Salute bambini

Adhd, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività

Di Rita Dalla Rosa
adhd
06 Febbraio 2013
"Mio figlio è iperattivo?" Ma che cosa significa questo termine che ricorre sempre più spesso sui giornali, in tv, ma anche nelle conversazioni di maestre e genitori? Tanti bambini sono molto vivaci, spesso poco obbedienti, a volte decisamente pestiferi, ma non basta certo questo per bollarli come iperattivi. Facciamo chiarezza su un fenomeno che sembra essere in crescita
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Che cosa è l’Adhd, ossia la sindrome da iperattività e deficit di attenzione?

Adhd è la sigla inglese di Attention Deficit Hyperactivity Disorder, in italiano Ddai, Disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Con essa si definisce un disagio di tipo psichico che si manifesta nel bambino con una serie di comportamenti problematici. Non è una scoperta recente.

Già nel 1845 in un trattato del medico tedesco Heinrich Hoffman si fa cenno a una malattia dell’infanzia caratterizzata da distrazione, disattenzione e vivacità eccessiva. Nel 1902, in una serie di conferenze mediche tenute in Inghilterra, questi disturbi furono riconosciuti come un problema psichiatrico.

Poi la cosa tornò nell’oblio fino alla fine degli Anni Sessanta quando uno psichiatra statunitense classificò il disturbo con il nome di Attention Deficit Hyperactivity Disorder.

Dopo altri dieci anni, alcuni psichiatri riaffermarono con decisione l’esistenza di una malattia che colpisce i bambini rendendoli distratti, disattenti e troppo vivaci, agitati, ingestibili, a volte irrispettosi con gli insegnanti o violenti nei confronti dei compagni di classe.

Voi direte che tutti i bambini hanno comportamenti simili. Sono vivaci, a volte sfrenati, curiosi, si buttano su ogni cosa che vedono salvo poi spostare subito l’attenzione su qualcos’altro che appare più interessante. E poi, non danno retta, non obbediscono: li chiamate e loro neanche vi ascoltano, li minacciate e loro fanno peggio. Tutto molto normale, come sa qualsiasi genitore.

Ma se questi comportamenti continuano anche quando il bambino entra nell’età scolare, se sono presenti per almeno sei mesi e in ogni ambiente frequentato (casa, scuola, palestra ecc.), se diventano un ostacolo all’apprendimento, ai rapporti di amicizia con i coetanei e alle normali relazioni familiari, allora potrebbe trattarsi di Adhd.

Da cosa dipende l'Adhd? Il dibattito tra gli scienziati è ancora aperto

Per l'Adhd non è mai stata accertata una causa biologica, fisica o genetica. Al di là di quanto a volte si legge o si sente dire, nessuno è mai riuscito a dimostrare sperimentalmente la causalità diretta di alcun gene o pool di geni né a individuare nessuna caratteristica della biochimica o della struttura cerebrale esattamente rilevabile nei soggetti che presentano Adhd. Tant’è vero che la comunità scientifica internazionale ancora discute sulla correttezza di definirla malattia, ritenendola tutt’al più un insieme di sintomi che possono essere dovuti a cause diverse.

L’industria farmaceutica, però, continua a finanziare ricerche sulla biochimica del cervello, nel tentativo di misurare le funzioni “anomale”. Strumenti preferiti sono i metodi diagnostici che forniscono “neuroimmagini” ossia mappe delle diverse parti del cervello.

In buona parte di questi studi, il cervello dei soggetti con Adhd viene esaminato mentre i bambini sono impegnati in un compito che richiede attenzione. Ma se questi bambini si stanno annoiando o sono poco motivati a fare quella determinata cosa, la scansione cerebrale non potrà che essere anomala perché comportamento e cervello si intrecciano.

In altri studi, la riduzione del volume del cervello riscontrata in alcuni bambini con diagnosi di Adhd è stata portata come prova inoppugnabile dell’esistenza di un’anomalia di tipo genetico. Ma non si è tenuto conto che questi bambini erano o erano stati in cura con psicostimolanti che, come è noto dalla letteratura scientifica, causano proprio una riduzione del volume del cervello.

Come si arriva a una diagnosi di Adhd: non basta un riempire un questionario

Non esistono esami strumentali, per quanto sofisticati, in grado di accertare la presenza dell’Adhd. Ci sono due manuali di psico-diagnosi che riportano un elenco dei sintomi che devono essere presenti contemporaneamente per poter parlare di Adhd. Uno è l’Icd-10 (International Classification of Diseases) pubblicato dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), giunto alla decima edizione, e il Manuale statistico-diagnostico Dsm-IV redatto dall’Associazione degli psichiatri americani (Apa), del quale sta per uscire la quinta edizione.

