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Enuresi notturna

Fa ancora la pipì a letto

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14 Marzo 2013
L'enuresi notturna dei bambini non è una malattia, ma un inconveniente dovuto a un ritardo dei meccanismi che controllano la formazione e l’emissione dell’urina. Di solito passa da se, ecco però alcuni accorgimenti utili per ‘educare’ la vescica di vostro figlio

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Enuresi notturna: è così che si definisce l’emissione involontaria di urina durante la notte. Le cause sono molteplici e spesso legate fra loro, anche se alla base c’è un ritardo di maturazione delle funzioni che controllano l’emissione delle urine. Verso i sei-otto anni ne soffre il 15% dei bambini, intorno a 15 anni l’1’%. Solo in rari casi persiste oltre.

“Nei primissimi anni di vita il bambino fa la pipì tutte le volte che ha la vescica piena, indifferentemente sia di giorno sia di notte” dice Edvige Veneselli, direttore U.O. e Cattedra di Neuropsichiatria Infantile e Responsabile del Centro Enuresi dell’Ospedale Gaslini, Università di Genova.

“Con la crescita, i meccanismi coinvolti maturano gradualmente fino a consentire al bambino, in genere dai due-tre anni, di dormire tutta la notte senza bagnarsi”.

Ma in alcuni casi questa maturazione tarda ad arrivare. Perché?

Il bambino produce tanta acqua anche di notte

Nel nostro organismo vi è una particolare sostanza, l’ADH (sigla inglese che significa ‘ormone anti-diuretico), che regola la produzione di acqua a livello renale; fisiologicamente, a partire dai due anni di età, l’ADH inizia ad avere un ciclo di produzione con variazione tra il giorno e la notte: viene cioè secreto in maggior quantità nelle ore notturne, in modo da inibire la formazione di urina, e in minor quantità nelle ore diurne, quando non a caso andiamo a far pipì più spesso.

Di conseguenza, i nostri reni di notte producono meno acqua, mentre proseguono la loro azione di filtrare le scorie, ed ecco perché le urine del mattino sono più concentrate e perciò più scure e con odore più forte.

“In certi bambini il meccanismo di produzione dell’ADH è ritardato, per cui continuano a produrre la stessa quantità di acqua sia di notte che di giorno, col risultato che già verso l’una - le due hanno la vescica piena e si verifica così l’emissione di urine” dice Veneselli.

I bambini hanno il sonno più profondo degli adulti

Altro fattore che concorre a determinare l’enuresi notturna è il fatto che il bambino ha un sonno più profondo. Questo significa che, mentre l’adulto quando ha la vescica piena avverte comunque lo stimolo a urinare e si sveglia per recarsi in bagno, il bambino dorme in un sonno così profondo che non avverte tale stimolo e perciò si bagna.

I tessuti dei bambini trattengono più liquidi

Spesso il genitore neanche se ne accorge, ma la quantità di acqua che i bambini bevono è a volte decisamente superiore al loro reale fabbisogno: a spasso nel passeggino hanno la bottiglietta d’acqua in mano, stanno davanti alla tv con il succo di frutta o altre bibite e talvolta alla sera prima di coricarsi bevono un bel tazzone di latte.

“Il fatto è che i tessuti del bambino trattengono più liquidi rispetto agli adulti e sono in grado di assorbire discrete quantità di acqua che poi confluiscono in vescica” evidenzia Veneselli.

“Durante il giorno si recano più volte in bagno per urinare e alla notte la loro vescica è colma già dopo tre-quattro ore di sonno ed è quindi quasi inevitabile che il bambino si bagni. Anche questo è un processo che matura con gli anni, quando i tessuti trattengono sempre meno liquidi e le minori ‘riserve’ possono essere meglio controllate dal livello di ADH presente in circolo”.

L’enuresi può esprimere un disagio psicologico in bambini predisposti

Vengono spesso tirati in ballo tra le cause di enuresi: ma c’entrano davvero? “I fattori psicologici da soli non costituiscono la causa dell’enuresi notturna, ma possono facilitarne l’evenienza” risponde Veneselli.

“Problemi a scuola, nei rapporti con i compagni, discussioni in famiglia, un trasloco, la nascita del fratellino sono eventi stressanti che possono dar origine a vari disturbi di tipo psicosomatico: alcuni bambini esprimeranno il loro disagio psicologico con dolori addominali ricorrenti, altri con il vomito e altri ancora con l’enuresi”.

Per contro l’enuresi di per sé è vissuta male dal bambino, perché ne limita la vita sociale (ad es. dormire fuori casa da nonni o amici, fare vacanze in campi scout o gite scolastiche di più giorni), intacca la sua autostima (specie se un fratellino minore non si bagna alla notte) e vive comunque male il persistere di questo disturbo per lui un po’ ‘umiliante’”.

Che cosa fare in caso di enuresi notturna

Se il bambino fa la pipì a letto, occorre fare accertamenti? “Dipende dall’età” dice l’esperta. “A quattro-cinque anni non si fa nulla, se non rilevare il problema, consigliare ai genitori di limitare l’introito di liquidi durante tutto l’arco della giornata (e non solo di sera) e raccomandare al bambino di andare sempre in bagno di giorno con regolarità e alla sera poco prima di coricarsi.

Verso i cinque-sei anni si cominciano a prescrivere alcuni accertamenti, anche se nella maggior parte dei casi risulteranno tutti negativi. Per esempio, si fa un esame del sangue per dosare gli elettroliti (e verificare così che esiste una buona capacità di concentrarli regolarmente, escludendo un diabete insipido) e la glicemia (raramente ci potrebbe essere l’inizio di un diabete, con poliuria, cioè con produzione eccessiva di urina per compensare un’iperglicemia), un esame delle urine per accertare che non vi siano infezioni o altri problemi, un’ecografia del rene e della vescica per escludere sottostanti piccole anomalie dell’apparato vescico-urinario.

