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Vaccini: 13 motivi per cui ci fanno paura

Di Valentina Murelli
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7 novembre 2017
Nel libro Vaccini, il diritto di non avere paura, la giornalista scientifica Roberta Villa illustra le ragioni profonde per cui molte persone temono i vaccini, nonostante ci sia il pieno accordo della comunità scientifica nel ritenerli uno strumento straordinario di protezione della salute, individuale e collettiva

 

«Ma tu sei pro o contro?». Quando si parla di vaccini, questa è una domanda ricorrente.

 

Negli ultimi anni anche Roberta Villa - medico, giornalista scientifica e mamma di sei figli - se l'è sentita fare spesso. Come racconta all'inizio del libro Vaccini, il diritto di non avere paura in edicola con il Corriere della Sera fino a metà novembre, la sua risposta alla domanda è netta: come si può essere contro «la più grande conquista della medicina», «l'innovazione che, dopo l'introduzione delle fogne nelle città e la disponibilità di acqua potabile, ha salvato più vite nella storia dell'umanità»?

 

Eppure, proprio quando si parla di vaccini i dubbi sono all'ordine del giorno, a volte così forti da spingere alcuni genitori a non far vaccinare i propri bambini. Ma perché, se la comunità scientifica è compatta nel ritenerli uno strumento straordinario di protezione della salute, individuale e collettiva? Perché, se è evidente che ci hanno aiutato a debellare del tutto o quasi alcune malattie e a contenerne significativamente altre? Da dove arrivano tante ansie, tentennamenti, rifiuti?

 

C'è chi non esita a liquidare frettolosamente la questione parlando di ignoranza o disinformazione, ma Villa non ci sta. Come spiega bene per buona parte del libro, in gioco ci sono tantissimi fattori che poco hanno a che vedere con la conoscenza - anche perché spesso scetticismo e rifiuto sono associati a un livello di istruzione superiore alla media - e tanto con meccanismi cognitivi legati alla nostra storia evolutiva e dunque profondamente radicati nella nostra mente. Oltre che con vari fattori esterni relativi agli ambiti più disparati, dalla comunicazione all'economia, alla politica.

 

 

 

Anche se sul piano razionale la bilancia tra rischi e benefici pende «in maniera assai squilibrata dalla parte dei benefici», nell'insieme questi fattori possono spostarla a favore dei rischi. Vediamo allora una breve carrellata delle ragioni profonde che possono portarci ad avere paura dei vaccini e in particolare dei loro effetti collaterali. Indubbiamente la paura più grande.

 

 

1. La tendenza a sopravvalutare i pericoli rispetto ai vantaggi

 

Come specie abbiamo sempre vissuto in mezzo ai pericoli, con la necessità costante di evitarli per poter sopravvivere. «Se un nostro progenitore avvertiva un fruscio nella savana - scrive Villa - le probabilità che il rumore fosse provocato da un predatore non erano necessariamente superiori a quelle che si trattasse di una potenziale preda con cui risolvere il problema della cena. Ma la reazione istintiva era di allarme: sottovalutare un pericolo immediato era infatti più svantaggioso per la sopravvivenza che non puntare sulla pancia piena dei giorni successivi».

Nel caso dei vaccini, il pericolo che possiamo sopravvalutare è il rischio di una reazione avversa, rispetto al beneficio di evitare una malattia.

 

 

2. Il timore dell'ignoto e il conforto di quanto ci è familiare

 

Anche questo ha un senso evolutivo: quello che non conosciamo può celare pericoli nascosti, mentre quello che consideriamo noto tende a rassicurarci. Può sembrare strano, ma funziona così anche per le malattie. Alcune di quelle prevenute da vaccini - per esempio morbillo, rosolia, varicella - ci sono appunto familiari e possono farci meno paura di possibili, vaghi e indefiniti effetti collaterali dei vaccini stessi.

Tra l'altro, ci sembrano malattie "innocue", perché le loro conseguenze gravi sono, per fortuna, rare. Anche se meno rare di eventuali conseguenze dei vaccini.

 

 

3. La tendenza all'ottimismo (anche tra i più pessimisti)

 

Questo, in genere, ci porta a sottostimare il rischio di ammalarci o di farlo gravemente.

 

 

4. La tendenza a sopravvalutare la probabilità di eventi ai quali prestiamo particolare attenzione

 

Chi aspetta un bambino e non riesce ad averlo vede pancioni ovunque. Allo stesso modo, chi teme una reazione avversa la riconosce dappertutto.

 

 

5. La tendenza a "preferire l'uovo oggi alla gallina domani"

 

In altre parole, si tende a preferire di stare tranquilli oggi, senza le preoccupazioni di una vaccinazione, pur sacrificando la sicurezza di non avere grossi guai in futuro. Ecco perché può suonare controintuitivo iniettare in un bambino sano qualcosa che può anche fargli venire la febbre oggi, a fronte di un eventuale vantaggio futuro.

 

 

6. La tendenza a gestire le nuove informazioni che riceviamo in modo coerente con quelle che abbiamo già

 

Se pensiamo che i vaccini contengano sostanze pericolose, saremo più disposti a dare credito a una bufala che vada in questa direzione invece che a un rigorosissimo studio scientifico che dimostri il contrario. Proprio per questo motivo, è molto difficile far cambiare idea a chi ha già posizioni molto radicate.