Tutti e due presentano una serie di 18 comportamenti, di cui nove sono riferiti al campo della disattenzione, sei a quello dell’iperattività e tre a quello dell'impulsività. Qualche esempio:

 

  • spesso sembra non ascoltare quando gli si parla direttamente;

  • spesso è facilmente distratto da stimoli estranei;

  • spesso ha difficoltà a giocare o a dedicarsi e divertimenti in modo tranquillo.

  • spesso muove con irrequietezza mani e piedi o si dimena sulla sedia;

  • spesso si intromette nella conversazione o nei giochi degli altri.

 

Descrizioni abbastanza generiche che possono prestarsi a interpretazioni molto soggettive: cosa si intende per “spesso“? e per “modo tranquillo“? I due manuali differiscono nella valutazione. Per l’Icd-10 si ha diagnosi di Adhd se il paziente presenta almeno dieci sintomi (6 di disattenzione, 3 di iperattività, 1 di impulsività); per il Dsm-IV basta la presenza contemporanea di sei sintomi.

Quindi, per ipotesi, uno stesso bambino potrebbe essere diagnosticato iperattivo se valutato secondo i parametri del Dsm-IV e considerato normale se l’indagine si è basata sull’Icd-10.

Sarebbe un grave errore, però, basarsi solo sui manuale per dichiarare che un bambino è affetto da iperattività. Una prassi che è molto comune negli Stati Uniti, in Inghilterra e in molti altri Paesi, dove, infatti, le diagnosi di Adhd hanno avuto una progressione allarmante, con relativo aumento di vendite di psicofarmaci.

In Italia, almeno per ora, si va con i piedi di piombo. Grazie anche all’opera di farmacovigilanza esercitata da associazioni come “Giù le mani dai bambini” per evitare le esagerazioni registrate negli Stati Uniti.

“Per inquadrare il disturbo da Adhd e arrivare a una diagnosi non basta qualche questionario; ci vuole una serie di incontri con il neuropsichiatra infantile per un totale di almeno dieci ore di osservazione del bambino nei diversi ambienti per accertarsi che certi comportamenti non si verifichino solo a casa o a scuola“ dice Maurizio Bonati, che dall’Istituto Mario Negri dove è responsabile del Laboratorio salute materno-infantile, tiene le fila dei 18 centri lombardi che afferiscono al Registro regionale appositamente creato per studiare e seguire i bambini affetti da questo disturbo.

Spesso sono gli insegnanti a dire ai genitori che il bambino presenta qualche disturbo del comportamento. “In effetti – prosegue Bonati – finché il bambino non va a scuola è difficile che il problema venga rilevato. Però è anche vero che, due volte su tre, quelli segnalati dagli insegnanti come possibili casi di Adhd non lo sono per niente.”

Una diagnosi di Adhd è potenzialmente errata se prima non si esclude che si tratti di una patologia differente che presenta gli stessi sintomi

Possono esserci finti casi di Adhd? Un’eventualità tutt’altro che remota. Basti pensare che il deficit di attenzione è la prima reazione basilare del nostro organismo a un disagio. Per non parlare di irrequietezza e distrazione, quelli che i medici chiamano “sintomi prezzemolo”, perché compaiono nelle più disparate malattie e condizioni.

È stato dimostrato, ad esempio, che una dieta troppo ricca di zuccheri e di carboidrati genera, come sintomo, l’iperattività; riducendo merendine e bibite e aumentando il consumo di pesce, si attenua anche il comportamento iperattivo. Altre indagini hanno messo sotto accusa i residui chimici presenti su frutta e verdura o i coloranti e gli additivi chimici contenuti in bibite e caramelle.

Ma i sintomi riferiti all’Adhd possono accompagnare anche molte patologie mediche, dalla celiachia all’intossicazione alimentare, alle varie tonsilliti, otiti o adenoiditi.

Bambini viziati e indisciplinati mostrano gli stessi comportamenti che i manuali diagnostici attribuiscono alla sindrome Adhd. Non solo. Irrequietezza, distrazione e mancanza di attenzione si possono riscontrare anche nei bambini plusdotati, quelli cioè che hanno un elevato quoziente di intelligenza.