E si verifica anche se il problema si riscontra solo di notte o anche di giorno, chiedendo se il bambino perde piccole quantità di urine, bagnando un po’ le mutandine.

Un altro possibile fattore che favorisce l’enuresi infatti può essere un’instabilità vescicale. Nell’adulto la vescica nel riempirsi si distende regolarmente; nel bambino invece, sia di giorno che di notte, possono verificarsi delle piccole contrazioni vescicali, che fanno avvertire lo stimolo di ‘pipì che scappa’ anche quando la vescica non è piena. Ci si accorge dell’instabilità vescicale perché il bambino può avere piccole perdite di urina, deve andare ‘di corsa’ in bagno per ‘urgenza minzionale’ (che spesso i genitori attribuiscono all’impegno nel gioco sino all’ultimo momento), può incrociare le cosce o piegarsi all’improvviso nel tentativo di trattenere la pipì. Anche questa è una condizione presente nel bambino piccolo che è destinata a risolversi con l’età, ma che talvolta stenta a scomparire”.

Consigli pratici contro l’enuresi notturna

Il primo approccio prevede alcuni interventi di tipo psicoeducativo.

  • L’educazione al risveglio. A partire da cinque-sei anni, i genitori, prima di andare a dormire (intorno alle 23-24 circa) svegliano il bambino e lo portano in bagno a far pipì. Questo accorgimento da una parte serve per consentire al bambino di svuotare la vescica e restare asciutto fino al mattino, dall’altra lo abitua un po’ per volta a svegliarsi. Quando diventa più grandicello, si cerca di responsabilizzarlo consigliando di mettergli una sveglia in cameretta e programmarla a una certa ora della notte, in modo che impari a gestire autonomamente il suo risveglio. Se serve lo si può aiutare nel frattempo con pannoloni notturni di misura adeguata alla sua età.

  • Il controllo degli sfinteri. Un passo successivo, da proporre verso i cinque-sette anni, è quello di insegnare al bambino a controllare gli sfinteri. Ad esempio, quando ha lo stimolo a far pipì, gli si consiglia di contare fino a tre-cinque o più prima di farla, esercitando così il controllo volontario sulla vescica.

  • Occhio al bere! Importante anche educare il bambino a bere in base allo stimolo della sete, senza esagerare. A questo scopo si suggerisce di bere lentamente, trattenendo un po’ l’acqua in bocca prima di ingoiarla, così da dissetarsi e ritardare il desiderio di bere di nuovo. Sono inoltre da evitare in particolare le bevande a base di coca-cola o il tè, che contengono caffeina, sostanza ad effetto diuretico.

  • Medicinali solo in situazioni specifiche Se il bambino conduce una vita sociale particolarmente attiva, che lo porta ogni tanto a dormire fuori casa (gite scolastiche, tornei sportivi, campeggi, weekend dai nonni), l’enuresi potrebbe costituire per lui un motivo di grande disagio. In tal caso si valuta l’opportunità di ricorrere ad una terapia farmacologica.

“In caso di sintomi di instabilità vescicale, il farmaco di prima scelta è l’oxibutinina, un miorilassante ad azione specifica per la vescica, che ne elimina le contrazioni anomale. Il bambino così riesce a trattenere un po’ di più la pipì” dice Veneselli.

“Se invece il problema principale è l’eccessiva produzione notturna di urine e se il disturbo non si risolve diminuendo l’assunzione di liquidi, si può consigliare di assumere, la sera prima di coricarsi, una sostanza antidiuretica chiamata desmopressina. Si adopera per tre mesi di seguito, dopodiché si sospende per verificare se il problema si è risolto, altrimenti si riprende per un altro ciclo. Entrambi i farmaci si possono assumere tranquillamente poiché privi di effetti collaterali”.

  • I sistemi di allarme Molto in uso nei Paesi nordici sono i sistemi elettrici di allarme, che prevedono di posizionare nel letto o nelle mutandine un cuscinetto che, quando avviene l’enuresi, mette in funzione un allarme. Il bambino deve imparare a smettere di fare la pipì quando esso suona e vibra, deve disattivare il segnale acustico/ vibratorio e andare in bagno. “È un sistema che funziona abbastanza, ma che in molti paesi viene riservato ai bambini non rispondenti agli altri trattamenti perché associa l’enuresi con uno stimolo di fastidio, talora interpretato come un po’ punitivo” è il commento dell’esperta.

Senza cure, il problema si risolve ugualmente? “Sì, si può risolvere spontaneamente a nove, dieci, ma anche a 15 anni, ma nel frattempo magari ha provocato notevole disagio psicologico, senso di inferiorità, di inadeguatezza” sostiene la neuropsichiatra.

“Il bambino lo vede come qualcosa di cui vergognarsi, un motivo di dispiacere per i genitori, si sente una mosca bianca in mezzo ai suoi compagni. Per questo, sin dal primo incontro, mi piace dirgli che nella sua classe sicuramente c’è almeno un bambino che ha il suo stesso problema. E si vede subito un sorriso spuntare sulla sua bocca”.

A chi rivolgersi per curare l’enuresi

Ci sono centri specializzati per approcciare il problema a 360°. In ogni caso gli specialisti di riferimento sono il neuropsichiatra infantile (anche per escludere rari ma pur sempre possibili problemi neurologici), il nefrologo o l’urologo pediatrico.

“In essi il bambino troverà l’aiuto individualizzato per superare questo problema, piccolo per i genitori ma non di rado ‘opprimente come un masso’, come ha rappresentato un bimbo in un significativo disegno” conclude la neuropsichiatra.

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