 

 

7. La tendenza della mente a creare legami stabilendo un rapporto di causa effetto a partire da una semplice associazione temporale

 

Questo atteggiamento è stato molto importante nella nostra storia evolutiva: «Solo osservando che chi mangiava determinate bacche moriva nelle ore successive abbiamo imparato a riconoscere le piante velenose» racconta Villa.

 

Però non sempre porta a conclusioni corrette, perché non sempre la successione temporale tra due eventi ne indica un rapporto di causa-effetto. Oggi abbiamo strumenti di studio molto sofisticati per stabilire la correttezza di questo legame e, per esempio, è ormai ampiamente dimostrato che non c'è alcun rapporto tra vaccinazione e diagnosi di autismo.

 

 

8. La tendenza a rifiutare quello che ci viene imposto o che viene percepito come tale, rispetto a quanto si può scegliere liberamente

 

«Ci sono persone che non esitano a portare con sé i figli in situazioni pericolose, ma hanno paura di vaccinarli» scrive Villa. «Questo perché qualunque scelta, anche oggettivamente più rischiosa, effettuata in modo libero e spontaneo, spaventa meno di quel che ci viene imposto».

 

Come anticipato, questi meccanismi cognitivi sono così profondi da rendere a volte controintuitiva l'idea della vaccinazione. Sono però solo alcuni degli elementi che aiutano a spiegare perché i vaccini possono farci paura anche quando non dovrebbero. Ce ne sono anche altri, che fanno capo a fattori esterni. Tra questi, per esempio:

 

 

9. Idealizzazione di tutto ciò che è naturale rispetto a ciò che non lo è

 

«Maggiore è la distanza dalla natura, più cresce l'idea che l'intervento dell'uomo produca più danni che vantaggi» scrive Villa. «Dimenticando quanto, grazie all'opera dell'uomo, al progresso, alla medicina, si sia allungata la vita media e quanto siano migliorate le condizioni di tutti, fino ai livelli più poveri della società, anche a livello globale».

 

 

10. La grande sfiducia nei confronti di Big Pharma

 

Produttori di farmaci e dunque di vaccini vengono accusati di tenere nascoste informazioni relative a possibili rischi, di usare i bambini come cavie, di arricchirsi alle nostre spalle.

 

Ora, è indubbio che il settore farmaceutico non sia stato e non sia immune da scandali, ma questo non significa che per forza si abbia ragione a non fidarsi più. Questo potrebbe anche avere senso - puntualizza Villa - se si parlasse per esempio della corsa ai farmaci più innovativi, «di cui spesso è quanto meno dubbia la superiorità rispetto agli esistenti».

Invece non ci facciamo scrupolo di abusare di farmaci anche inutili (l'esempio classico sono gli antibiotici, usati anche per infezioni virali contro cui non servono a niente) mentre tutto il risentimento per gli utili di Big Pharma si riversa contro i vaccini. Che in oltre un secolo di vita hanno dato ampia prova di utilità e tutto sommato di grande sicurezza.

 

 

 

 

11. Una sfiducia generalizzata

 

E' una sfiducia tipica di questi anni, e aggravata dalla grave crisi economica che abbiamo attraversato, nei confronti delle istituzioni e di chi detiene il potere. Non solo quello economico, ma anche quello politico e della conoscenza.

 

 

12. Ragioni di tipo religioso

 

Possono sembrare secondarie, ma in alcune circostanze sono ancora ben presenti. Villa cita per esempio l'avversione di alcune parti del mondo cristiano alla vaccinazione contro il papillomavirus nelle preadolescenti, accusato di conferire un senso di sicurezza che potrebbe incoraggiare una precoce promiscuità sessuale.

 

 

 

 

13. Il ruolo crescente dei social media

 

Tendono a favorire la diffusione di false informazioni e la risonanza in gruppi ideologicamente omogenei più di quanto accada nella "realtà".

 

Quello che è certo - e lo si capisce bene leggendo il libro di Roberta Villa, ricco per altro di informazioni chiare e documentate rispetto ai dubbi più comuni che possono sorgere sui vaccini - è che il problema dell'ostilità nei confronti delle vaccinazioni è complesso, e non ammette soluzioni semplici.

 

Quando sono i servizi a non funzionare bene


Non sempre chi non vaccina lo fa perché è ideologicamente contrario, o ha un timore invincibile dei vaccini. In gioco possono esserci anche fattori legati all'organizzazione dei sistemi sanitari, alla disponibilità dei vaccini, ai loro costi.

Ecco, allora, che nel calo delle coperture vaccinali che ha interessato il nostro paese potrebbero essere coinvolta anche la stretta ai cordoni della borsa che negli ultimi anni ha penalizzato i servizi di prevenzione vaccinale sul territorio.

Meno fondi e meno personale possono aver indebolito la capacità dei servizi sanitari vaccinali di «richiamare a casa i ritardatari o gli smemorati, impiegare tempo a rispondere agli indecisi, convincere gli incerti».