Detto per inciso, fu lo psichiatra statunitense Leo Eisenberg, alla fine degli anni 60, a classificare come malattia l’irrequietezza e la difficoltà di concentrazione dei bambini, definendo il disturbo con il nome che oggi tutti conosciamo (Adhd).

Ma quando si accorse che le diagnosi proliferavano e le ricette di psicofarmaci aumentavano a dismisura gli vennero dei dubbi. Nel 2009, poco prima di morire, confessò a un giornalista scientifico di non credere più all’Adhd, ma di considerarla l’esempio paradigmatico di una malattia inventata.

La cura dell’Adhd è essenzialmente una psicoterapia o, comunque, una terapia della parola. Il farmaco solo nei casi più difficili e per poco tempo

Cosa vuol dire? Psicologi e pedagogisti lavorano con il bambino per aiutarlo a essere consapevole delle proprie difficoltà e ad apprendere nuove strategie di studio e di organizzazione del tempo. L’autostima che gli deriverà dai primi risultati positivi lo spronerà a perseverare e così via, innescando un circolo virtuoso. Ma non bisogna limitarsi ad agire solo sul bambino, perché i comportamenti disturbati dipendono in grande misura dall’ambiente che lo circonda, dalle abitudini di vita acquisite, dal tipo di relazioni familiari e sociali.

Perciò anche i genitori devono essere coinvolti in un programma terapeutico perché mettano in pratica nuove strategie e comportamenti specifici da adottare con il proprio figlio, modificando le abitudini educative fin lì seguite che, evidentemente, non vanno bene. Perlomeno non con quel figlio. Così come devono essere aiutati gli insegnanti, perché trovino nuovi modi di organizzare il lavoro in classe e facilitare l’attenzione e l’apprendimento anche per il bambino Adhd.

Ci vuole tempo e pazienza da parte di tutti, ma in genere questo metodo dà buoni risultati.

Nei casi più difficili in cui l’Adhd è associato ad altri disturbi, con manifestazioni di aggressività e violenza, si aggiunge la cura farmacologica in modo che una temporanea attenuazione dei sintomi possa favorire il percorso psico-pedagogico e portare il bambino ad acquisire fiducia in se stesso. Perché va tenuto ben presente che i farmaci non “curano” ma agiscono solo sui sintomi. Un po‘ come succede quando ci fa male un dente: è chiaro che prendiamo degli antidolorifici ma finché non andiamo dal dentista a curare la carie non risolveremo il problema.

I farmaci più impiegati per attenuare i sintomi dell’Adhd sono gli psicostimolanti come il metilfenidato (nome commerciale Ritalin®) che è un derivato delle anfetamine; l’atomoxetina (nome commerciale Strattera®), un vecchio antidepressivo oggi riciclato. A questi sta per aggiungersi la guanfacina (Intuniv®), nata come anti-ipertensivo, che dovrebbe essere immessa tra poco sul mercato italiano.

Si tratta di psicofarmaci che possono dare gravi effetti collaterali a fronte di benefici dubbi o, comunque, limitati nel tempo. Negli Stati Uniti già si stanno vedendo gli effetti devastanti di una somministrazione troppo disinvolta.

In Italia si è decisa una via più rigida: gli psicostimolanti possono essere prescritti solo dai Centri pubblici di neuropsichiatria infantile che segnalano i bambini in cura a un apposito Registro nazionale Adhd tenuto presso l’Istituto Superiore di Sanità.

Consigli pratici per la gestione, in classe e a casa, di bambini irrequieti e disattenti

La lista che segue è frutto dell’armonizzazione, a cura dello staff di Giù le mani dai bambini di due noti riferimenti per specialisti, La sindrome di Pierino: il controllo dell’iperattività, di Daniele Fedeli, docente di Psicopatologia Clinica all’Università di Udine, How to operate an ADHD clinic or subspecially practice, di M.Gordon (GSI Publications) e del libro Che cosa ti avevo detto? di D.Donovan e D.McIntyre. Leggi la lista

Segnaliamo anche la guida sull'Adhd: Adhd a scuola, Strategie efficaci per gli insegnanti - casa editrice Erickson

 

L'autrice dell'articolo: Rita Dalla Rosa ha scritto sul tema dell'Adhd il libro 'La fabbrica delle malattie. Bambini e psicofarmaci" (casa editrice Terre di mezzo). Giornalista esperta di consumi e traduttrice letteraria, con Terre di Mezzo ha anche pubblicato i libri Vestiti che fanno male, Casa tossica e Aria pulita a scuola.

 

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