Psicologia bambini e ragazzi

11 strategie per stimolare un bambino o un ragazzo ad impegnarsi di più

Di Angela Bisceglia
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22 Gennaio 2019
Ci si lamenta spesso che i figli di oggi sono svogliati, si impegnano quel tanto che basta per ottenere il massimo rendimento col minimo sforzo, sempre in cerca di scorciatoie. E non riescono a comprendere l'idea che per ottenere risultati serve costanza e sacrificio. Perché succede? E come stimolarli ad impegnarsi di più? I consigli della psicologa Rosalinda Cassibba
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Sembra che i bambini di oggi non abbiano ben chiaro il concetto che per ottenere risultati serva impegnarsi. Rosalinda Cassibba, ordinaria di psicologia dello sviluppo dell’Università di Bari, ci spiega da cosa può dipendere e come noi genitori possiamo comportarci.

 

1. Lasciamo che i bambini sperimentino le difficoltà 


E’ giusto che noi genitori desideriamo il meglio per i nostri figli, ma questo non significa fare di tutto per evitargli qualunque difficoltà e qualunque insuccesso. Se ha preso un brutto voto a scuola, non ci lasciamo prendere dalla preoccupazione di invertire al più presto la tendenza e colmare il “gap”, facendo i compiti con loro (o al posto loro), mandandoli da un insegnante di ripetizione o andando a parlare con l’insegnante. In questo modo infatti i ragazzi non hanno neanche la possibilità di rendersi conto della difficoltà e di cercare strategie per affrontarla con mezzi propri. Che magari saprebbero tirar fuori senza problemi. (Leggi come aiutare un bambino ad affrontare un insuccesso).

 

2. Aiutiamoli ad analizzare la situazione anziché risolvergliela


Lasciare che sperimentino l’insuccesso non vuol dire lasciarli soli o abbandonarli a se stessi, bensì assisterli ‘dall’esterno’: anziché risolvere la faccenda al posto loro, aiutiamoli ad analizzare le difficoltà, a capire che cosa non ha funzionato, se e come certi ostacoli sono superabili, quali sono le possibili soluzioni. In modo che potranno sentirsi i veri artefici delle loro scelte. 

3. Non li accontentiamo in tutto e per tutto 


Tendiamo ad accontentare i nostri figli in tutto perché non vogliamo privarli di qualcosa di cui magari noi da piccoli siamo stati privati. O non vogliamo lasciarli scontenti. Invece una privazione ogni tanto serve per mantenere il contatto con la realtà, per verificare che non tutto è così scontato come a loro potrebbe sembrare. E che a volte un sì bisogna saperselo conquistare.

4. Accettiamo di essere genitori “sufficientemente buoni”


Il grande pediatra e psicoanalista Winnicot diceva che un genitore troppo buono e “funzionante” non sempre fa il bene del bambino, perché non gli permette di sperimentare la realtà del limite e della frustrazione, con la conseguenza che il bambino si illude di poter avere tutto e di poter essere sempre al top. E quando inevitabilmente incappa in qualche difficoltà non ha sviluppato le risorse per superarla. Proprio per questo il genitore dovrebbe essere “sufficientemente buono” cioè accettare che ogni tanto possa fallire nel proteggerlo, perché in questo modo lo stimolerà a trovare da sé come sbrigarsela: un utile allenamento per quando, in futuro, noi non saremo più al suo fianco.

 

5. Consentiamo ai bambini di scoprire (e apprezzare) la lentezza


Nella società odierna si cresce con il concetto che si deve avere tutto e subito, perché così succede in molti campi: nella comunicazione tutto è veloce, tutto deve andare subito al dunque e non ci si dà neanche il tempo di riflettere su quello che succede. Anche la scuola è cambiata: tutto deve esser collegato alla realtà, deve essere finalizzato all’applicazione concreta e quando si sceglie un percorso di studi si pensa più agli sbocchi che offre che alle inclinazioni dei figli, più al risultato che alla preparazione. Inculchiamo invece il concetto che quel che si studia non deve essere trovare necessariamente un’applicazione immediata, che l’apprendimento può essere un processo più lento ma più profondo, che per formare un pensiero ci vuole più tempo. Che i risultati migliori si ottengono con la perseveranza. E l'impegno.

6. Diamo ai ragazzi la possibilità  di scegliere...


A proposito di scelte scolastiche, guidiamo i nostri figli nella scelta, ma non scegliamo al posto loro: cerchiamo di capire le loro attitudini, ma non imponiamo loro un liceo solo perché noi lo abbiamo frequentato o, viceversa, perché noi non ne abbiamo avuto la possibilità. A volte siamo talmente coinvolti nella relazione con i figli che li vorremo quasi plasmare a nostra immagine e somiglianza: teniamo sempre presente il figlio reale che abbiamo davanti, non l’immagine del figlio che vorremmo. 

 

7. … e di assumersi le proprie responsabilità (nei limiti del possibile)


Stesso discorso per le attività extrascolastiche: se gli piace il nuoto, inutile iscriverlo a basket solo perché riteniamo più utile uno sport di squadra. Anche perché, se si tratta di una scelta fatta autonomamente, non potrà accampare la scusa che non ha voglia di impegnarsi perché gliel’abbiamo imposta noi. Tenendo però sempre a mente l’età dei nostri figli: un bambino di 6 anni non può essere caricato eccessivamente di responsabilità!

8. Non facciamo al posto loro 


Non colora il disegno perché non ha voglia? Non gli stiamo col fiato sul collo a dirgli: “finisci, sbrigati”, ma al tempo stesso resistiamo alla tentazione di coloraglielo noi mentre lui svogliato gioca alla play station. Magari il giorno dopo prenderà un bel voto, ma non sarà farina del suo sacco e non avrà imparato niente, tranne che, se non fa lui, c’è chi fa al posto suo, quindi perché affannarsi?

 

9. Gratifichiamoli quando si impegnano ed ottengono risultati


Il rinforzo positivo è fondamentale per sentirsi incoraggiati ad andare avanti e ad impegnarsi: ogni volta che il bambino/ragazzo conseguirà un bel risultato con le proprie forze, sottolineiamo il fatto che siamo contenti soprattutto perché è riuscito a cavarsela da solo. Perché se l’avessimo aiutato noi non avrebbe provato la stessa soddisfazione.

10. Siamo di esempio per i nostri figli con il nostro impegno


Siamo un modello per i nostri figli soprattutto per come ci comportiamo, più che per le prediche che facciamo. E allora, anziché sbruffare per tutto quel che abbiamo da fare, mostriamo che noi per primi portiamo a fondo un impegno, cerchiamo di tener fede ad una scadenza, senza lamentarci di continuo (almeno davanti a loro!) o dare colpe a destra e manca.

 

11. A fine giornata siamo tutti stanchi, non solo loro!


Torniamo a casa la sera stanchi dopo il lavoro e ci attende il “dopolavoro spesa-lavatrice-cena ecc ecc”. Chiediamo anche ai bambini collaborazione, per quel che possono fare in base alla loro età, senza giustificarli con un “poverini, sono stanchi e hanno diritto di riposarsi”. Tutti abbiamo diritto di riposarci e tutti ci possiamo riposare prima se collaboriamo. Nella nostra mente c’è il desiderio di doverli preservare dalle fatiche ma è un atteggiamento che deresponsabilizza. Chiedere collaborazione insegna che niente si fa “da solo”, che è giusto che tutti impegnino il loro tempo per un obiettivo comune. E fa sentire tutti parte della famiglia.