LO STUDIO

Studiare costa fatica: anche ai geni!

Di Alice Dutto
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12 luglio 2016
Piergiorgio Odifreddi, divulgatore matematico e scrittore, è convinto che rendere più semplice la vita degli studenti sia controproducente. Non bisogna sovraccaricarli, ma nemmeno alleggerirli troppo, perché un buon allenamento prepara a superare le difficoltà che si incontreranno nella vita

«Il genio è 10% ispirazione e 90% sudorazione» diceva Thomas Alva Edison. Chi pensa che le persone dotate raggiungano grandi risultati facilmente si sbaglia di grosso: «Per portare avanti le ricerche sulla relatività, Einstein si chiuse in casa per due anni, interrompendo praticamente ogni rapporto con l'esterno – racconta il divulgatore matematico e scrittore, Piergiorgio Odifreddi, che di recente ha parlato di questo tema al Festival dell'Educazione di Viterbo –. E anche Newton non era da meno: dedicò infatti tutta la sua vita a esperimenti e pensieri».

 

 

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Il talento non basta!

 

Per comprendere al meglio questo punto, basta fare un paragone tra lo sport e lo studio. «Quando si parla di attività fisica, si sa che ci sono persone più dotate di altre – riprende il matematico –. Ad esempio, le persone alte sono più portate per giocare a basket. Ma nessuno si immagina che le caratteristiche naturali di una persona bastino per trasformarla in un campione». Basta leggere Open, il best seller di Andre Agassi, per capire quanta fatica e sudore ci siano voluti per portarlo ai livelli più alti del tennis.

 

«Per quanto riguarda lo studio, invece, c'è un po' quest'illusione che basti essere intelligenti per avere successo. Ma bisogna sfatare questo mito, soprattutto con i giovani, capendo che le doti sicuramente servono, ma che da sole non bastano per raggiungere gli obiettivi della vita». E questo non vale solo per i geni, che comunque sono pochissimi, è un concetto che vale per tutti: «Anche le persone "normali" per raggiungere i propri fini devono impegnarsi molto, perché le cose non arrivano gratuitamente».

 

 

Un approccio da cambiare

 


«Adesso nelle scuole c'è l'idea che non bisogna disturbare o frustrare gli studenti – continua Odifreddi –. Ecco allora che si programmano le interrogazioni o si dà agli alunni una traccia molto completa per il tema che devono fare. Ma è un atteggiamento molto controproducente: sarebbe come se una mamma, prima di una gara, dicesse al figlio di non sudare e stancarsi troppo. Ovvio che si può fare anche così, ma poi è difficile che si vinca!».

 

L'importanza di lavorare e “sgobbare” è dunque quella di preparare i ragazzi alle difficoltà della vita: «Il lavoro, lo studio, e cioè l'allenamento, dovrebbe proprio servire a essere preparati a superare gli ostacoli che si incontreranno lungo il percorso. Altrimenti li si illuderà che la vita e lo studio siano facili, ma in questo modo i risultati non arriveranno».

 

 

Meno distrazioni e aspettative

 

Un altro punto su cui intervenire è l'uso della tecnologia. Oggi i ragazzi sono molto distratti, «perché sono abituati fin da bambini a stare di fronte alla televisione: si pensa che non si debbano mai annoiare, senza pensare che invece è proprio nei momenti “morti” che si può pensare e riflettere liberamente». La soluzione? Spegnere tutto ciò che li distrae, telefono compreso, quando si studia, in modo da creare un luogo “protetto” e le condizioni ideali per rimanere concentrati e migliorare i risultati.

 

 

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E poi darsi tempo. «Quando pongo dei problemi matematici ai miei studenti, vedo che stanno fermi 30 secondi e poi dicono: “non mi viene”. Ma anche questa è una cosa che i ragazzi devono imparare: la pazienza e la perseveranza. Non a caso Wiles risolse l'ultimo teorema di Fermat, rimasto senza soluzione dal 1637, dopo 7 anni di sperimentazioni». Anche Einstein era molto lento, ma perché voleva capire tutto nei minimi dettagli: «Oggi si mette troppa enfasi sulla brillantezza e la velocità, che sono doti piacevoli soprattutto per i talk show, ma non necessariamente per la ricerca».