compito dell'adulto insegnare: quello dell'attesa. “Da un punto di vista educativo, penso sia necessario comunicare che non si può avere tutto subito, anche se il bisogno, secondo il bambino, è impellente. Dietro la richiesta, infatti, c'è un bisogno del bimbo che è attratto dal giocattolo anche perché subisce pressioni esterne - amichetti, tv se la guarda, ambiente che lo circonda - per cui crede che quel giocattolo nel negozio possa soddisfarlo al meglio”, puntualizza l'esperto.

E aggiunge ancora Ciferri sulla questione: “Quando il bambino chiede un oggetto specifico, è utile domandarsi quale esigenza lo sta guidando per poi aiutarlo a capire che le risorse sono scarse, in termini di oggetti (o beni) e, quindi, non è possibile avere tutto. Certo, è difficile perché l'abbondanza ci circonda, e il bimbo vede ovunque tantissimi giocattoli ma possiamo provare a spiegargli che non sono infiniti”.

I soldi non crescono sugli alberi

Il gesto di infilare qualche monetina nel salvadanaio (o di riporle nel luogo assegnato a questo scopo) entrerà a far parte della “lista” dei rituali familiari, accanto a tutte quelle pratiche, più o meno quotidiane, che scandiscono la vita di un bambino. Una volta digerita questa abitudine è abbastanza agevole sfruttare il concetto di salvadanaio per spiegare a un bimbo, intorno ai 4-5 anni, cosa è una banca... Quasi la stessa cosa, solo molto più in grande rispetto al classico “Porcellino”, che ospita i risparmi di mamma e papà e di tante altre famiglie. Anche questo è un passaggio importante - da sottolineare fino a quando il bimbo non lo farà suo - perché eviterà l'insorgere dell'idea deleteria, secondo il nostro economista, che il denaro esca magicamente dal bancomat

Un altro valido espediente per far capire al proprio figlio che i soldi non crescono sugli alberi è coinvolgerlo in una giornata lavorativa dei genitori. “Oggi, molte aziende permettono, in alcune occasioni particolari, di portare il bimbo al lavoro. La possibilità di visitare il luogo fisico dove il genitore trascorre tanto tempo, e mostrare a quale attività si dedica aiuta il bimbo, già verso i 5-6 anni, a intuire il meccanismo. E cioè il fatto che l'adulto svolge dei compiti e quella struttura gli restituisce in cambio dei soldi per quanto ha fatto. Naturalmente, un approccio del genere è utile per qualsiasi tipo di professione, basta descrivere e mostrare al bimbo dove e cosa si fa nelle ore in cui mamma e papà non sono a casa ma al lavoro”, suggerisce Ciferri.

Per tutto questo, il miglior alleato è il tempo e l'impegno di agire in modo coerente, possibilmente ripetendo le stesse motivazioni, ogni volta che il pargolo chiede insistentemente qualcosa... Come accade nella maggior parte dei casi, un atteggiamento ballerino da parte del genitore o un accesso di stizza non funzionano per fissare un messaggio.

Viva la paghetta

Gettate le basi, quando il bambino cresce, si può pensare di offrirgli l'opportunità di impegnarsi in prima persona con la gestione di piccole quantità di denaro. Una volta si diceva che la mancetta responsabilizzava i bambini: può davvero rappresentare un valido strumento educativo per la famiglia? Non ha dubbi in proposito Davide Ciferri, anche se specifica che è opportuno introdurla non prima degli 8-10 anni, a seconda del singolo caso.

Naturalmente è importante, per prima cosa, spiegare bene di cosa si tratta.

“Quando si decide che è il momento giusto per dare la paghetta al proprio figlio, occorre chiarire che ogni componente della famiglia ha una quantità di denaro a disposizione per soddisfare i suoi bisogni. Personalmente sono contrario all'idea di associare una somma a una prestazione, tipo 'mi aiuti a lavare la macchina e ti do tot'. Una cosa del genere rientra, secondo me, in un normale contributo alla vita familiare da parte del bambino. Ovviamente, nel caso di situazioni particolari, fuori dall'ordinario, si può offrire una ricompensa ma è un altro discorso”, dichiara l'esperto.

La paghetta permette di vivere un'esperienza diretta che è il modo migliore – in questa fascia di età – per trasformare un concetto teorico in una realtà quotidiana.

“In questa fase, il ragazzino inizia a sapere abbastanza chiaramente cosa vuole o meno, e il mancato soddisfacimento di un desiderio-bisogno - un determinato acquisto - lo aiuta a comprendere meglio tutto il meccanismo. Se, per esempio, spende, in una sola giornata, tutta la cifra di cui dispone per un giocattolo e poi non ha soldi per gelato o figurine, potrebbe mettere in discussione il suo acquisto. E intuire che, forse, alcune cose sono valutate troppo, domandandosi, tra l'altro, se valeva la pena usare tutto il denaro per un solo bene”.

In altre parole, anche una scelta d'acquisto poco oculata è formativa e non è bene intervenire, secondo Ciferri. “I genitori dovrebbero lasciare gestire al ragazzino la sua somma di denaro in modo autonomo, offrendogli l'opportunità di imparare ad attribuire un valore ai suoi bisogni. In questo modo, può rendersi conto, per esempio, che se mette da parte qualche monetina ogni mese (invece di spendere tutto in colpo solo), avrà denaro a sufficienza per comprare qualcosa a cui tiene particolarmente”.

A questo punto, il ragazzino dovrebbe aver fatto suoi alcuni concetti base ma la migliore strategia della famiglia è quella di non cambiare approccio nel corso degli anni. E sopratutto è importante non dimenticare che per ogni messaggio educativo il più grande alleato è il tempo, unito a una buona dose di pazienza e alla voglia di spiegare.